Le meraviglie della Tilma di Guadalupe

La tilma – ossia il mantello – dell’indio Juan Diego in cui si impresse la “Immagine della Perfetta e Perpetua Vergine Santa Maria di Guadalupe cioè di Colei che schiaccerà (la religione de) il Serpente di pietra (Quetzal)” è un esempio di “inculturazione” sana e cattolicamente intesa. Dio volle che la conversione di un gran numero di idolatri passasse attraverso questo “Catechismo di panno”: “L’immagine di Guadalupe è una specie di pittogramma perfettamente adattato alla mentalità degli indigeni, che perciò potevano leggere perfettamente il messaggio. Prima di tutto perché il Sole (Huitzilopochtli), essendo coperto da Lei, è solo una creatura e non è Dio; per lo stesso motivo la Luna (Coyolxauhqui), divinità che allude alla discordia, appare ai piedi della Signora, di colore scuro, il che indica che è stata consumata e sconfitta; allo stesso modo le stelle sul manto azzurro della Vergine sono subordinate a lei perché gli astri non sono dei. L’indio vedeva certo sgretolarsi i miti e gli dei (Maria demitizza ed elimina l’idolatria), ma era anche preparato a leggere che il sole è simbolo di Cristo, “il sole di giustizia” (Mal 4, 2) e della stessa Maria in quanto sua Madre” (Alberto Caturelli, Il Nuovo Mondo riscoperto, Milano, 1992, p. 263). Volle tuttavia Dio mostrare anche altrimenti la sua Potenza, confezionando in onore della Vergine e ad ammaestramento di fedeli ed infedeli, una vera e propria silloge di miracoli e di miracoli scientificamente accertati, come di seguito viene esposto.

di Giulio Dante Guerra (da Cristianità n. 205-206 (1992))

[…]

L’apparizione all’indio Juan Diego

Cuauhtlatóhuac (5), nato a Cuauhtitlán, piccolo villaggio pochi chilometri a nord di Tenochtitlán, l’odierna Città di Messico, nel 1474, è un macehual, un uomo del popolo, piccolo coltivatore diretto in un modesto villaggio: poco più di niente, nella società azteca complessa e fortemente gerarchizzata. Nel 1524, all’età di cinquant’anni, viene battezzato con il nome di Juan Diego, insieme con la moglie Malintzin, che prende a sua volta il nome di María Lucía. Rimasto vedovo quattro anni più tardi, divide il suo tempo fra il lavoro dei campi e le pratiche della religione cristiana, fra cui l’ascolto della catechesi impartita agli indigeni neoconvertiti dai missionari spagnoli a Tlatelolco, un sobborgo di Città di Messico. Quindi la sua vita è apparentemente la stessa di tanti altri suoi conterranei quando, all’alba del 9 dicembre 1531, avviene l’incontro che cambierà totalmente la sua vita e che lascerà sul suo mantello, o tilma, un segno visibile della benedizione data da Dio all’opera — allora appena iniziata — dell’evangelizzazione dei popoli del Nuovo Mondo (6). Quel giorno è un sabato e, come ogni sabato mattina, Juan Diego si sta recando a Tlatelolco, alla chiesa francescana di Santiago, per la preghiera e la catechesi. Giunto all’altezza del colle chiamato Tepeyac, ode un canto melodioso, come di uccelli rari. Si ferma stupito, domandandosi se non sia per caso giunto nel paradiso terrestre, quando il canto tace e dalla cima del colle una dolce voce lo chiama: “Juantzin, Juan Diegotzin” (7). Sale, e vede una giovane Signora, dal vestito risplendente come il sole, in piedi sulla sommità, davanti alla quale cade in ginocchio. Allora la Signora si rivolge a lui dichiarando di essere “la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio” e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera le si eriga un tempio ai piedi del colle. Juan Diego corre a Città di Messico e si reca dal vescovo; ricevuto dopo lunga attesa, gli parla dell’apparizione e gli riferisce le parole della Vergine, ma non viene creduto. Tornando a casa la sera, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. La Vergine gli risponde ordinandogli di tornare dal vescovo a rinnovare la richiesta.

La mattina dopo, domenica, Juan Diego, dopo la Messa e la catechesi, torna dal vescovo e, inginocchiatosi, gli ripete con le lacrime agli occhi la richiesta della Regina del Cielo. Il vescovo, dopo avergli fatto parecchie domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione, gli chiede un segno; poi, non appena è uscito, gli manda dietro dei servitori a spiarlo, ma essi lo perdono di vista non appena si avvicina al Tepeyac. Mentre costoro tornano dal vescovo tacciando Juan Diego di mentitore e di visionario, l’indio incontra di nuovo la Vergine che gli promette di dargli il segno l’indomani mattina. Ma la mattina seguente Juan Diego non può tornare: un suo zio, Juan Bernardino, è gravemente ammalato. Egli cerca in tutti i modi di soccorrere lo zio, chiama un medico, ma non vi è niente da fare: in tutta la giornata del lunedì il malato si aggrava sempre di più, e alla sera prega il nipote di recarsi a Tlatelolco la mattina seguente a cercare un sacerdote che lo confessi, essendo ormai sicuro di morire presto. Così, il martedì mattina, Juan Diego esce di casa mentre è ancora buio e si dirige di corsa verso Tlatelolco; giunto in vista del Tepeyac decide di cambiare strada e di aggirare il colle sul lato orientale, per evitare l’incontro con la Signora, ritenendo più importante la salvezza eterna dello zio moribondo. Ma la Signora è lì, davanti a lui, e gli chiede il perché di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. Ma la Signora lo rassicura, gli dice che lo zio è già guarito, e lo invita a salire sulla sommità del colle per cogliere e portarle i fiori che troverà lassù. Juan Diego sale e si meraviglia di trovare la cima del colle coperta di bellissimi “fiori di Castiglia”: infatti è il 12 dicembre, il solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano allora vigente, e oltre alla stagione neppure il luogo, una desolata pietraia, è adatto alla crescita di fiori simili. Juan Diego li coglie, li ripone nella tilma, e li porta alla Vergine, la quale li prende e poi li rimette nel mantello dell’indio, dicendogli di portarli al vescovo come prova della verità delle apparizioni.

