Il sacrificio del sacerdote e il miracolo nel romanzo “mistico” inglese: appunti su un genere al limite dell’eterodossia

di Luca Fumagalli

Il filone “mistico”, accanto a quello apologetico e devozionale, ebbe una certa importanza nella moderna letteratura cattolica inglese. Nei romanzi di questo tipo l’esperienza ascetica viene tradotta in una narrativa singolarmente efficace – almeno nella maggior parte dei casi –, in cui le preghiere e le sofferenze del protagonista, sovente un sacerdote, hanno una ricaduta decisiva sulla trama.

Tale filone aveva già goduto di una vasta fortuna in Francia: nei romanzi di Léon Bloy, Émile Baumann, Adolphe Retté, Paul Bourget, André Lafon e, più avanti, in quelli di Mauriac e Bernanos, alcuni personaggi, con il loro sacrificio, sono in grado di espiare i peccati del mondo che li circonda; la storia, quasi sempre, ruota attorno proprio ai risultati miracolosi di un gesto così generoso.

Sebbene il tema della sofferenza fosse centrale nella letteratura cattolica inglese, in particolare in quella a sfondo storico, raramente in essa i patimenti dei religiosi assumono un valore miracoloso. Per trovare qualcosa di simile al modello francese, si dovette aspettare la pubblicazione, nel 1940, de Il potere e la gloria di Graham Greene, la terribile storia di un prete messicano braccato dagli agenti del governo anti-clericale. Tuttavia i lavori di Greene – che tornò sul tema con lo spettacolo teatrale Il capanno degli attrezzi (The Potting Shed, 1957) – risultano, se non eterodossi, al limite dell’eterodossia, e il confine tra redenzione e dannazione è troppo sfumato e ambiguo. In una lettera indirizzata alla moglie, Evelyn Waugh definì la pièce di Greene: «Un’insensatezza teologica che getterà confusione nelle persone».

In Inghilterra, tra XIX e XX secolo, gli autori fedeli a Roma preferivano piuttosto occuparsi, con istinto apologetico, dei problemi della vita contemporanea, delle sue gioie e dei suoi dolori, senza osare avventurarsi troppo negli abissi dell’animo umano. Un sacerdote faceva spesso capolino nella storia, ma non vi era assolutamente nulla di miracoloso o soprannaturale. Nacquero così libri godibilissimi, utili per il semplice fedele e fruibili anche dal grande pubblico. L’esempio più noto, in questo senso, è forse Padre Brown, il parroco investigatore nato dalla penna di G. K. Chesterton. Il romanzo d’ambientazione contemporanea divenne presto popolare ed è ancora oggi un genere molto frequentato dagli scrittori cattolici inglesi.

Prima di Graham Greene, solo mons. Robert Hugh Benson aveva pubblicato varie opere che, almeno in senso lato, si possono definire “mistiche”. Nella raccolta di storie di fantasmi A Mirror of Shalott (1905), nel romanzo anti-spiritista I necromanti (1909) e in A Winnowing (1910), Benson mostra varie affinità – anche dal punto di vista tecnico – con J. K. Huysmans, uno dei suoi scrittori preferiti (dietro cui, però, si muoveva l’oscura ombra dell’Abbé Boullan). Anche se in Initiation (1913) Benson espone correttamente la dottrina cattolica del sacrificio del singolo a causa delle colpe di un altro (già tradotta efficacemente ne I necromanti), in A Mirror of Shalott si racconta la storia di un vicario disposto a perdere la fede pur di portare a Dio un’altra anima, mentre in A Winnowing una donna offre se stessa in cambio della vita del marito, appena deceduto: in questi due ultimi esempi le crepe dottrinali sono piuttosto evidenti. Forse aveva davvero ragione Maisie Ward quando scriveva che Benson, educato e ordinato troppo in fretta, «non ebbe l’opportunità di acquisire un equipaggiamento intellettuale cattolico ad ampio raggio». Questo ed altri fatti spiegano l’altalenante qualità della bibliografia di Benson, capace di donare capolavori della narrativa cristiana quali Il Padrone del mondo, ma anche di sfornare, come appena visto, prodotti mediocri e confusi.

Ad eccezione di quelli scritti dal prolifico monsignore, nessun altro romanzo cattolico inglese del tempo introduce il miracolo come parte integrante della trama principale. Solo Bruce Marshall ne Il miracolo di Padre Malachia (1931) affronta il tema, ma lo fa, come suo solito, con leggerezza e umorismo. Addirittura, nel romanzo del 1929 The Coat Without Seam (il cui titolo, traducibile come “il cappotto senza cuciture”, sembra promettere qualcosa di eccezionale), Maurice Baring nega nel racconto la possibilità del miracolo. Nei suoi libri, come in quelli di quasi tutti i suoi correligionari, l’intervento divino non è mai parte dell’equazione.

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