Sacralizzare il mondo o secolarizzare la Chiesa? Gli intellettuali britannici che si opposero al Concilio Vaticano II e alla “nuova messa” di Paolo VI

di Luca Fumagalli

Durante gli anni Cinquanta e Sessanta, in Gran Bretagna molti degli intellettuali cattolici più noti si opposero alle riforme, liturgiche e non, promosse in seno alla Chiesa, le stesse riforme che avrebbero trovato la loro legittimazione finale nel Concilio Vaticano II.

Mons. Ronald Knox

Mons. Ronald Knox, scomparso nel 1957, non ebbe modo di assistere in prima persona alla maggior parte dei cambiamenti. Visse comunque a sufficienza per constatare con amarezza il rilassamento del digiuno eucaristico e di quella che Evelyn Waugh chiamava «l’irruzione del laicato nella liturgia». Knox, secondo lo stesso scrittore inglese, fece in tempo a vedere pure «gli architetti ecclesiastici volgere le loro spalle al Mediterraneo e seguire lo stile severo e proletario del nord». Il monsignore, poi, era un accanito difensore del latino, un amore nato ai tempi della scuola: «La lingua latina come […] qualcosa che giace alle radici (penso l’abbia detto Hilaire Belloc) della cultura europea, deve avermi reso più arrendevole al fascino della liturgia e dell’ufficio latino in opposizione ai loro adattamenti e alle loro traduzioni in inglese». Nonostante l’intrinseco tradizionalismo, Knox fece comunque di tutto per reprimere il proprio disgusto per una Chiesa che stava cambiando aspetto. Del resto, come testimoniano le sue bellissime prediche, soprattutto quelle tenute a Maiden Lane, il monsignore era convinto che nulla di realmente sconveniente sarebbe mai potuto capitare alla barca di Pietro, poiché alla guida vi era un nocchiero infallibile.

Evelyn Waugh

Se Knox scomparve prima della rivoluzione liturgica degli anni Sessanta, non così Evelyn Waugh, che ebbe le prime avvisaglie del male incombente già durante la Settimana Santa del 1956, durante un ritiro presso l’abbazia di Downside. Nei suoi diari lo scrittore annotò che il triduo era stato «piuttosto noioso dal momento che la nuova liturgia introdotta per la prima volta quest’anno lascia troppe ore senza nulla da fare». Assistette poi ad alcune conferenze tenute da padre Illtyd Trethowan, «un giovane e brillante filosofo», ma Waugh si trovò «in violento disaccordo con tutto quello che ha detto e contrariato dalla nuova liturgia». L’avversione per le novità crebbe esponenzialmente in Waugh durante gli anni del Concilio Vaticano II (secondo lui, Giovanni XXIII «non aveva alcuna idea del vaso di Pandora che stava aprendo»). In quell’epoca l’autore di Ritorno a Brideshead si distinse pubblicamente in terra inglese come capofila dei contestatori del Novus Ordo e, più in generale, del “progressismo” teologico che permeava la maggior parte dei documenti conciliari (come ricorda Joseph Pearce, «l’eroe di Waugh era Pio IX, il primo pontefice a identificarsi di tutto cuore con lo spirito ultramontano»). Per sua fortuna – almeno così sostenne la figlia Margaret in una lettera e Lady Diana Cooper – Waugh morì improvvisamente nel 1966, prima che l’odiato rito montiniano soppiantasse definitivamente quello tradizionale: «Non essere troppo affranta per papà. Penso sia stato una sorta di meraviglioso miracolo. Lo sai quanto desiderasse ardentemente morire, ed è scomparso la domenica di Pasqua, quando tutta la liturgia è basata sulla morte e la resurrezione, dopo aver assistito alla messa in latino e aver ricevuto la Santa comunione esattamente come voleva. Sono sicura che durante la messa abbia chiesto di morire. Sono davvero, davvero felice per lui»[1].

