Quel grande amore che finì con la morte

Questo breve racconto INEDITO è stato scritto nel 2005 a conclusione del corso di alta formazione in scrittura creativa organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ai corsisti veniva comunicato il titolo, da cui poi ricavare il racconto. Con piacere lo condividiamo con voi, ringraziando l’Autrice. Buona lettura! [RS]

 

di Isabella Spanò

 

Sergio non ci pensava. Soltanto le ricerche e qualche docenza alla facoltà di Chimica e Tecnologia Farmaceutiche calamitavano la sua
attenzione. Ogni tanto, sì, con una stretta al cuore gli si affacciava alla mente una riflessione sulla vita coniugale che conduceva, ad ogni buon conto prontamente scacciata.
Poi, l’incontro avvenne.
Era un pomeriggio di luglio, insopportabilmente afoso e irritante per l’insistere delle cicale. Nell’aula in cui a breve si sarebbero tenuti gli orali del primo appello estivo di chimica analitica, Sergio stava cercando di applicarsi alla correzione degli elaborati degli studenti.
– È lei l’assistente del prof. Marescotti? -. La voce sottile interruppe bruscamente la sua conquistata concentrazione.
– Sì. Mi dica -. – Avrei bisogno di un chiarimento sul meccanismo molecolare d’azione degli antistaminici -. E mentre la ragazza esponeva i
suoi dubbi, in Sergio cominciavano a prodursi i primi segni di scompenso cardiaco. “Coup de foudre!” fu il commento tra sé e sé.
– Bisogno di altre informazioni? – Mi ripeta il suo nome, per cortesia…-
Giulia: occhi cerulei da ottobrata romana, capelli morbidamente ricadenti sulle spalle e accesi come braci.
– Mi sembra in ogni modo ben preparata: non si preoccupi per l’esame -.
– La ringrazio moltissimo, va bene così, non ho altro da chiederle. Mi scusi del disturbo -.
– Si figuri. Torni pure, se per caso vuole altre spiegazioni: sono a sua disposizione -. Sergio si protese verso di lei, dalla cattedra, facendo
mostra del più largo e accattivante sorriso di cui era capace.
Da quel giorno, per Sergio la moglie si ridusse a un’ombra indistinta, il figlio, del quale già non si occupava particolarmente, perse ogni interesse ai suoi occhi: l’unica tormentosa attesa fu quella di rivedere Giulia.
La studentessa finalmente tornò. Non una, ma due volte in immediata successione.
Nell’approfondire lo studio, dichiarò, le erano sorti dei dubbi riguardo ad alcune particolari reazioni molecolari. Per lei
l’approfondimento di certi aspetti della materia era di fondamentale importanza, dal momento che stava preparando la tesi sperimentale in
farmacologia sulle nuove frontiere dell’utilizzo clinico di determinate sostanze.
Come si sa, da cosa nasce cosa – specialmente se ci sono tutte le premesse perché nasca.
Sergio era sposato da dieci anni, cinque mesi, un giorno quando conobbe Giulia.
In realtà, nel momento in cui si erano trovati davanti all’altare, non si può sostenere che non fossero decisamente convinti, lui e Annalisa. O,
meglio: Annalisa era convinta, oltre che molto innamorata. Quanto a lui, era pazzo d’amore: e quindi era convinto.
L’amicizia con Annalisa era nata tre anni prima durante una festa, come accade spesso. Era una venticinquenne attraente – alta, ben fatta,
profilo perfetto, sguardo profondo e fiero -, ma, al di là di quello, con lei Sergio aveva cominciato relativamente presto ad avvertire un senso di comunanza di gusti, intendimenti e ideali – delle vere e proprie affinità elettive. Lui, giovane uomo passionale e impulsivo, nel giro di poco tempo si era ritrovato innamorato cotto.
Sergio credeva spontaneamente nell’amore eterno e nella fedeltà, e il sentimento che allora provava per Annalisa era tale da confermarlo in
quella persuasione. Perciò gli capitava di ragionare in questi termini: “Durerà per sempre. Sarà stupendo avere i nostri bambini, crescerli,
vederli poi adulti. Sarà stupendo diventare vecchi fianco a fianco”.

