La bolla “Benedictus Deus” di Pio IV: l’approvazione del Concilio di Trento

Evento fondamentale e sinonimo di restaurazione dell’Ordine, il Concilio di Trento, la base dottrinale dei “rigori” della Controriforma, appare tuttavia a chi ne studia il dipanarsi un evento della storia ecclesiastica tra i più complessi e travagliati.  Aperto , dopo quasi 10 anni di commissioni e rinvii, il 13 dicembre 1545 per l’autorità di Paolo III “per l’incremento e l’esaltazione della Fede e della Religione Cristiana, per l’estirpazione delle eresie, per la pace e l’unione della Chiesa, per la riforma del clero e del popolo, per la repressione e l’estinzione dei nemici del nome Cristiano”, fu chiuso il 4 dicembre 1563, regnante Pio IV. Durante questi diciotto anni accadde di tutto  dalle proteste gallicane cripto-scismatiche, alle schermaglie tra Carlo V e la Santa Sede circa il trattamento (conciliatorio o meno) nei confronti dei Luterani, alle ingerenze dei principi, fino al clamoroso arresto e carcerazione del Cardinale Giovanni Morone, primo Legato al Concilio, ordinati da Paolo IV per sospetto di eresia. Eppure – giacché Dio scrive diritto sulle linee storte – durante l’ultima sessione i 225 Padri poterono riaffermare la Verità cattolica contro i Protestanti: “Questa è la Fede dei Padri e degli Apostoli; questa la Fede degli Ortodossi”, e il Cardinal Morone, reintegrato nel grado, poté cantare il Te Deum di ringraziamento. Il Papa Pio IV, allora convalescente, ebbe gran giovamento dalla notizia della conclusione di questa grande travagliata opera e dispose che il 15 dicembre si facesse da San Pietro a Santa Maria sopra la Minerva una processione di ringraziamento con concessione di copiose indulgenze. Lo stesso Pontefice celebrò il Concilio nel Concistoro del 30 dicembre e in quello del 26 gennaio 1564 lo approvò solennemente con la seguente bolla “Benedictus Deus