Christopher Dawson

Anche lo storico Christopher Dawson guardò alle innovazioni con sospetto, considerandole la prova che Roma si stava allontanando dalla rinascita intellettuale e spirituale d’inizio secolo per franare nel materialismo tipico del mondo contemporaneo. Nel 1956 scrisse una lettera al suo amico Edward Ingram Watkins – noto saggista cattolico – elencando i mali che, secondo lui, stavano affliggendo la Chiesa: «L’estroversione, il legalismo, l’attivismo e, ancora, un’eccessiva attenzione per la teologia controversa e per tutte quelle follie come la liturgia in lingua vernacolare». Due anni più tardi, Dawson – che, ironicamente, era stato accusato di liberalismo in gioventù – si trovò a difendere a spada tratta il cattolicesimo della controriforma dagli attacchi provenienti dagli stessi ecclesiastici, in particolare da padre Louis Bouyer, autore del volume Du Protestantism à L’Eglise: «Egli non coglie le grandi conquiste del cattolicesimo barocco nel campo del misticismo e della spiritualità. Sembra credere che la Chiesa esista per la liturgia e non viceversa; personalmente preferirei vedere a messa pochi Santa Teresa e San Filippo piuttosto che un’intera tribù di fedeli dialoganti». Dawson, che considerava i cambiamenti come «causati in gran parte da un movimento puritano dentro la gerarchia», non si oppose al Concilio Vaticano II, ma fino alla morte sostenne che esso «avrebbe dovuto conservare la forma della messa».

Watkins, all’opposto, aveva un’opinione di gran lunga migliore sul rinnovamento in atto. Nel 1957 pubblicò un libro, Roman Catholicism in England from the Reformation to 1950, in cui compariva un lungo brano a sostegno del cambiamento: «La barca di Pietro, in breve, ha iniziato il suo viaggio dal cattolicesimo della controriforma al cattolicesimo del futuro, non una nuova religione ma una nuova presentazione, una comprensione più ampia e profonda della medesima religione rivelata una volta per tutte».

David Jones e Antonia White

L’ottimismo di Watkins, tuttavia, in patria era condiviso da pochissimi. Il poeta e artista David Jones, così come la scrittrice Antonia White, espressero più di un dubbio a proposito del Novus Ordo. Se Jones, parlando con amarezza e grande sofferenza, fu lapidario – «un anno aboliscono il tricorno sacerdotale, l’anno dopo aboliscono la messa» –, la White, che sempre visse con la propria Fede un rapporto di amore e odio, mise nero su bianco un pensiero comune a molti dei suoi amici: «Nella messa ora non c’è più spazio per il silenzio. Sono colpita immensamente non tanto dalla nostalgia (quando a settembre andavo alla messa solenne in latino), ma da quanto abbia perso la liturgia nella versione semplicistica che oggi abbiamo».

Graham Greene

Persino un insospettabile come Graham Greene – che salutò con entusiasmo “l’aggiornamento” promosso dal Concilio – non mancò di esprimere il proprio disappunto sulla “nuova messa”: «Personalmente penso che le riforme liturgiche siano irritanti. Ero solito andare a Londra in una piccola chiesa dove la messa iniziò a essere celebrata in spagnolo, che non parlo. Con il vecchio rito uno poteva capire il latino, perché nel messalino vi era la traduzione, così fui molto infastidito dal fatto di non poter seguire una messa che veniva celebrata in una lingua che non era la mia». Non sorprende, dunque, scoprire il nome di Greene tra quello dei firmatari dell’appello che, nel 1971, portò al cosiddetto “indulto di Agatha Christie”.

Robert Speaight

Sulla stessa lunghezza d’onda il saggista Robert Speaight, nella cui autobiografia, The Property Basket (1970), non nascose il proprio sdegno per il Novus Ordo e il Concilio Vaticano II, uno sdegno espresso in toni quasi guareschiani: «Eravamo interessati a sacralizzare il mondo, non a secolarizzare la Chiesa. Potevamo aver pensato di semplificare l’altare, […] ma non volevamo certo sostituirlo con un tavolo da cucina. Il latino della messa non era solo familiare ma anche profondamente spirituale, e non volevamo barattarlo via per una lingua vernacolare che ha giustificato le nostre peggiori paure. Non volevamo che il sacerdote si vestisse come un parrocchiano […]. Eravamo contro i modernisti, e forse, tranne nel campo estetico, contro i moderni; radicali solo nel senso che volevamo andare in fondo, fino alle radici, non nel senso che volevamo estirparle. Eravamo più ansiosi di preservare i valori di un’antica civiltà che di costruirne una nuova».

Alec Guinness

Il giudizio di Speaight riecheggia nelle parole di Alec Guinness: «Dal pontificato di Pio XII molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere portando via da Roma lo splendore e il mistero». L’attore, a metà degli anni Ottanta, lamentava nella sua autobiografia «la banalità e la volgarità delle traduzioni che avevano soppiantato il magnifico latino» della liturgia, per non parlare poi «della stretta di mano e dei sorrisi imbarazzanti o affettati che avevano sostituito la gestualità più antica». Nonostante ciò, come molti dei suoi connazionali, Guinness era sicuro che la Chiesa prima o poi sarebbe tornata a lodare «il Dio di tutti i tempi, del passato e del futuro, e non l’Idolo della Modernità, così venerato da alcuni dei nostri vescovi, preti e suore in minigonna».