Juan Diego si reca a Città di Messico, badando bene di non far cadere i fiori raccolti nel mantello, e chiede nuovamente di essere ricevuto dal vescovo, ma i servitori non gli danno retta e lo fanno aspettare a lungo; poi si mettono a sbirciare nella sua tilma e, vedendo i fiori, tentano per ben tre volte di prenderglieli, ma inutilmente, perché i fiori diventano come aderenti al tessuto. Stupiti di ciò, i servitori si decidono finalmente a introdurre Juan Diego dal vescovo, davanti al quale l’indio riferisce quanto ha visto e apre il mantello per offrirgli i fiori. Non appena questi cadono a terra, “subito sul mantello si disegnò e si manifestò alla vista di tutti l’amata Immagine della perfetta Vergine Santa Maria, Madre di Dio, nella forma e figura in cui la vediamo oggi, “così come è conservata nella sua amata casa, nel tempio eretto ai piedi del Tepeyac e che invochiamo con il titolo di Guadalupe” (8).

Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti; poi, rialzatosi, prega la Madonna chiedendole perdono dell’incredulità da lui mostrata nei confronti di Juan Diego, e infine, sfilata la tilma dal collo dell’indio, la colloca all’interno della sua cappella. La mattina dopo Juan Diego, dopo essere rimasto tutta la giornata ospite del vescovo, accompagna il presule al Tepeyac per indicare il luogo in cui la Vergine ha chiesto di costruirle un tempio; poi, mentre già iniziano i preparativi per la costruzione, chiede il permesso di recarsi a casa per vedere suo zio, che aveva lasciato ammalato il giorno prima. Parte accompagnato da alcuni membri del seguito del vescovo, e, giunto a casa, trova Juan Bernardino completamente guarito, che si meraviglia di vedere il nipote in compagnia di tanta gente. Quando Juan Diego gli racconta dell’apparizione della Madonna, che gli aveva ordinato di completare la missione presso il vescovo e gli aveva annunciato la guarigione dello zio, quest’ultimo riferisce che nello stesso momento la Signora del Cielo era apparsa anche a lui, lo aveva guarito e gli aveva detto di voler essere invocata con il titolo di “Perfetta Vergine Santa Maria di Guadalupe”.

Allora Juan Bernardino viene condotto a Città di Messico, perché riferisca tutte queste cose al vescovo, il quale trattiene lui e il nipote come suoi ospiti per alcuni giorni, fino al completamento della costruzione, ai piedi del Tepeyac, di una ermita, ossia di una piccola cappella, in cui esporre alla venerazione l’immagine miracolosa. Nel frattempo l’immagine, sempre per disposizione del vescovo, viene collocata provvisoriamente nella cattedrale, dove diventa subito oggetto di una devozione popolare che si è mantenuta ininterrotta fino ai nostri giorni.

L'immagine può contenere: 2 persone, tra cui Jhon Anderson Tipazoca

La costruzione dell’ermita ai piedi del Tepeyac viene completata con incredibile rapidità e il 26 dicembre 1531 il vescovo, padre Juan de Zumárraga O.F.M., può organizzare la solenne traslazione dell’immagine dalla cattedrale alla cappella eretta sul luogo dell’apparizione. E, proprio in questa occasione, si compie un nuovo miracolo (9). La processione, con la sacra immagine trasportata su una ricchissima portantina adornata di piume e sormontata da un baldacchino, dietro alla quale venivano il vescovo con tutto il clero, la nobiltà spagnola e azteca e un’incredibile folla di fedeli, avanzava lungo una delle dighe, o calzadas, che collegavano l’ancora “lagunare” Città di Messico alla terraferma, diretta verso il Tepeyac. Il popolo intonava canti, spagnoli e náhuatlin onore della Vergine (10). Sulle acque del lago ai lati della calzada, a bordo di canoe, gruppi di danzatori indigeni vestiti da guerrieri esternavano la loro gioia mimando scene di battaglia con archi e frecce, senza che — sia detto di passaggio per i denigratori dell’evangelizzazione “colonialistica” spagnola — il vescovo trovasse niente di scandaloso nel fatto che gli indios onorassero la Vergine Maria in un modo così “pagano”. A un certo momento avviene un tragico incidente: a uno degli arcieri sfugge dall’arco la freccia, che trapassa la gola a uno dei suoi compagni, uccidendolo sul colpo. Il corpo dello sventurato viene immediatamente portato davanti all’immagine della Madonna di Guadalupe, mentre tutti i presenti pregano la Vergine perché lo risusciti. Ed ecco che, appena estratta la freccia, la ferita si rimargina, lasciando solo una profonda cicatrice, e il morto si alza in piedi risuscitato, cantando lodi alla Signora del Cielo (11).

