La passione dei santi cinque Protomartiri dell’Ordine dei Minori

Il 16 gennaio 1220 la città di Marrakesch assistette al glorioso martirio di cinque Frati Minori – Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto – che san Francesco aveva mandati in Marocco per predicarvi Gesù Cristo e sradicare l’empia setta di Maometto. La loro santa fine, celebrata Serafico che esclamò “Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati Minori”, tanto colpì sant’Antonio di Padova che assisteva a Coimbra al passaggio delle loro reliquie, che decise di unirsi all’Ordine Francescano. Questi cinque gloriosi campioni della Fede Cattolica furono canonizzati da Sisto IV della Rovere, appartenente all’Ordine dei Frati Minori Conventuali, il 7 agosto 1481 con la lettera apostolica “Cum alias”. La loro storia è raccontata nella “Passio Sanctorum Martyrum fratrum Berardi, Petri, Adiuti, Accursii, Othonis in Marochio martyrizatorum”, alcuni stralci della quale proponiamo alla vostra lettura e meditazione.

Nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1219, undicesimo dall’inizio dell’Ordine dei Frati Minori, fu ispirato per divina rivelazione al beato Francesco di mandare nuovamente i suoi frati in tutte le parti del mondo, non solo tra i fedeli, ma anche tra gli infedeli. Ed egli eseguì quanto gli era stato ispirato, e in un capitolo generale nominò dei Ministri Provinciali e assegnò loro le varie provincie da raggiungere.
E siccome due era le parti della terra dove i Saraceni più furiosamente combattevano contro i Cristiani – e cioè verso Oriente nelle parti di Siria e verso Occidente nell’Africa settentrionale – il beato Francesco scelse per sé di andare, con dodici frati, verso Damiata, mentre pensò di mandare in Marocco altri sei frati di grande perfezione, e cioè i frati Vitale, Berardo, Pietro, Adiuto, Accursio e Ottone.
Prima di spedirli li chiamò a sé e disse loro: «Figliuoli miei, il Signore mi ha comandato di mandarvi alle terre dei Saraceni a predicare, a confessare la sua fede e a combattere la legge di Maometto. Anch’io andrò, per altra via, agli infedeli ed altri frati per il mondo intero. Orsù, dunque, figliuoli, preparatevi a compiere la volontà del Signore». Ed essi, umilmente chinandosi innanzi a lui, risposero: «Padre, sia pronti ad obbedirti in ogni cosa».
[…] Tutti e sei, inginocchiandosi, gli baciavano le mani e chiedevano la sua benedizione. E san Francesco, tutto bagnato di lacrime, alzò gli occhi al cielo e li benedisse dicendo: «La benedizione di Dio Padre discenda sopra di voi, come discese sugli Apostoli, e vi fortifichi, vi diriga, vi consoli nelle tribolazioni: non abbiate timore, perché il Signore è con voi come un irresistibile combattente».
Dopo questo affettuoso addio i fraticelli si posero in cammino a piedi, senza bisaccia e scalzi, secondo il consiglio evangelico; e con l’aiuto di Dio giunsero in Spagna. Ma giunti che furono nel regno d’Aragona, frate Vitale infermò gravemente […] e così rimase solo in Aragona, né più li rivide.
[…] Dunque quei santi fraticelli, lasciato in Aragona frate Vitale, giunsero finalmente in Portogallo. Arrivati a Coimbra, la devota regina del Portogallo Urraca li fece chiamare a sé. Li interrogò sulla loro condizione, la loro patria e dove andavano. Essi risposero per ordine a tutte le domande, manifestarono il loro proposito e parlarono con grande fervore di Dio. La regina vedendo in loro tanto disprezzo del mondo e tanto fervore di morire per Cristo, ne concepì una grande stima, come di perfettissimi servi del Signore, e li pregò con grande insistenza affinché chiedessero a quel Signore, per il quale tanto desideravano di subire il martirio, che si degnasse di manifestarle il giorno della sua morte. […] le dissero: «Signora, non vi dispiaccia quello che Dio intende disporre a vostro riguardo, ma rallegratevi invece nel Signore, poiché non c’è nessuno al mondo che ci ami quanto Lui. Egli dunque per mezzo nostro vi annunzia che fra breve vi toglierà da questo mondo, ma prima del signore vostro il re. E questo sarà il segno certissimo della vostra prossima morte: sappiate con certezza che noi i quali ora siamo qui alla vostra presenza fra breve moriremo per la fede di Cristo e di ciò noi ci rallegriamo vivamente, perché il Signore che tanto ha patito per noi, vuole unirci al numero dei suoi martiri. Perciò, quando avremo finito i nostri giorni con il martirio in Marocco, i Cristiani porteranno con grande devozione i nostri corpi in questa città, per esservi sepolti e voi uscirete incontro a noi fuori dalle mura per accoglierci con onore e devozione. Allora ricordatevi di quanto stiamo ora svelandovi, e sappiate con più sicurezza che quanto abbiamo detto si avvererà senza dubbio». Tutto poi avvenne come avevano predetto, e perciò la regina in seguito fu ancor più devota a loro e all’ordine.
