C. S Lewis e la Chiesa di Roma: una storia d’amore e odio

di Luca Fumagalli

C. S Lewis (1898-1963) non ha certo bisogno di presentazioni. Professore a Oxford e romanziere di successo (tra le sue opere migliori si ricordano Le Cronache di Narnia, Le lettere di Berlicche e il saggio I quattro amori), in vita acquistò una certa notorietà anche come uno degli apologeti cristiani più vigorosi. Dopo aver rinnegato l’ateismo giovanile, Lewis aveva infatti abbracciato l’anglicanesimo, dando il via a una diuturna battaglia contro quelli che lui considerava i due mali endemici della modernità: l’irreligione e la corruzione dei costumi. Predicava un credo essenziale – Il cristianesimo così com’è, non a caso, è il titolo di uno dei suoi lavori più famosi –, senza enfatizzare le differenze dottrinali esistenti tra le varie Chiese. In altre parole, nei suoi scritti e nelle conferenze, Lewis si limitava a dimostrare la ragionevolezza della Fede, e mai andò oltre.

Allo stesso modo il suo rapporto con il cattolicesimo fu, per tutta la vita, a dir poco problematico, una storia d’amore e odio che, tuttavia, mostra alcuni aspetti interessanti. Una rapida sequela di fatti basta a dimostrarlo.

Quando venne pubblicato il saggio Religion and Culture (1948) di Christopher Dawson, in cui lo storico cattolico sosteneva l’importanza della religione nella fondazione e nella preservazione delle società, Lewis gli scrisse una lettera piena d’ammirazione. Dawson e Lewis, più tardi, ebbero anche modo di incontrarsi di persona, ma la timidezza del primo fu di ostacolo a un eventuale sviluppo dei loro rapporti (analoghe difficoltà si verificarono pure tra Lewis e la filosofa “papista” Elizabeth Anscombe).  

Nonostante tutto, il professore di Oxford ebbe molti amici cattolici tra cui J. R. R. Tolkien, Dom Bede Griffiths e R. E. Havard. Fece la conoscenza anche di mons. Ronald Knox, con cui conversò amabilmente per varie ore. Poco tempo dopo, purtroppo, Knox venne costretto a lasciare l’università e i due non si rividero mai più; Lewis continuò però a considerare il monsignore l’uomo più arguto d’Europa.

Dal 1947 al 1954 Lewis intrattenne una fitta corrispondenza epistolare con don Giovanni Calabria, un sacerdote veronese impegnato in opere di carità. Non conoscendo le rispettive lingue, entrambi scrivevano in latino: Lewis vantava uno stile elegante e raffinato, quasi ciceroniano, mentre don Calabria, che aveva concluso gli studi con grandissima fatica, usava una vocabolario più limitato e semplice. Le lettere, oltre a testimoniare una straordinaria amicizia, raccontano qualcosa del singolare ed enigmatico approccio di Lewis al cristianesimo: «Lo scisma nel Corpo di Cristo anche per me è causa di costernazione e motivo di preghiera […]. Da parte mia ho cercato di fare l’unica cosa che penso di essere in grado di fare, e cioè lasciare da parte le questioni più sottili sulle quali i cattolici e i protestanti sono in disaccordo». Ad eccezione del latino – di cui Lewis riconosceva il potere omologante – è difficile capire quali fossero quelli che lui stesso definiva i «punti di contatto più alti» fra i cristiani di ogni denominazione. Per don Calabria, al contrario, le cose erano chiarissime: unità significava semplicemente ritornare nella Chiesa di Roma.  

Dal momento che Lewis, secondo le parole del suo biografo e amico, Walter Hooper, era assolutamente leale all’anglicanesimo e non aveva alcuna intenzione di diventare “papista” – ne sapeva qualcosa Tolkien, che cercò sino all’ultimo di convincere l’amico a convertirsi –, col passare degli anni la sua posizione “conservatrice” in seno alla Chiesa d’Inghilterra si fece sempre più difficile (celebre la battaglia che lui e la scrittrice Dorothy L. Sayers ingaggiarono contro i sostenitori del sacerdozio femminile).

Nel 1981 lo scrittore cattolico Christopher Derrick, pupillo di Lewis, pubblicò un volume, C. S Lewis and the Church of Rome, destinato a suscitare un nugolo di polemiche. Derrick analizzava nel suo libro il controverso rapporto tra Lewis e la Fede cattolica, suggerendo diverse vicinanze; la cosa mandò Hooper – e molti altri – su tutte le furie (per ironia della sorte, anche quest’ultimo si convertì alla Chiesa di Roma nel 1988).

Ma è forse Padre Charles Smith, un ex ministro anglicano in seguito divenuto sacerdote, a cogliere meglio di chiunque altro la natura del profondo pregiudizio a causa del quale Lewis non volle mai diventare cattolico. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Jospeh Pearce – a sua volta autore di un saggio intitolato C. S. Lewis and the Catholic Church (2013) – dichiarò: «Ebbe una grande influenza sull’ “ortodossia” di diversi anglicani, ma non ho mai pensato che potesse anche solo ipotizzare la conversione; in lui vi era troppo protestantesimo nordirlandese. Ci fu sempre questa avversione per il “papismo”». Nascere nella parta sbagliata di Belfast, detto altrimenti, significava avere un futuro segnato.

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