Dopo la costruzione dell’ermita, Juan Diego decide di dedicare tutta la sua esistenza al servizio della Vergine Maria. Lascia la sua casa e il suo campo allo zio Juan Bernardino e si trasferisce, con il permesso del vescovo, in una capanna attigua alla chiesetta della Madonna di Guadalupe. Qui trascorre il suo tempo pregando e compiendo i lavori più umili necessari a far sì che l’ermita sia sempre pulita e presentabile alla moltitudine dei fedeli che l’affolla quotidianamente.

Nel 1544 scoppia in Messico una grave epidemia, che miete numerose vittime, specialmente fra la popolazione indigena, priva di difese immunitarie contro le malattie introdotte nel paese dagli spagnoli. Fra le vittime vi è anche Juan Bernardino, lo zio di Juan Diego, che muore il 15 maggio di quell’anno e viene sepolto nella cappella del Tepeyac. Per implorare l’aiuto del Cielo contro la pestilenza, i frati francescani del convento di Tlatelolco organizzano una processione al Tepeyac, in onore della Madonna di Guadalupe: subito l’epidemia si attenua, per cessare dopo pochi giorni. Quattro anni dopo, nel 1548, lo stesso anno della morte del vescovo Juan de Zumárraga O.F.M., muore anche Juan Diego “dopo sedici anni di servizio al tempio della Regina del Cielo” (12) ed è sepolto anche lui nell’ermita.

La devozione e la sua diffusione

Il culto della Madonna di Guadalupe si diffonde rapidamente in tutto il Messico, ma incontra anche alcune opposizioni, particolarmente in quei religiosi che temono una sopravvivenza, sotto una maschera di devozione cristiana, dei culti idolatrici da poco abbandonati dagli indios. Infatti la collina del Tepeyac era stata, in epoca precolombiana, sede di un tempio di Tonantzín, una dea azteca il cui nome significa “nostra venerata madre”, tempio distrutto durante la conquista. Dopo le apparizioni della Madonna di Guadalupe e l’edificazione dell’ermita, il luogo è definitivamente consacrato al culto cristiano della Vergine Maria; ma gli indios “[…] oggi che lì è stata edificata la chiesa di Nostra Signora di Guadalupe la chiamano ancora Tonantzín, prendendo spunto dai Predicatori che chiamano col nome di Tonantzín Nostra Signora, la Madre di Dio. Quale sia l’origine di questo attributo non si sa con certezza. Ma con certezza sappiamo che il vocabolo deriva dal primitivo culto della Tonantzín antica. Ed è cosa cui si doveva rimediare, perché il nome proprio della Madre di Dio, Signora Nostra, non è Tonantzín, ma Dios y nantzin” (13). Così lo storico padre Bernardino de Sahagún O.F.M., che — tacendo sull’apparizione per non negare un fatto la cui origine soprannaturale è stata riconosciuta dalla locale autorità ecclesiastica — nella seconda metà del secolo XVI critica il nome con cui gli indios venerano la Vergine del Tepeyac, nome che al contrario i domenicani giudicano, dato il significato, perfettamente compatibile con la fede cristiana; decisamente “anti-apparizionista” è, invece, il padre provinciale dei francescani, Francisco Bustamante, che l’8 settembre 1556 nega in una sua predica l’apparizione e l’origine miracolosa dell’immagine, affermando che si tratta di un dipinto di un pittore indio, un certo Marcos Cipac.

Sono voci isolate, che non ostacolano minimamente il diffondersi della devozione alla Madonna di Guadalupe, peraltro incoraggiata dalla Chiesa messicana. Così, nel 1557, il nuovo arcivescovo, padre Alonso de Montúfar O.P., fa costruire un’ermita più grande di quella eretta ventisei anni prima dal suo predecessore, e il 10 settembre 1600 vi è la posa della prima pietra del primo vero santuario, la “iglesia de los indios”, che viene consacrato nel novembre del 1622 (14); il 25 settembre 1629, quando uno straripamento del lago sommerge totalmente Città di Messico e i suoi sobborghi, l’immagine viene trasportata solennemente in canoa dal santuario alla cattedrale, per implorare dalla Vergine la fine dell’alluvione.

Fra le testimonianze del rapido diffondersi della devozione alla Madonna di Guadalupe anche fuori del Messico e dell’America Latina, è particolarmente significativa la presenza di una copia dell’immagine del Tepeyac nella cabina dell’ammiraglio Gian Andrea Doria — che l’aveva avuta in dono da re Filippo II — alla battaglia di Lepanto, nel 1571. Tale copia — una delle più antiche ancora esistenti — si trova oggi nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano d’Aveto, in provincia di Genova (15).