Partiti da Coimbra, giunsero ad Alanquer, ove viveva la signora Sancia, figlia del re Sancio di buona memoria – il quale è sepolto nel monastero di Coimbra – e della regina Aldoncia che era nativa di Aragona. Questa regina Sancia era una vergine piena di onestà e perfezione e quei santi frati conversarono a lungo con lei delle cose di Dio e alla fine le manifestarono il proprio proposito. Ed essa, approvando in pieno il loro disegno, li fece rivestire di abiti secolari, ché altrimenti i Saraceni non li avrebbero lasciati passare, come neanche i Cristiani li avrebbero accolti sulle loro imbarcazioni attraverso il fiume, per non offendere i Saraceni, e specialmente i loro mercanti che scambiavano con essi molte cose dalle quali guadagnavano assai […] e così i frati, vestiti da secolari, entrarono in Siviglia, e rimasero nascosti per otto giorni nella casa di un cristiano, ed ivi deposero le vesti secolari.
Un giorno, infiammati dallo Spirito Santo, uscirono di casa e senz’altra guida andarono fino alla principale moschea, dove, senza alcun timore, e disprezzando qualsiasi tribolazione di questo mondo, si fecero vedere in abito di monaci cristiani, facendo andare su tutte le furie i Saraceni. E quei santi frati, sentendosi crescere l’ardore e lo zelo, tentarono di entrare in moschea. Ma i Saraceni indignati, assalendoli con alte grida, spinte e bastonate, impedirono loro di farlo. I santi frati per nulla spaventati da quanto successo, ma anzi maggiormente animati quasi da una dolcezza di martirio, si dicevano l’un l’altro: «Ma che stiamo a fare qui senza predicare? È necessario che noi esponiamo questa nostra vita terrena per la fede e l’onore di Cristo, e che confessiamo senza timore davanti al re infedele di questa città che Cristo è il vero Dio!». Mentre così si eccitavano l’un l’altro, giunsero fino alla porta del palazzo reale […] il re li fece venire alla sua presenza e tosto li interrogò: «Di dove siete? E chi vi ha mandato? E perché siete venuti?». I santi frati risposero per ordine e con coraggio a tutte le domande: «Noi siamo cristiani, e veniamo dalle parti di Roma. Siamo stati mandati a te dal Re dei re, Dio, nostro Signore, per la salute della tua anima, affinché, abbandonando la setta superstiziosa del vilissimo Maometto, tu creda nel Signore Gesù Cristo e riceva il suo battesimo, senza il quale non puoi salvarti». Il re allora pieno di furore disse: «Uomini maligni e perversi! Queste cose le dite a me solo o a tutto il mio popolo?». Ed essi con coraggio e volto ilare risposero: «Sappiamo, o re, che come tu sei il capo dei seguaci di quell’empia legge che fu promulgata da Maometto, pieno di spirito diabolico, così fra i cattivi sei il peggiore di tutti, e nell’inferno ti aspetta una punizione più grave che per gli altri. Per questo diciamo queste cose principalmente a te, per condurre te e i tuoi sulla via della verità, nella quale finalmente possiate essere salvi». A tali parole il re piano d’ira ordinò di troncare loro la testa. I frati allora con la gioia sul volto, mentre venivano allontanati dalla sua presenza si dicevano l’un l’altro: «Orsù fratelli! Abbiamo trovato quello che cercavamo: siamo costanti e non temiamo di morire per Cristo!». In quel momento il grande ufficiale di corte disse loro: «O miseri, perché volete andare così, incontro alla morte? Ascoltate il mio consiglio: ritirate quello che avete detto contro la nostra legge e il messaggero di Dio Maometto, e abbracciate l’islamismo; se così farete, vivrete e avrete molte ricchezze in questo mondo!». I santi però risposero: “O misero! Se tu sapessi quali beni noi speriamo nella vita eterna per