PIO VESCOVO
A PERPETUA MEMORIA

Sia benedetto Iddio, Padre del nostro Signor Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale s’è degnato di riguardare la sua Santa Chiesa, scossa e agitata da tanti nembi e da tante tempeste, e di darle infine, per guarirne i mali che di giorno in giorno l’affiggevano sempre di più, il rimedio di cui essa aveva bisogno e che attendeva da molto tempo per estirpare gli errori tanto numerosi quanto perniciosi, per correggere i costumi e rimettere in vigore la disciplina ecclesiastica, per procurare la pace e la concordia al popolo cristiano. Già da lungo tempo il Nostro predecessore Paolo III, di pia memoria, aveva dato inizio nella città di Trento al Concilio ecumenico e generale, e alcune sessioni furono allora tenute. Riunito di nuovo nella medesima città dal suo successore Giulio III, lo stesso concilio, dopo alcune altre sessioni, non poté ancora essere condotto a buon fine a causa di vari impedimenti e difficoltà sorti ad ostacolarlo, rimanendo perciò interrotto a lungo, non senza grande tristezza dei buoni tutti, nel momento stesso cui la Chiesa richiedeva sempre di più questo rimedio.
Noi d’altra parte, non appena preso nella nelle mani il governo della Sede Apostolica, ci sforzammo di concluderlo, confidando nella misericordia divina e certi dell’appoggio del Nostro carissimo figlio in Cristo, Ferdinando imperatore eletto dei Romani, degli altri re cristiani, delle repubbliche e dei principi. E finalmente abbiamo raggiunto lo scopo che non avevamo mai cessato di perseguire né di giorno né di notte, coi nostri sforzi, domandandone assiduamente la realizzazione al Padre. Dopo che nella suddetta città, convocati dalle Nostre lettere, ma attirati altresì dalla loro stessa pietà accorsero da ogni parte, in numero imponente e degno di un Concilio ecumenico, Vescovi e altri insigni Prelati di tutte le nazioni cristiane, senza contare altri numerosi personaggi altrettanto sapienti nella conoscenza delle Sacre Scritture e nella scienza del diritto divino ed umano, Noi lasciammo al Concilio, presieduto dai legati della Sede Apostolica, intera libertà, fino al punto di permettere, con lettere spontaneamente scritte da Noi, ai Nostri legati, la libera discussione su materie propriamente riservate alla Santa Sede: tutto ciò che restava da trattare, definire, ordinare, al riguardo dei sacramenti e degli altri punti di dottrina necessari alla confutazione delle eresie, alla soppressione degli abusi, all’emendamento dei costumi. Ed è in effetti con completa libertà e con cura esemplare che il santo Concilio ha tutto definito, spiegato ed ordinato con la maggiore certezza e maturità che si potevano desiderare. Essendo quindi finiti tutti i lavori, il Concilio è stato chiuso, concludendosi in una così grande concordia ed unione di quanti vi avevano preso parte o assistito che apparve a tutti evidente che un consenso così unanime non poteva essere che l’opera del Signore; e i Nostri propri occhi e quelli di tutti erano nell’ammirazione. Riconoscenti per un così gran beneficio di Dio, Noi abbiamo subito ordinato pubbliche processioni nell’Alma Urbe, che di fatto furono celebrate con grande pietà dal clero e dal popolo; e abbiamo avuto cura di far rendere lodi e di celebrare azioni di grazia alla Divina Maestà. L’esito di questo Concilio Ci ha dato effettivamente una speranza grandissima, anzi quasi la certezza che la Chiesa trarrà di giorno in giorno profitto sempre più grande dai suoi decreti e dalle sue ordinanze.
Tuttavia il Santo Concilio mosso dal suo rispetto verso la Sede Apostolica, e seguendo in questo l’esempio degli antichi Concilii, Ci ha domandato la conferma di tutti i suoi decreti, fatti ai tempi dei Nostri predecessori o sotto il Nostro Pontificato, e questo per mezzo di un decreto redatto in sessione pubblica. Noi siamo stati informati di questa richiesta del Concilio, dapprima attraverso le lettere dei Nostri Legati, poi, dopo il loro ritorno dal rapporto fedele che essi ci hanno fatto delle intenzioni del Santo Concilio. Dopo aver maturamente deliberato a questo proposito insieme ai nostri venerabili fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, e avendo riconosciuto che tutti questi decreti sono cattolici, utili e salutari al popolo cristiano alla gloria di Dio onnipotente e dietro il consiglio e il consenso degli anzidetti fratelli, oggi nel Nostro Concistoro segreto, abbiamo confermato con l’autorità apostolica questi decreti, tutti insieme e ciascuno in particolare, e ordinato che siano accolti da tutti i fedeli; cosa che Noi facciamo anche con le presenti lettere affinché tutti ne abbiano una perfetta conoscenza, confermandoli e ordinando che siano osservati.