Tuttavia la devozione alla Madonna di Guadalupe rimane sempre un culto locale, privo di quella “ufficialità” che può venirgli solo dalla Santa Sede. Così fra il 1662 e il 1666, allo scopo di ottenere l’istituzione, per il giorno 12 dicembre, della festività della Madonna di Guadalupe con Ufficio e Messa propri, per la prima volta vengono raccolte ufficialmente testimonianze sull’apparizione e viene fatta esaminare l’immagine da medici e da pittori. I testimoni interrogati sono: otto anziani abitanti di Cuauhtitlán, il paese natale di Juan Diego, un meticcio e sette indios, uomini e donne, alcuni dei quali ultracentenari; dieci fra sacerdoti e religiosi di vari ordini; due nobili messicani, uno dei quali, il cavaliere di Santiago don Diego Caño Moteuczuma, nipote di Moctecuzoma Xocoyotzin, l’imperatore azteco — più noto in Italia come Montezuma II — che aveva accolto Hernán Cortés a Tenochtitlán. A queste testimonianze verbali si aggiunge un documento scritto da don Luis Becerra Tanco, studioso delle lingue e delle culture indigene del Messico. Tutte le testimonianze, in particolare quelle dei vecchi di Cuauhtitlán — i quali, fra l’altro, essendo analfabeti, non possono essere stati influenzati dai libri già stampati nel 1666 — concordano sostanzialmente con il Nican mopohua di Antonio Valeriano (16). In seguito a ciò, nel 1667 Papa Clemente IX emana una bolla in cui dichiara il 12 dicembre festa della Madonna di Guadalupe (17).

Gli esami scientifici della “tilma”

Al 1666 risale anche il più antico esame scientifico dell’immagine “impressa” sulla tilma. Essa è costituita da due teli di ayate — un rozzo tessuto di fibre d’agave, usato in Messico dagli indios poveri per fabbricare abiti — cuciti insieme con filo sottile. Su di essa si vede l’immagine della Vergine, di dimensioni leggermente inferiori al naturale — la statura è di 143 centimetri — e di carnagione un po’ scura, donde l’appellativo popolare messicano di Virgen Morena o Morenita, circondata dai raggi del sole e con la luna sotto i suoi piedi, secondo la figura della Donna dell’Apocalisse (18). I tratti del volto non sono né di tipo europeo né di tipo indio, ma piuttosto meticcio — cosa “profetica” al tempo dell’apparizione — così che oggi, dopo secoli di commistioni fra le due razze, la Vergine di Guadalupe appare tipicamente “messicana”. Sotto la falce argentata della luna un angelo, le cui ali sono ornate di lunghe penne rosse, bianche e verdi, sorregge la Vergine che, sotto un manto verde-azzurro coperto di stelle dorate, indossa una tunica rosa “ricamata” di fiori in boccio dai contorni dorati, e stretta sopra la vita da una cintura color viola scuro: questa cintura — il “segno di riconoscimento”, presso gli aztechi, delle donne incinte — indica che la Vergine è in procinto di donare agli uomini il Salvatore (19).

I risultati degli esami compiuti su questa immagine dai pittori e dagli scienziati nel 1666 sono i seguenti: è assolutamente impossibile che un’immagine così nitida sia stata dipinta a olio o a tempera sull’ayate,data la completa mancanza di preparazione di fondo; che il clima del luogo in cui l’immagine è stata esposta, senza alcuna protezione, per centotrentacinque anni è tale da distruggere in un tempo più breve qualsiasi pittura, anche se dipinta su tela di buona qualità e ben preparata, a differenza del rozzo ayate della tilma di Juan Diego (20).

Gli studi scientifici sull’immagine e sull’ayate proseguono nei secoli successivi, fino ai giorni nostri. Nel 1751 una commissione di sette pittori con a capo Miguel Cabrera è incaricata di compiere una nuova ispezione sull’ayate, e i risultati di essa vengono pubblicati cinque anni dopo dallo stesso Miguel Cabrera con il titolo Maravilla americana (21). Nel 1752 sempre Miguel Cabrera, con l’aiuto di due dei sei pittori che hanno esaminato con lui l’immagine l’anno precedente, esegue tre copie — una per l’arcivescovo di Città di Messico, una per Papa Benedetto XIV e la terza per sé, come “modello” per le altre copie che da ogni parte gli vengono richieste — ma al contempo riconosce l’impossibilità pratica di riprodurre fedelmente l’espressione e i tratti dell’originale, cosa già notata precedentemente su copie più antiche. Le conclusioni a cui giungono Miguel Cabrera e i suoi colleghi sono sostanzialmente le stesse a cui erano giunti i medici e i pittori nel 1666: l’immagine non è un dipinto, apparendo i colori come “incorporati” alla trama della tela; e non soltanto una pittura, ma lo stesso tessuto dell’ayate avrebbe dovuto disgregarsi in breve tempo nelle condizioni climatiche della radura ai piedi del Tepeyac.