questa nostra morte, non ci offriresti queste cose temporali, così meschine». Dopo di che li vide il figlio del re, e mosso a compassione, disse prudentemente al padre suo: “Padre, perché hai sentenziato in questa maniera? Perché ordini di ucciderli senza motivo? Guarda le leggi, interroga gli anziani, e poi giudica secondo il loro consiglio ciò che sarà giusto”. A queste parole il re, alquanto calmato, comandò che i frati venissero rinchiusi sulla cima di una grande torre. Ed essi, accesi dal fuoco dello Spirito Santo, predicavano a gran voce, dalla sommità della torre a quanti entravano ed uscivano dal palazzo reale la fede di Cristo e condannavano la legge di Maometto e quanti la osservavano. Quando il re venne a sapere ciò, comandò di chiuderli nei sotterranei della torre del carcere, e poi li fece venire un’altra volta alla sua presenza: «Uomini miseri e pazzi, i vostri cuori non si sono ancora rivoltati da tanta turpitudine?». Ed essi risposero: «I nostri cuori sono sempre più saldi nella fede del nostro Signore Gesù Cristo». Allora il re, chiamati a consiglio gli anziani e i sapienti, fece venire i frati davanti a tutti; e persistendo essi nel confessare costantemente la fede, disse loro: «Volete tornare alla terra dei cristiani, o volete andare in Marocco?». I frati risposero: «I nostri corpi sono in tuo potere; alle nostre anime però non puoi nuocere. Perciò mandaci dove vuoi, e noi siamo pronti di andarvi e di subire qualunque morte vorrai darci, per amore di Cristo!».
Qualche tempo dopo, per ordine del re, i cinque frati sopraddetti andarono in Marocco con un certo nobiluomo spagnolo, di nome Pietro di Fernando e con altri cristiani, E da principio furono accolti nell’ospizio dove dimorava l’accennato Infante Pietro, figlio del re di Portogallo, il quale era in discordia con suo fratello re Alfonso, onde per paura di lui era fuggito, e ora si trovava al servizio del re del Marocco. Questo signor Infante accolse i frati con grande carità e devozione e li fece provvedere di viveri. Allora i frati, dovunque vedevano Saraceni adunati o per il mercato o per altro, si avvicinavano ad essi, e con grande audacia predicavano la legge di Dio. I Saraceni da principio si meravigliavano della loro predizione e li deridevano, come fossero dei pazzi. Ministro della parola era frate Berardo, che conosceva la lingua dei Saraceni. Mentre una volta frate Berardo, salito su un certo rialzo in un angolo della città predicava come il suo solito, accadde che passasse di là il re Miramolino, il cui nome proprio era Aboidile o Abiacob, mentre si recava a visitare i sepolcri dei suoi predecessori, i quali si trovavano fuori della città di Marocco, presso le mura. Al vedere quel frate che predicava, il re si stupì assai e lo riprese acerbamente, ritenendolo pazzo ed amente. Ma poiché egli non voleva desistere dal predicare, ché anzi continuava a proclamare iniqua e inutile la legge di Maometto, e salutare quella di Cristo, il re, acceso di furore, ordinò di espellere dalla città frate Berardo e gli altri quattro frati, e di farli ricondurre alle loro parti, dai cristiani, perché la loro venuta e la loro predicazione disgustavano non poco i Saraceni. Allora l’Infante Pietro diede loro alcuni suoi servi che li condussero fino a Ceuta, e di là navigassero al più presto alle parti dei fedeli. Ma i santi frati lungo il viaggio licenziarono quei servi e tornarono alla città di Marocco; ed entrati in città cominciarono nuovamente a predicare ai saraceni sulla piazza. Ed ecco che vene uno ad annunciare all’Infante che quei frati che aveva fatto allontanare dalla terra, stavano a predicare in piazza.