In virtù della santa obbedienza e sotto le pene stabilite dai sacri canoni e altre ancora più gravi, compresa la privazione dell’ufficio che Noi giudicheremo opportuno di stabilire, Noi intimiamo a tutti i Nostri venerabili fratelli e a ciascuno in particolare, patriarchi, arcivescovi, vescovi e a tutti gli altri prelati della Chiesa di qualsiasi condizione, grado, ordine e dignità essi siano, anche se sono onorati della dignità cardinalizia, che osservino esattamente detti decreti e statuti nelle loro Chiese, città e diocesi, in giudizio o fuori di giudizio, e che li facciano osservare inviolabilmente, ciascuno dai propri sudditi, in tutti ciò che potrà riguardarli, costringendo i ribelli e i contumaci con sentenze, censure e altre pene ecclesiastiche, anche quelle contenute in questi decreti, senza riguardi agli appelli e chiedendo anche, se necessario, l’aiuto del braccio secolare.
Noi avvertiamo egualmente e scongiuriamo per le viscere della misericordia di nostro Signore Gesù Cristo, il Nostro carissimo figlio, l’imperatore eletto, e tutti gli altri re, repubbliche e principi della cristianità, affinché con la stessa pietà che li ha fatti essere presenti al Concilio per mezzo dei loro ambasciatori, con la stessa pietà e con eguale zelo per la causa dell’onore di Dio e della salvezza dei loro popoli, per il rispetto alla Santa Sede e al Concilio, vogliano appoggiare con il loro aiuto e col loro favore i prelati che potrebbero averne bisogno per fare osservare ed eseguire questi decreti del Concilio, e perché vogliano non soltanto impedire, ma proscrivere assolutamente, nelle regioni sottomesse alla loro autorità, le opinioni contrarie alla sana e salutare dottrina del Concilio.
Inoltre per evitare ogni disordine e confusione che potrebbero nascere se fosse permesso a ciascuno di rendere pubblici commentari e le interpretazioni che più gli aggradano sui decreti del Concilio, Noi proibiamo in forza dell’autorità apostolica, a tutti, sia alle persone ecclesiastiche di qualsiasi ordine, condizione e grado, sia ai laici rivestito di qualsiasi onore e potenza, sotto pena d’interdetto, e a qualsiasi altro sotto pena di scomunica ipso facto, di pubblicare senza la Nostra autorità, commentari, glosse, annotazioni, osservazioni e in generale qualsiasi tipo di interpretazione sui decreti di detto Concilio, o altra cosa a qualunque titolo, anche sotto pretesto di dare maggior forza ai decreti in questione, di favorirne l’esecuzione etc.
Se qualche punto pare oscuro a qualcuno, vuoi nelle espressioni, vuoi nel senso delle ordinanze, sì che gli sembri richieda qualche interpretazione o decisione: che si salga al luogo che il Signore ha scelto, cioè alla Sede Apostolica, alla quale tutti i fedeli devono domandare da loro istruzioni e di cui il Santo Concilio stesso ha riconosciuto con tanto rispetto l’autorità. Se dunque sorge qualche difficoltà a riguardo dei decreti in parola, se qualche questione deve essere risolta, Noi ce ne riserviamo lo schieramento e la decisione, così come lo stesso santo Concilio a stabilito. Noi siamo pronti, come ce n’è stata riconosciuta la fiducia, a provvedere a tutti i bisogni di tutti i bisogni di tutte le provincie del mondo che ci sembrerà più opportuno.
Noi dichiariamo nullo e privo di qualsiasi effetto tutto ciò che potrà essere intrapreso contro il tenore del presente documento da chicchessia, con qualunque autorità, scientemente o per ignoranza.
Affinché questo Nostro scritto possa venire a conoscenza di tutti e nessuno possa addurre a sua scusa di ignorarlo, Noi vogliamo e ordiniamo che nella chiesa del Principe degli Apostoli al Vaticano e in quella di San Giovanni in Laterano, questo Nostro scritto sia letto pubblicamente e ad alta voce dai messi della nostra corte nel tempo in cui il popolo ha l’abitudine di riunirsi per assistere alle messe solenni. Dopo la lettura esso sarà affisso alle porte di dette chiese, a quelle delle Cancelleria Apostolica e nel solito luogo di Campo de’ Fiori, dove dovrà essere lasciato per qualche tempo affinché possa essere conosciuto da tutti. Quando poi verrà ritirato, vi si lasceranno, come di costume delle copie; ma essere saranno date alla stampa nella Alma Urbe, affinché possano più comodamente essere portate a tutte le provincie e a tutti i regni della Cristianità.
Noi ingiungiamo e ordiniamo che alle copie scritte o firmate dalle mani di un notaio pubblico e marcate dal sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, sia attribuita fede senza esitazione alcuna.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento di conferma, ammonizione, inibizione, riserva, volontà, comando e decreto. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma presso san Pietro il 26 gennaio 1564, quinto del Nostro Pontificato.

IO, PIO
VESCOVO DELLA CHIESA CATTOLICA

Seguono le firme di sottoscrizioni dei 26 Cardinali del Concistori, fra i quali San Carlo Borromeo


[A cura di Giuliano Zoroddu]

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.