Hugh Ross Williamson

Ad eccezione di Waugh, tra coloro che furono ostili alle riforme degli anni Cinquanta e Sessanta quello più veemente fu probabilmente Hugh Ross Williamson. Tra il 1969 e il 1970 Williamson pubblicò due pamphlet, The Modern Mass e The Great Betrayal, in cui venivano contestati tutti quei cambiamenti che avevano portato alla sostituzione della messa tridentina. I due scritti non erano solo una protesta, di più, erano un vero e proprio attacco alla gerarchia, quasi una dichiarazione di guerra. A causa del rapido deteriorarsi della salute, lo scrittore fu costretto a trascorrere gli ultimi otto anni di vita nella propria casa di Bayswater, dopo aver subito l’amputazione di una gamba. Tuttavia, come racconta la figlia, Williamson, che morì nel 1978, non rinunciò mai all’amata liturgia tradizionale: «Il sacerdote veniva da noi e celebrava messa per lui, in latino. Era molto arrabbiato a causa del Concilio Vaticano II. Scrisse due o tre libretti sul tema. Fu uno dei fondatori della Latin Mass Society. Non volle mai andare alla “nuova messa” ed era d’accordo con Evelyn Waugh».

In Gran Bretagna la compagine degli avversari del Concilio Vaticano II e della “nuova messa” di Paolo VI era molto variegata. Al di là delle ragioni dei singoli – sovente molto diverse –, ciò che accomunava i “conservatori” inglesi era un sincero amore per liturgia tridentina, per quella messa che i loro antenati avevano difeso a costo del martirio e che la gerarchia ecclesiastica, preda di uno stolto complesso d’inferiorità nei confronti del mondo moderno, aveva colpevolmente cancellato con un colpo di spugna. Solo chi, come loro, aveva vissuto per molto tempo fianco a fianco con i protestanti, poteva capire davvero la gravità della rivoluzione che si stava consumando nella Chiesa.


[1] Per chi volesse approfondire la ragioni delle critiche mosse da Waugh alle riforme conciliari, si rimanda agli articoli della rubrica “Evelyn Waugh: lettere sul Concilio”, pubblicati a cadenza settimanale su questo sito.

4 Commenti a "Sacralizzare il mondo o secolarizzare la Chiesa? Gli intellettuali britannici che si opposero al Concilio Vaticano II e alla “nuova messa” di Paolo VI"

  1. #jb Mirabile-caruso   24 Dicembre 2018 at 7:14 am

    È davvero amaramente sorprendente osservare che, fra tutti questi distinti personaggi di menti brillanti e di statura morale solida ed elevata, non uno di loro abbia rilevato che la Chiesa Cattolica, nel contesto della crisi in cui si trova, NON è, nella realtà, il “Soggetto che fa l’azione” che a loro appare di essere, bensì il “Soggetto che subisce, impotente, l’azione”.

    Quasi quasi mi viene da sospettare – al rischio di far peccato nel caso il mio sospetto dovesse rivelarsi infondato – che tutti, o molti di loro, conoscano la Verità ma che non vogliano pubblicamente accettarLa per il sol fatto di non essere disponibili a mettere in forse il loro prestigio sociale esponendosi all’accusa infame di essere dei “cospirazionisti”.

    Nel qual caso – ironia delle ironie – evitano questo pericolo per ineluttabilmente esporsi, tuttavia, ad un altro ben più grave: quello di essere considerati dei “collaborazionisti”!

    E che collaborazione, quando si va a scoprire di CHI !!!

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  2. #angela   24 Dicembre 2018 at 8:05 pm

    Quanta vera ed amara la sua considerazione jb. Posso sollevarla sulla certezza che non compie giudizio temerario, dato che nelle mie confessioni (alle quali di conseguenza ormai rinuncio) il sospetto è divenuto certezza: sanno tutto e persino del papato di Siri, quasi tutti. D’altra parte lo dissero le profezie: la fede si conserverà in rari posti protetti dal Signore.

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  3. #andrea carancini   23 Giugno 2019 at 8:18 pm

    Un plauso a questo interessantissimo articolo di Luca Fumagalli!

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    • #guelfonero   24 Giugno 2019 at 6:53 pm

      Grazie caro Andrea. Piergiorgio Seveso

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