Il re Miramolino, sentendo della loro venuta e predicazione, li fece chiudere in carcere e ordinò ai custodi di non dar loro né da mangiare né da bere, e neanche permettere che altri lo portasse loro. I custodi obbedirono con la massima scrupolosità. Dopo venti giorni, rifocillati solo dalla consolazione spirituale, venne un’ondata insopportabile di caldo e un grande turbamento atmosferico. Allora il cadì Abobaturim, saraceno, il quale sembrava che stimasse e amasse la fede cristiana, suggerì cautamente al re di liberare i frati, perché forse la tempesta era sorta per causa loro. Allora il Miramolino li fece sciogliere dal carcere e li mandò ai cristiani che stavano in città, ordinando che li spedissero senza indugio alle terre dei cristiani. Quando i frati furono levati dal carcere e condotti alla presenza del re, egli e quanti erano presenti si meravigliarono assai nel vederli ancora vivi, dopo essere stati in carcere venti giorni senza cibo. E quando il re li interrogò di che cosa si fossero sostentati durante tanti giorni, frate Berardo rispose che, se avesse voluto conoscere la fede cattolica, avrebbe potuto venire a sapere come avevano potuto vivere tanto tempo in carcere, senza mangiare e senza bere. Lasciati liberi, volevano subito predicare la parola di Dio ai Saraceni; ma i cristiani non li lasciarono predicare, dicendo che con la loro predicazione avrebbero irritato talmente il re contro i cristiani che erano colà, che li avrebbe tosto fatti ammazzare. E allora frate Berardo, sorridendo, lasciò di predicare al popolo. E i cristiani diedero a loro delle guide cristiane che li conducessero fino a Ceuta. Ma i frati, licenziati costoro durante il viaggio, tornarono di nuovo in Marocco. Allora i cristiani fecero consiglio tra di loro e l’Infante Pietro li trattenne nel suo ospizio, e li pose sotto buona custodia non permettendo loro di uscire in pubblico, perché non succedesse che – predicando ancora – irritassero maggiormente il re, con pericolo di morte per tutti i cristiani.
Dopo ciò il predetto Infante e altri baroni cristiani e molti Saraceni, raccolsero un esercito e andarono ad espugnare alcuni Saraceni che si erano ribellati al re. I detti cinque frati seguirono l’esercito. Vi era qui un certo saraceno che era considerato molto devoto e sapiente dagli altri Saraceni. Egli frequentemente disputava con i santi frati e sempre essi lo vincevano con i loro argomenti, per cui egli non potendo sopportare tanta confusione, si allontanò dalla sua patria; e da allora non fu più visto nell’esercito, né in Marocco. Mentre Cristiani e saraceni ritornavano dalla guerra, giunsero in un certo luogo in cui non si trovava acqua da bere né per sé né per le cavalcature. E avendo già fatto tre giornate di cammino senza incontrare acqua, l’esercito si trovò talmente assetato che dovunque incontravano un po’ di terra umida si gettavano bocconi al suolo per succhiarla; e facendosi ancor più forte la sete, cominciavano già a disperare di poter sopravvivere. Allora frate Berardo, premessa una fervente orazione, prese un bastone, scavò alquanto la terra e tosto zampillò tant’acqua che poterono bere a sazietà uomini e giumenti e riempirono anche gli otri. Alla vista di così grande manifesto e utile miracolo, tanto i Saraceni che i cristiani baciavano i piedi e gli abiti dei santi frati e da allora li ebbero in maggior venerazione e riverenza. Dopo che si furono saziati gli uomini e gli animali, e furono riempiti gli otri, la fonte ch’era ivi zampillata si disseccò completamente.
Di ritorno alla città di Marocco, i santi frati furono tenuti nuovamente sotto custodia nell’ospizio dell’Infante, perché non uscissero come per l’innanzi a predicare. Tuttavia un venerdì uscirono di casa per un’apertura insospettata e, come l’altra volta, mentre il re Miramolino si recava a visitare il sepolcro dei re, predicarono audacemente al popolo. Il re provocato ad ira comandò a un principe Saraceno che aveva assistito al miracolo dell’acqua, di prenderli e ammazzarli. Ma quel principe, per compassione, aspettò dall’ora terza fino a vespro prima di compiere l’ordine, attendendo che qualche cristiano supplicasse il re a revocare così crudele sentenza. Tutti i cristiani invece, sia nobili che plebei – eccetto quelli fatti schiavi dai Saraceni – conoscendo la grande ira del re, per timore d’essere tutti uccisi si ritirarono nelle proprie abitazioni, ove, chiuse bene le porte, si tenevano nascosti. E i Saraceni a loro volta dall’esterno li tenevano circondati da ogni parte, così che tutti si aspettavano da un momento all’altro la morte per colpa di detti frati. Di poi quel principe mandò le guardie e li fece venire in sua presenza. I frati, al vedere le guardie del principe si fecero con gran letizia il segno della croce e giunsero alla sua casa. Ma egli era assente, per cui alcuni soldati di corte li tennero dentro il palazzo reale e li affidarono a un eretico Latino. Sul far dell’aurora li condussero nuovamente alla casa del detto principe. Ma non trovatolo neppure questa volta, quei ministri del diavolo, eccitati veramente dallo spirito diabolico li chiusero nel carcere maggiore e li percuotevano con schiaffi, pugni calci e in altre maniere.