Benedetto XIV riceve la copia della Immagine Guadalupana

Dell’impossibilità a resistere in simili condizioni da parte di una pittura eseguita senza preparazione del fondo testimonia l’esperimento condotto poco più di trent’anni dopo dal medico José Ignacio Bartolache. Fra il 1785 e il 1787 egli mette all’opera una squadra di filatori e di tessitori indigeni per far tessere degli ayates il più possibile simili a quello di Juan Diego, utilizzando due diversi tipi di fibra vegetale — solo nel 1976 si potrà accertare che il tessuto della tilma è ricavato da fibre di agave popotule —, ma senza riuscire a far riprodurre esattamente la consistenza dell’originale. Alla fine, stanco dei tentativi, sceglie gli ayates che gli sembrano, all’occhio e al tatto, meno peggiori e incarica cinque pittori di eseguire copie della Madonna di Guadalupe sulla tela non preparata, adoperando i colori e le tecniche di pittura in uso duecentocinquant’anni prima. Una di queste copie — dipinta nel 1788 da Rafael Gutiérrez — viene collocata il 12 settembre dell’anno successivo sull’altare della Capilla del Pocito, da poco eretta accanto al santuario, che era stato completamente ricostruito, nella forma in cui lo si ammira ancor oggi, fra il 1695 e il 1709. Ma non vi resta a lungo: nonostante sia protetta da due robusti cristalli, la copia di Rafael Gutiérrez deve essere tolta dall’altare nel 1796 — sei anni dopo la morte di José Ignacio Bartolache — e riposta in un angolo della sacrestia, perché completamente rovinata. Frattanto, nel 1791, un incidente ha messo in luce un’altra singolare caratteristica dell’ayate. Alcuni operai, incaricati di pulire con una soluzione acquosa di acido nitrico al 50% la cornice d’oro che dal 1777 racchiude l’immagine, lasciano cadere inavvertitamente sulla tela parte della soluzione “detergente”. Stando alle leggi della chimica, dovrebbe essere un danno irreparabile: infatti, l’acido nitrico reagisce non solo con le proteine presenti nei tessuti d’origine animale o vegetale dando loro un caratteristico colore giallo — la cosiddetta “reazione xantoproteica” — ma, soprattutto, con la cellulosa che costituisce la struttura portante delle fibre vegetali, disgregandole. Invece, nel caso dell’ayate della Madonna di Guadalupe, il tessuto è rimasto inspiegabilmente integro, e le due macchie giallastre della reazione xantoproteica — che non hanno, comunque, toccato la figura della Vergine — vanno sbiadendo con il passar del tempo. A questo si aggiunga un altro fatto, a tutt’oggi inspiegabile, notato anch’esso per la prima volta nella seconda metà del secolo XVIII e più volte confermato anche ai nostri giorni: l’ayate “respinge” gli insetti e la polvere, che invece si accumulano abbondantemente sul vetro e sulla cornice (22).

Ma i risultati più sorprendenti verranno dagli studi sull’immagine della Madonna di Guadalupe compiuti nel nostro secolo. Nel 1936, il direttore della sezione di chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg, dottor Richard Kuhn — premio Nobel per la Chimica nel 1938 —, ha la possibilità di analizzare due fili, uno rosso e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego, forse ritagliati nel 1777 per adattare alla cornice l’antico mantello, e poi conservati come reliquie. I risultati delle analisi, condotte con le tecniche più sofisticate allora disponibili, sono incredibili: sulle fibre non vi è traccia di coloranti, né vegetali, né animali, né minerali (23).

La tecnica più usata oggi per determinare la natura dei pigmenti è quella della fotografia ai raggi infrarossi, che vengono riflessi o assorbiti in maniera diversa dalle varie sostanze contenute nei pigmenti stessi. Una prima fotografia a raggi infrarossi dell’immagine della Madonna di Guadalupe è eseguita nel 1946 dal fotolitografo Jesús Castaño, ma finisce in archivio a causa della morte dell’autore. Finalmente, nel 1979, lo scienziato e pittore americano Philip Serna Callahan esegue una quarantina di fotografie all’infrarosso dell’immagine, sulle quali può compiere uno studio accurato (24). Tale studio, anche se viziato da qualche difetto nelle tecniche fotografiche, è il più accurato fra quelli compiuti sui colori che formano l’immagine e conferma nella sostanza gli studi precedenti: la quasi totalità della figura fa tutt’un corpo con il tessuto dell’ayate, con l’eccezione di alcune parti, come le mani, che appaiono ridipinte per ridurre la lunghezza delle dita, l’intera parte inferiore compresa la figura dell’angelo, l’argento della luna, l’oro dei raggi solari e delle stelle, e il bianco delle nubi che circondano i raggi stessi. A proposito di questi e di altri particolari, che Philip Serna Callahan definisce un po’ troppo sbrigativamente “aggiunte”, occorre fare alcune precisazioni. Dell’applicazione di una patina bianca sulle nubi — allo scopo di cancellare dei cherubini che, dipinti per eccesso di devozione intorno alla figura della Vergine, si erano deteriorati quasi sùbito — parla già nel 1668 padre Francisco Florencia S.J. nel suo libro Estrella del Norte de México (25). Così pure l’aggiunta d’oro ai raggi del sole e d’argento alla luna era già stata notata — e biasimata — dagli studiosi che avevano compiuto il primo esame scientifico nel 1666. Quanto alla cancellazione della corona che originariamente ornava il capo della Vergine, si tratta di un intervento assai recente, del 1895, eseguito dal pittore Salomé Pina per “far posto” alla corona d’oro massiccio che in quell’anno viene, con una cerimonia ufficiale, applicata all’immagine (26). Per quanto riguarda il resto dell’immagine, sembra difficile che possa avere subìto “aggiunte” nel senso inteso da Philip Serna Callahan: sia la più antica descrizione dell’immagine, In tilmatzintli, scritta con ogni probabilità da Antonio Valeriano nella seconda metà del secolo XVI e pubblicata da Luis Lasso de la Vega nel 1649 insieme con il Nican mopohua (27), sia la già menzionata copia presente alla battaglia di Lepanto — e quindi anteriore al 1571 — mostrano l’immagine come ci appare oggi, a parte ovviamente la corona cancellata nel 1895. È quindi più probabile che gli interventi di mano umana individuati da Philip Serna Callahan siano solo semplici ritocchi; e don Faustino Cervantes Ibarrola, nelle sue note al libro di Philip Serna Callahan, ritiene che siano stati apportati dal pittore indio Marcos Cipac — quello accusato da padre Francisco Bustamante O.F.M. di essere l’autore del “falso” dell’immagine di Nostra Signora di Guadalupe — al tempo della costruzione della seconda ermita da parte dell’arcivescovo padre Alonso de Montúfar O.P., probabilmente per riparare i danni arrecati alla tilma dall’esposizione per più di vent’anni in condizioni che avrebbero dovuto distruggere completamente qualunque ayate. In ogni caso, è significativo che anche le fotografie all’infrarosso abbiano dimostrato la natura “non manufatta” — acheropita, per dirla con il termine tecnico d’origine greca — della parte essenziale dell’immagine.

