“La stalla”. La Natività secondo Giovanni Papini

a cura di Giuliano Zoroddu

Gesù è nato in una stalla.
Una stalla, una vera stalla, non è il lieto portico leggero che i pittori cristiani hanno edificato al Figlio di David, quasi vergognandosi che il loro Dio fosse giaciuto nella miseria e nel sudiciume. E non è neppure il presepio di gesso che la fantasia confettiera de’ figurinai ha immaginato nei tempi moderni; il presepio pulito e gentile, grazioso di colore, colla mangiatoia linda e ravviata, l’asinello estatico e il compunto bue e gli angeli sul tetto col festone svolazzante e i fantaccini dei re coi manti e dei pastori coi cappucci, in ginocchio a’ due lati della tettoia. Codesto può essere il segno dei novizi, il lusso dei curati, il balocco dei bambini, il «vaticinato ostello» d’Alessandro Manzoni, ma non è davvero la stalla dov’è nato Gesù.
Una stalla, una stalla reale, è la casa delle bestie, la prigione delle bestie che lavorano per l’uomo. L’antica, la povera stalla dei paesi antichi, dei paesi poveri, del paese di Gesù, non è il loggiato con pilastri e capitelli, né la scuderia scientifica dei ricchi d’oggidì o la capannuccia elegante delle vigilie di Natale. La stalla non è che quattro mura rozze, un lastricato sudicio, un tetto di travi e di lastre. La vera stalla è buia, sporca, puzzolente: non v’è di pulito che la mangiatoia, dove il padrone ammannisce fieno e biadumi.
I prati di primavera, freschi nelle serene mattine, ondanti al vento, soleggiati, umidi, odorosi, furon falciati: tagliate col ferro l’erbe verdi, l’alte foglie fini; recisi insieme i bei fiori aperti: bianchi, rossi, gialli, celesti. Tutto appassì, seccò, prese il colore pallido e unico del fieno. I manzi trascinarono a casa la spoglie morta del maggio e del giugno.
Ora quelle erbe e quei fiori, quell’erbe fatte aride, quei fiori che sempre odorano, son lì nella mangiatoia per la fame degli schiavi dell’uomo. Gli animali l’abboccano adagio coi grandi labbri neri e più tardi il prato fiorito torna alla luce, sullo strame che serve da letto, mutato in concio umido. Questa è la vera stalla dove Gesù fu partorito. Il luogo più lurido del mondo fu la prima stanza dell’unico puro tra i nati di donna. Il Figlio dell’Uomo, che doveva esser divorato dalle bestie che si chiamano uomini, ebbe come prima culla la mangiatoia dove i bruti digrumano i fiori miracolosi della primavera.
Non per caso nacque Gesù in una stalla. Il mondo non è forse un’immensa stalla dove gli uomini inghiottono e stercano? Le cose pi belle, più pure, più divine non le cambiano forse per infernale alchimia, in escrementi? Poi si sdraiano sui monti del letame e chiamano ciò «godere la vita».
Sulla terra, porcile precario dove tutti gli abbellimenti e i profumi non posson nascondere lo stabbio, è apparso una notte Gesù partorito da una Vergine senza macchia, di nulla armato che di innocenza.

I primi che adorarono Gesù furono animali e non uomini.
Fra gli uomini cercava i semplici, tra i semplici i fanciulli – più semplici dei fanciulli, più mansueti, lo accolsero gli animali domestici.
Benché umili, benché servi di esseri più deboli e feroci di loro, l’asino e il bove avevan visto inginocchiarsi dinanzi a loro le moltitudini. Il popolo di Gesù, il popolo santo che Jahvé aveva liberato dalla servitù dell’Egitto, il popolo che il Pastore aveva lasciato solo nel deserto per salire a colloquio con l’Eterno aveva forzato Aronne a fargli un bove d’oro per adorarlo. L’asino era consacrato, in Grecia, ad Ares, a Dioniso ad Apollo Iperboreo. L’asina di Balaam aveva salvato colle sue parole il profeta, più savia del savio; Ochos, re di Persia, pose un asino nel tempio di Fta e lo fece adorare.
Pochi anni prima che nascesse Cristo il suo futuro padrone, Ottaviano, scendendo verso la sua flotta, la vigilia della battaglia di Azio, incontrò un asinaio col suo somaro. La bestia si chiamava Nicon, il Vittorioso, e dopo la battaglia l’imperatore fece innalzare un asino di bronzo nel tempio che ricordò la vittoria.
Re e popoli si erano fin allora inchinati ai bovi e agli asini. Erano i re della terra, i popoli che prediligevano la materia. Ma Gesù non nasceva a regnar sulla terra né ad amar la materia. Con lui finirà l’adorazione della bestia, la debolezza di Aronne, la superstizione di Augusto. I bruti di Gerusalemme l’uccideranno ma intanto quelli di Betlemme lo riscaldano coi loro fiati. Quando Gesù giungerà, per l’ultima Pasqua, alla città della morte, cavalcherà un asino. Ma egli è profeta più grande di Balaam, venuto a salvare tutti gli uomini e non gli ebrei soli, e non rivolterà dal suo cammino anche se tutti i muli di Gerusalemme raglieranno contro di lui.

[Giovanni Papini, Storia di Cristo, Firenze, 2008 (I ed. 1921), pp. 37-38]

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