Ma essi, come nulla fosse, anche nel carcere predicavano con fervore la parola di Dio tanto ai cristiani quanto agli eretici. Dopo tre giorni, il principe li fece introdurre alla sua presenza. Quei ministri del diavolo, fatti carnefici, denudarono completamente i santi frati, legarono loro le mani dietro il dorso, li flagellarono lacerandone le carni e insanguinandone tutto il volto, e così li presentarono al principe. E il principe, rivolgendosi a loro, disse: «Di dove siete?». «Siamo cristiani», risposero «dalle parti di Roma». «E perché», proseguì il principe, «dal momento che fra noi e i cristiani vi è tanta guerra avete avuto la presunzione di venire qui senza licenza?». «Noi siamo venuti qui», disse frate Ottone, «con la licenza del nostro superiore frate Francesco, il quale, per la salvezza degli uomini, sta pure andando per altre parti del mondo; e siamo venuti per predicare a voi infedeli – che per amore di Dio amiamo anche se siete nostri nemici – la fede è la via della verità». Allora il principe Aba Said gli disse: «Qual è la via della verità?». Rispose frate Ottone: «Questa è la via della verità, che crediate che Dio, Padre, e Spirito Santo, e nel Figliuolo incarnato e crocifisso per la salvezza di tutti. E quelli che non credono questo, saranno tormentati irrimediabilmente nel fuoco eterno». Allora il principe Aba Said sorridendo disse: «E come fai a sapere questo?». Rispose il frate: «Lo so per la testimonianza di Abramo, Isacco, Giacobbe, di tutti i patriarchi e profeti e dello stesso nostro Signore Gesù Cristo che è la via, senza la quale l’uomo errante va fuori strada; la verità, senza la quale si inganna; la vita, senza la quale muore per tutta l’eternità. Per questo Maometto vi conduce nell’errore e, con la menzogna, alla morte eterna dov’egli con tutti i suoi aderenti è tormentato eternamente». Allora il principe del re disse: «certamente voi siete pieni dello spirito diabolico, che vi fa dire queste cose». E acceso da grande ira li fece torturare con vari tormenti e flagellare aspramente, dopo averli separati uno dall’altro in diversi colai. Quei ministri del diavolo li legarono mani e piedi, legarono funi intorno al collo, li tirarono qua e là, e li flagellarono così aspramente che quasi ne misero allo scoperto le viscere. Sulle loro piaghe poi versarono olio bollente e aceto, e cosparso il pavimento di cocci, ve li gettarono sopra ignudi e ve li rivoltarono sopra per tutta la notte, avvicendandosi in diversi. E la gente diceva: «O miseri! Perché sostenete tante pene per la falsità? Convertitevi alla nostra legge e alla nostra fede e vivrete!». Ma essi non rispondevano loro parola, ma come soldati novelli intrepidi in mezzo a queste sofferenze lodavano il Signore e con voi altissime gridavano l’uno all’altro, esortandoli alla pazienza e alla morte. E quella volta furono custoditi e flagellati crudelmente da trenta Saraceni per quasi tutta la notte.
Nella stessa notte i custodi ebbero una visione: parve loro di vedere una gran luce scendere dal cielo, accogliere i santi frati, e portarli verso il cielo, in mezzo a una innumerevole moltitudine. Essi, molto spaventati, corsero da un tale Pietro di Fernando, spagnolo, ch’era ivi prigioniero e da lungo tempo fungeva da siniscalco nella corte, e gli narrarono come avevano visto i detti frati salire al cielo con grande splendore. Ma egli rispose loro: «Non sono partiti, ché anzi sono ancora in carcere; e io li ho uditi per tutta la notte lodare il Signore, per cui non abbiate timore della loro partenza». Ma essi asserivano tenacemente il contrario. Alla fine li trovarono nel carcere in orazione.