Ma i risultati più incredibili sono venuti dall’esame degli occhi della Vergine di Guadalupe. È noto che nell’occhio umano si formano tre immagini riflesse degli oggetti osservati — una sulla superficie esterna della cornea, la seconda sulla superficie esterna del cristallino e la terza, ovviamente rovesciata, sulla superficie interna del cristallino stesso — dette “immagini di Purkinje-Sanson” dai nomi dei due ricercatori che le scoprirono nel secolo XIX. Se tali immagini riflesse, oltre che negli occhi di una persona vivente, possono forse essere viste anche in una fotografia ad alta risoluzione del suo viso, non potranno certo mai vedersi negli occhi di un volto umano dipinto su una tela. Eppure, nel 1929, il fotografo Alfonso Marcué González, esaminando alcuni negativi dell’immagine della Madonna di Guadalupe, scorge nell’occhio destro qualcosa di simile al riflesso di un mezzo busto umano. La scoperta — tenuta segreta in attesa di esami più approfonditi — è confermata il 29 maggio 1951 dal fotografo ufficiale del santuario, José Carlos Salinas Chávez, che rilascia pubblica dichiarazione scritta di aver vista […] riflessa nella pupilla del lato destro della Vergine di Guadalupe la Testa di Juan Diego, accertandone subito la presenza anche sul lato sinistro” (28).

La presenza negli occhi della Vergine di questa presunta “testa di Juan Diego” viene confermata negli anni successivi dalle osservazioni di illustri oftalmologi, compiute anche direttamente sulla tilma priva del vetro protettivo, i quali riescono pure a individuare, nel solo occhio destro, la seconda e la terza immagine di Purkinje-Sanson. È una scoperta che rende ancora più “inspiegabile” l’immagine del Tepeyac, ma non è ancora tutto. Infatti, quando nel 1979 l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann, esperto di elaborazione elettronica delle immagini, viene a conoscenza della scoperta fatta da José Carlos Salinas Chávez ventotto anni prima, chiede di poter analizzare — con il metodo dell’elaborazione elettronica mediante computer, usato, fra l’altro, per la “decifrazione” delle immagini inviate sulla terra dai satelliti artificiali e dalle sonde spaziali — i riflessi visibili negli occhi della Madonna di Guadalupe. Con questo metodo — basato sulla scomposizione di una figura in “punti” luminosi e sulla “traduzione” della luminosità di ciascun punto nel “codice binario” del calcolatore — José Aste Tonsmann riesce a ingrandire le iridi degli occhi della Vergine fino a 2500 volte le loro dimensioni originarie, e a rendere, mediante opportuni procedimenti matematici e ottici, il più possibile nitide le immagini in esse contenute. Il risultato ha, ancora una volta, dell’incredibile: negli occhi della Madonna di Guadalupe è riflessa l’intera scena di Juan Diego che apre la sua tilma davanti al vescovo Juan de Zumárraga O.F.M. e agli altri testimoni del miracolo. In questa scena è possibile individuare, da sinistra verso destra guardando l’occhio: un indio seduto, che guarda in alto; il profilo di un uomo anziano, con la barba bianca e la testa segnata da un’avanzata calvizie e da qualcosa di simile alla chierica dei frati, molto somigliante alla figura del vescovo Juan de Zumárraga O.F.M. quale appare nel dipinto di Miguel Cabrera raffigurante il miracolo della tilma; un uomo più giovane, quasi sicuramente l’interprete Juan González; un indio dai lineamenti marcati, con barba e baffi, certamente Juan Diego, che apre il proprio mantello, ancora privo dell’immagine, davanti al vescovo; una donna dal volto scuro, forse una schiava nera; un uomo dai tratti spagnoli — quello già individuato dagli esami oftalmoscopici sulla tilma e inizialmente scambiato per Juan Diego — che guarda pensoso la tilma accarezzandosi la barba con la mano. Tutti questi personaggi stanno guardando verso la tilma, meno il primo, l’indio seduto, che sembra guardare piuttosto il viso di Juan Diego. Insomma, negli occhi dell’immagine della Madonna di Guadalupe vi è come una “istantanea” di quanto accaduto nel vescovado di Città di Messico al momento in cui l’immagine stessa si formò sulla tilma. Al centro delle pupille, poi, si nota, in scala molto più ridotta, un’altra “scena”, del tutto indipendente dalla prima, in cui compare un vero e proprio “gruppo familiare” indigeno composto da una donna, da un uomo, da alcuni bambini, e — nel solo occhio destro — da altre persone in piedi dietro la donna.