Ma il sentimento spontaneo non è sufficiente a fondare un’esistenza in comune. Annalisa, in confronto, era molto più solida.
Dopi i primi tempi, infatti, Sergio aveva cominciato ad abituarcisi, al matrimonio. La volontà passionale che lo muoveva all’inizio era andata
spegnendosi. Non altrettanto era accaduto alla moglie, che aveva una coscienza d’affetti assai più costante e tenace.
Conosciuta Giulia, era scontato dunque che l’uomo, senza capacità di reazione, precipitasse in una sua personale foiba, spirituale prima che
materiale.
La studentessa, da parte sua, sapeva dosare con sapienza distacco e prossimità, freddezza e desiderio, nel tessere quella che, in un
rapido volgere di tempo, era diventata la loro relazione clandestina.
Crebbe così man mano in Sergio la gelosia verso la ragazza: in troppi le giravano attorno. Una sera, quindi, le chiese: – Senti, mi daresti la
chiave dell’appartamento? Voglio dire che potrei fare un duplicato della tua: non si sa mai che la perda, o che ti chiuda fuori inavvertitamente. E poi – e qui il tono divenne malizioso – potrei sempre farti qualche sorpresina -. La ragazza ebbe un’iniziale esitazione, ma acconsentì.
La gelosia di Sergio ebbe un momentaneo riflusso.
In compenso, parallelamente gli si accresceva il timore che la moglie si accorgesse dei tradimenti, mese dopo mese più frequenti, come
può immaginarsi.
Schiacciato tra l’incudine e il martello di simili dilemmi, un pomeriggio Sergio non ce la fece più. Andò, come al solito, alla casa di Giulia; ma questa volta girò la chiave nella toppa cercando di fare meno rumore possibile. Sforzandosi di tranquillizzarsi, l’uomo provò a pregustare la sorpresa che le avrebbe causato. La vivida immagine di lei nella vestaglietta color verde veronese era come un popup nel cervello, nel momento in cui si avvicinava alla sua porta.
Dunque, Sergio entrò.
Scivolò nell’ingresso e poi nel corridoio, pronto a chiamare la ragazza quando si fosse trovato a metà circa, per non spaventarla troppo.
Dominava un silenzio innaturale.
Sulle prime Sergio pensò che lei stesse studiando. Ma un istante dopo aveva già intuito che qualcosa realmente non andava: l’assenza di
rumori era troppo profonda. In un lampo, tutti i martorianti dubbi che lo ferivano da tempo come punture di spillo diventarono dei bulini nel cuore.
Si diresse allora verso la camera da letto, mentre una vampata di paura mista a rabbia gli saliva alla testa: allora era veramente con
qualcuno, la sua Giulia? Sempre tentando di non farsi minimamente sentire, introdusse lo sguardo nella stanza.
No, per fortuna Giulia era sola, distesa sul letto. Ma le persiane erano completamente aperte e la luce del giorno invadeva l’ambiente.
– Giulia, cara…-, sussurrò Sergio, ormai vicino alla giovane amante.
Non rispose.
Mentre stava per sfiorarle il braccio, lui notò sul comodino una scatola trasparente, aperta, vuota. Un’etichetta sul coperchio portava
scritto: “Very dangerous – warning – authorized people only”.
Sergio ebbe una violenta extrasistole. Scosse d’impeto il corpo della ragazza. Niente, nessuna reazione. La chiamò urlando, ancora e
ancora. Le sentì il polso: il battito non si percepiva. “È morta! È morta! Si è uccisa!”, si disperò l’uomo. Gli sembrò di venir meno, barcollò e si
accasciò per pochi istanti sul divanetto della camera, frastornato.
Una valanga di pensieri si abbatté sulla sua mente. La vita…? La morte…? Aveva più senso vivere, privato di Giulia?
Come avrebbe fatto senza quelle notti d’indescrivibile estasi erotica?
Perché avrà voluto farla finita, perché? Ma sì, non poteva che andare così: non avrebbe dovuto ingannare Annalisa e il loro bambino. Aveva amato Annalisa, diversamente rispetto a Giulia – senz’altro in maggior misura: perché allora l’esistenza era dolce e qualcosa dissetava lo spirito. Ma Sergio adesso voleva Giulia, la voleva per sempre e continuamente. Voleva soltanto fare l’amore con lei – e Giulia non c’era
più.
Di scatto si alzò.
Uscì dall’appartamento, meccanicamente chiamò l’ascensore. Nello specchio scorse un volto di cera. Uscì anche dall’edificio e salì sulla Golf,
posteggiata dirimpetto all’ingresso. Partì e si allontanò dal centro, via via raggiunse la prima periferia e proseguì fino al cartello indicatore della città. A quel punto, lanciò la macchina.
Giulia apprese la notizia della morte sul colpo del brillante ricercatore Sergio Leonardi la mattina successiva, dal quotidiano locale. Restò molto turbata, e per alcuni giorni si chiuse nel mutismo. Andò al funerale, mescolandosi tra la gente.
Poi fece di tutto per concentrarsi nello studio, e presto dimenticò.
Era una persona molto volitiva, lei, e d’altronde quella era stata non un’avventuretta – no di certo -, ma un’esperienza di vita da fare per forza,
da mettere in conto per sviluppare convenientemente il proprio ego liberando le pulsioni inconsce e per emanciparsi dalle residue inibizioni,
retaggi adolescenziali.
Di esperienze, a dire il vero, ne aveva fatte già molte, e di svariati generi. Ma tant’è: alla ragazza piaceva sperimentare. Amava provare tutto
di persona: ciò le procurava una sorta di ebbrezza quasi delirante, un brivido d’onnipotenza. Paragonava la vita ad un frutto da addentare
voracemente, e questa sua hybris aumentava man mano che l’esistenza scorreva con il suo carico di vicende.
Avrebbe avuto la tesi da discutere nella sessione primaverile, ed era quella la cosa più importante della sua vita, per il momento. L’ambizione la esaltava immensamente; e per quell’ambizione senza misura Giulia era disposta a tutto. Bisognava quindi rendere al massimo.
Si buttò a capofitto nel riordino del materiale e nella stesura del lavoro. Alla fine, i suoi sforzi furono coronati da un congruo successo:
abbraccio accademico e pubblicazione del saggio, intitolato “Sperimentazione farmacologica per l’utilizzo di sostanze psicotrope”.
Di sicuro, come d’altronde molti riconobbero, una tale egregia riuscita era stata merito soprattutto delle documentatissime
argomentazioni del capitolo centrale, “Somministrazione controllata di mescalina per l’induzione di stati di coma e di morte apparente”.

 

 

 

 

 

 

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