Il re del Marocco, all’udir queste cose arse di furore e ordinò che gli fossero condotti dinanzi. Venne a saperlo l’infante Pietro, uomo profondamente cristiano, il quale sospettando che fossero messi a morte si recò di mattina per tempo dal principe cui abbiamo spesso accennato e lo pregò di concedere – qualora fossero uccisi – che i loro corpi venissero sepolti fra i cristiani. E il principe glielo permise. I santi Frati – legati mani e piedi, completamente spogli, a piedi nudi non ostante che fossero così piagati, le bocche piene di sangue – vennero condotti alla presenza del re, continuamente fustigati durante tutto il tragitto. Quando giunsero presso il palazzo reale il principe, ch’era uno dei maggiori, si incontrò con loro e disse: «O miseri stolti, perché soffrite tanti tormenti per la vostra fede, così falsa ed iniqua? Ascoltate il mio consiglio e avrete in questo mondo onori e beni, e nell’altro il regno eterno. Convertitevi alla legge di Maometto e vi sarà perdonato tutto ciò che avete detto contro di noi e la nostra legge, e avrete anche una buona posizione tra i Saraceni». Allora frate Ottone rispose coraggiosamente: «Non aver compassione di noi, che attraverso tormenti – leggeri e momentanei – ci affrettiamo ala gloria eterna; abbi compassione invece della tua povera anima, che sarà destinata al fuoco eterno dell’inferno se non ti convertirai di tutto cuore al nostro Signore Gesù Cristo e alla nostra fede, e non sarai battezzato in acqua e spirito santo in remissione dei tuoi peccati. Che cos’è questa tua nefandissima legge a cui vorresti convertirci? E che cos’è il tuo vilissimo Maometto?». E così, prendendolo in giro e disprezzandolo con i gesti, sputava per terra. Il principe Abu Said, per quei gesti si arrabbiò assai e lo colpì fortemente sotto la mascella destra. Ma frate ottone offrì prontamente l’altra guancia e disse: «Il Signore ti perdoni, perché non sai quello che fai. Ecco l’altra guancia. Se vuoi, percuoti, perché son pronto a sopportarlo con pazienza secondo l’insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo». Allora il principe chiese ai Latini che erano presenti: «Che cosa ha detto ora costui?». Ed essi risposero: «Niente. Solo che Dio ti perdoni». Li portarono quindi alla presenza del re. E il re appena li vide ordinò che uscissero di là tutti i presenti, eccetto alcune donne. Quando tutti furono usciti, il re si volse ai santi frati: «Siete voi che avete disprezzato la nostra legge e la nostra fede e avete bestemmiato l’inviato di Dio?». Ed i frati risposero: «Noi non disprezziamo alcuna vera fede, ma la vostra, perché non è fede, ma falsità ed errore. Solo quella dei cristiani è fede vera e certissima, e questa non la bestemmiamo, ma la veneriamo e la difendiamo con tutte le nostre forze». Allora il re disse: «Convertitevi alla nostra fede e io vi darò queste donne per vostre mogli e una gran quantità di denaro, e sarete molto onorati nel mio regno». Ma i beati martiri risposero: «Non sappiamo che farcene delle tue donne e del tuo denaro: noi disprezziamo tutto ciò per amore di Cristo». Il re allora, come invaso da furore, si rivolse ad essi: «La mia potestà e la mia spada vi purgherà bene da tutte queste pazzie!». E i santi, con calma: «I nostri corpi e la nostra misera carne sono in tuo potere, ma le nostre anime sono solo nelle mani di Dio». Allora il re, acceso maggiormente d’ira, ordinò che gli portassero la spada, e presala con le sue proprie mani, separati i santi frati l’uno dall’altro, spaccò loro la testa proprio nel mezzo della fronte, e colpì con tanta forza che ruppe tre spade. E così con crudeltà disumana li uccise di mano propria. I santi martiri subirono il loro martirio il 16 gennaio 1220, nel quarto anno del pontificato di Onorio III, quasi sette anni avanti la morte di san Francesco.