La presenza di queste immagini negli occhi è, innanzi tutto, la conferma definitiva dell’origine prodigiosa dell’icona guadalupana: è materialmente impossibile dipingere tutte queste figure in cerchietti di circa 8 millimetri di diametro, quali sono le iridi della Madonna di Guadalupe, e per di più nell’assoluto rispetto di leggi ottiche totalmente ignote nel secolo XVI. Inoltre, la scena del vescovado come appare negli occhi della Vergine pone un altro problema: essa non è quella che poteva essere vista dalla superficie della tilma, dato che vi compare Juan Diego con la tilma dispiegata davanti al vescovo. A questo proposito José Aste Tonsmann avanza l’ipotesi che la Madonna fosse presente, sebbene invisibile, al fatto, e abbia “proiettata” sulla tilma la propria immagine, avente negli occhi il riflesso di ciò che stava vedendo (29).

Un altro studio scientifico che ha dato risultati molto interessanti è quello relativo alla disposizione delle stelle sul manto della Vergine, disposizione che, pur essendo diversa da quelle “geometriche” tipiche dei cieli dipinti, per esempio, sulle volte di alcune chiese, sembra tutt’altro che casuale. Questo fatto, che mal si accorda con la sbrigativa definizione di “aggiunte” data da Philip Serna Callahan alle stelle del manto e ai disegni del broccato della tunica, spinge don Mario Rojas Sánchez, traduttore dei testi náhuatl sull’apparizione e studioso della cultura azteca, a uno studio accurato su questi due particolari dell’immagine di Guadalupe. Partendo dalla somiglianza fra i grandi fiori in boccio visibili sulla tunica della Vergine e il simbolo azteco del tépetl, cioè del monte, don Mario Rojas Sánchez ha identificato sulla tunica una “mappa” dei principali vulcani del Messico; quanto alle stelle, lo stesso sacerdote ha potuto accertare, grazie alla collaborazione di alcuni astronomi e dell’osservatorio Laplace di Città di Messico, che esse corrispondono alle costellazioni presenti sopra Città di Messico al solstizio d’inverno del 1531 — solstizio che, dato il calendario giuliano allora vigente, cadeva il 12 dicembre — viste però non secondo la normale prospettiva “geocentrica”, ma secondo una prospettiva “cosmocentrica”, ossia come le vedrebbe un osservatore posto “al di sopra della volta celeste” (30).

[…]

(5) Il significato del nome azteco di Juan Diego è “Colui che parla come un’aquila”. Poiché l’aquila è il simbolo dell’evangelista san Giovanni, il nome Juan con cui Cuauhtlatóhuac fu battezzato mostra come i missionari spagnoli tendessero a “inculturare” il cristianesimo dando anche — quando era possibile — agli indios convertiti nomi cristiani di significato simbolico analogo a quello dei loro originari nomi “pagani”.

(6) Le più antiche relazioni sulle apparizioni della Madonna di Guadalupe e sull’impressione prodigiosa della sua immagine sulla tilma di Juan Diego sono due documenti in lingua náhuatl della prima metà del secolo XVI: l’Inin huey tlamahuizoltzin, “Questa è la gran meraviglia”, attribuito al sacerdote spagnolo Juan González, interprete del primo vescovo di Città di Messico, padre Juan de Zumárraga O.F.M., scritto fra il 1541 e il 1545, quando erano ancora vivi Juan Diego e lo stesso vescovo; e il Nican mopohua, “Qui si racconta”, attribuito al nobile azteco Antonio Valeriano, allievo del collegio francescano di Santa Cruz di Tlatelolco, scritto fra il 1545 e il 1555. I titoli dei due documenti sono costituiti, secondo l’uso indigeno, dalle parole con cui iniziano. Per il Nican mopohua, che contiene la narrazione più estesa e più ricca di particolari, cfr. la traduzione castigliana, con frequenti riferimenti in nota all’originale náhuatl, in Primo Feliciano Velázquez, La aparición de Santa María de Guadalupe, 2a ed., Editorial Jus, Città di Messico 1981, pp. 146-161; cfr. una traduzione italiana di entrambi i testi, condotta sulla più recente versione castigliana di don Mario Rojas Sánchez, in Claudio Perfetti, Guadalupe. La tilma della Morenita (Messico 1931), 2a ed., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1988, pp. 37-39 e 45-67. Quest’opera, una delle poche in lingua italiana sulla Madonna di Guadalupe, è utile perché riporta le traduzioni dei principali documenti — náhuatl e spagnoli — sull’argomento, ma è viziato, dal punto di vista teologico, da influenze della “teologia della liberazione” e di quell’”indigenismo” che induce molti missionari, specie in Amazzonia, a trasformare la necessaria “inculturazione” dell’evangelizzazione in una rinuncia di fatto all’evangelizzazione stessa (cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Tribalismo indígena, ideal comuno-misionário para o Brasil no século XXI, Vera Cruz, San Paolo 1977). Migliore, da questo punto di vista, l’articolo di Rosario Camargo, La Madonna di Guadalupe, in Studi Cattolici, anno XXVI, n. 254-255, aprile-maggio 1982, pp. 262-267.

(7) Diminutivi náhuatl di “Juan” e “Juan Diego”. Presso gli aztechi il diminutivo, formato con il suffisso “tzin”, era principalmente un segno di rispetto: cfr. P. F. Velázquez, La aparición de Santa María de Guadalupe, cit., p. 148, nota 1.

(8) A. Valeriano, Nican mopohua, vv. 183-184, in C. Perfetti, op. cit., p. 64.

(9) Quattordici fra miracoli e grazie avvenuti per intercessione della Madonna di Guadalupe fra il 1531 e la fine del secolo XVI sono narrati nel Nican moctepana, “Qui si riferiscono”, scritto agli inizi del secolo XVII dal nobile messicano Fernando de Alva Ixtlilxóchitl, discendente dei re di Texcoco e dei signori di Teotihuacán: cfr. la versione castigliana in P. F. Velázquez, La aparición de Santa María de Guadalupe, cit., pp. 164-177, e quella italiana in C. Perfetti, op. cit., pp. 71-81.

(10) Di uno dei canti náhuatl, noto con il titolo spagnolo di Pregón del atabál, attribuito a Francisco Plácido, signore di Azcapotzalco, ci è stato conservato il testo: cfr. una sua traduzione in C. Perfetti, op. cit., pp. 208-209.

(11) Cfr. F. de Alva Ixtlilxóchitl, Nican moctepana, in C. Perfetti, op. cit., pp. 71-72. Una raffigurazione pittorica del miracolo, con un riquadro raffigurante la processione, si trova in una grande tela di metri 2,75 x 6,10, copia della seconda metà del secolo XVII di un più antico dipinto, oggi perduto, risalente al 1533, ossia ad appena due anni dopo il miracolo. Il dipinto, ritrovato nel 1960 dietro un muro in una costruzione attigua al santuario, è riprodotto in AA. VV., Album Conmemorativo del 450 aniversario de las apariciones de Nuestra Señora de Guadalupe, Ediciones Buena Nueva, Città di Messico 1981, pp. 28-29.

(12) F. de Alva Ixtlilxóchitl, op. cit., in C. Perfetti, op. cit., p. 81.

(13) Fray Bernardino de Sahagún O.F.M., Historia general de las cosas de la Nueva España, l. XI, cap. XII, App., in C. Perfetti, op. cit., p. 85; cfr. P. F. Velázquez, La aparición de Santa María de Guadalupe, cit., pp. 352-353. Ho corretto la traduzione italiana sulla base del testo originale, riportato e annotato da Primo Feliciano Velázquez, per quanto riguarda il termine Dios y nantzin, che è composto dal castigliano Diós,“nome proprio” del Dio cristiano per gli indios, e dal náhuatl y nantzin, o inantzin, “sua venerabile madre”.

(14) Cfr. C. Perfetti, op. cit., p. 25; e AA. VV., Album Conmemorativo del 450 aniversario de las apariciones de Nuestra Señora de Guadalupe, cit., p. 273.

(15) Cfr. AA. VV., Album Conmemorativo del 450 aniversario de las apariciones de Nuestra Señora de Guadalupe, cit., pp. 123 e 275; e C. Perfetti, op. cit., p. 167, nota e fotografia nella 16a delle pagine — non numerate — delle illustrazioni.

(16) Cfr. ibid., pp. 87-103; e P. F. Velázquez, La aparición de Santa María de Guadalupe, cit., pp. 184-221.

(17) Cfr. AA. VV., Album Conmemorativo del 450 aniversario de las apariciones de Nuestra Señora de Guadalupe, cit., p. 274.

(18) Cfr. Ap. 12, 1.

(19) Anche qui abbiamo il parallelo con la Donna dell’Apocalisse (12, 2).

(20) Cfr. C. Perfetti, op. cit., pp. 104-107; e P. F. Velázquez, La aparición de Santa María de Guadalupe, cit., pp. 227-235.

(21) Cfr. la traduzione quasi integrale in C. Perfetti, op. cit., pp. 113-133.

(22) Cfr. ibid., pp. 134-138.

(23) Cfr. ibid., pp. 140-141.

(24) Cfr. Philip Serna Callahan e Jody Brant Smith, La tilma de Juan Diego, ¿técnica o milagro? Estudio análitico al infrarrojo de la Imagen de Nuestra Señora de Guadalupe, trad. spagnola e note di don Faustino Cervantes Ibarrola, 2a ed., Alhambra Mexicana, Città di Messico 1982; e C. Perfetti, op. cit., pp. 148-167.

(25) Cit. in C. Perfetti, op. cit., p. 162. Secondo Philip Serna Callahan potrebbe trattarsi di stucco a base di calce: ma in questo caso l’acido nitrico, che nel 1791 cadde proprio sulla “nube” a sinistra della Vergine, avrebbe dovuto decomporre e asportare il rivestimento, cosa che non sembra essere avvenuta…

(26) Cfr. C. Perfetti, op. cit., p. 162.

(27) Cfr. la traduzione italiana di In tilmatzintli in C. Perfetti, op. cit., pp. 68-70.

(28) Cit. in C. Perfetti, op. cit., p. 168; cfr. anche la fotografia dell’autografo di José Carlos Salinas Chávez nella 17a pagina delle illustrazioni.

(29) Cfr. C. Perfetti, op. cit., pp. 168-179, e le fotografie degli ingrandimenti ottenuti da José Aste Tonsmann nella 19a pagina delle illustrazioni; R. Camargo, art. cit., p. 267; e Ilario Valdalma, Santuari. Gli occhi della Madonna di Guadalupe, in Studi Cattolici, anno XXVI, n. 262, dicembre 1982, pp. 840-841. Quanto alla seconda “scena” presente negli occhi della Vergine, quella del “gruppo familiare indigeno”, essa potrebbe significare che Maria stava contemporaneamente “guardando” — in quel senso di amorosa attenzione che ha nella liturgia e nelle preghiere il verbo latino respicere — il popolo indio a cui veniva, con le sue apparizioni sul Tepeyac, a portare il suo Divin Figlio.

(30) Cfr. C. Perfetti op. cit., pp. 180-182.

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.