Dopo questo macabro spettacolo le donne del Sultano gettarono fuori del palazzo i corpi e le teste fracassate dei martiri, e il popolo imbestialito prese delle corde, legò piedi e braccia delle vittime, e li trascinarono fuori del palazzo e delle mura della città, e colà giunti, strapparono le teste e le membra dai corpi, e le portarono qua e là, correndo, attraverso la città, con uno schiamazzo infernale. Dopo aver così straziati e dispersi i corpi e le teste dei martiri per tutta la giornata, al sopraggiungere della notte le abbandonarono per la campagna circostante, quasi ebbri di tanta crudeltà, e quasi non si fossero saziati neppure dopo la loro morte nella sete della loro malizia. Tra i cristiani invece, visto che i santi martiri avevano finito con sì glorioso martirio, alcuni, levando al cielo le braccia lodavano Dio, altri si aspettavano di poter raccogliere di nascosto le loro reliquie disperse. Ma i Saraceni, visto ciò, si radunarono in grandissima moltitudine e con gran furia incominciarono a gettare contro di essi una tal quantità di pietre e sassi, da formare come una grandinata che oscurava il sole. Tuttavia, i cristiani – per merito dei santi martiri – riuscirono tutti a fuggire nelle proprie abitazioni senza subire alcun male. E per timore della morte, rimasero chiusi, nelle proprie case per tre giorni: tanto più che l’Infante Pietro quel giorno stesso aveva mandato due suoi scudieri sulla piazza – e cioè Pietro di Fernando e Martino di Alfonso – e i Saraceni li avevano uccisi.
Il re, dietro suggerimento di alcuni Saraceni, ordinò che i corpi dei martiri venissero bruciati, perché i cristiani non li venerassero come santi, a vergogna dei Mussulmani. Fu perciò preparato un grande fuoco nella campagna, e i santi corpi vi furono gettati perché bruciassero completamente. Ma per virtù divina le fiamme si allontanavano dai corpi dei santi come una materia refrattaria, e si distinguevano completamente, come poi attestarono davanti all’Infante Pietro e altri cristiani, alcuni cristiani schiavi, che potevano accostarsi più liberamente alla scena, e anche alcuni Saraceni, amici dei cristiani. Anzi, la testa di uno di loro fu più volte gettata nel fuoco, eppure non rimase alcun segno di bruciatura neppure nei capelli, come ancor oggi si può vedere nel monastero di Santa Croce di Coimbra ove riposano i corpi dei santi Martiri, ove viene mostrata intera con la pelle e i capelli. Dall’urna ove si conservano emana un liquore sanguigno e odoroso, come è noto per pubblica fama.
[…] Allorché poi il beato Francesco, ch’era ancora in vita, udì il martirio dei detti frati, esultò di tutto cuore, e con gioia esclamò: «Adesso posso dire veramente di avere cinque frati Minori!».
[…]Aggiungiamo qui, in appendice alla storia che abbiamo narrata, alcuni pochi miracoli scelti fra i tanti che operarono questi santi Martiri frati Minori. Anzitutto è da ricordare che mentre le sacre reliquie raccolte dai cristiani venivano lavate, uno scudiero si bagnò con quell’acqua una gamba ferita, e per i meriti dei Santi guarì immediatamente. Martino Lopez, mentre stava con altri cristiani raccogliendo le reliquie dei santi Martiri presso la città di Marocco, fu gravemente colpito a un occhio dai Saraceni. Sulla ferita si posò una mosca, e il detto Martino cercò di cacciarla con l mano con cui aveva toccato i corpi dei Santi. A quel contatto prodigioso scomparve immediatamente ogni dolore e gonfiore, e per i meriti dei santi frati riebbe la sanità completa. Vi fu anche un frate che soffriva di una certa infermità sulla faccia; vi passò sopra la mano che aveva toccato i santi corpi e subito fu pienamente risanato. Un altro aveva una grave malattia agli occhi; se li bagnò con l’acqua che era servita a lavare le reliquie e ottenne similmente la guarigione. Un giovane gravemente infermo pregò con devozione il cappellano dell’Infante dicendo: «Signore, vedete come sono ammalato; ma per i meriti di questi santi martiri confido di essere liberato dal mio male, se potrò toccare qualche loro reliquia». Allora il cappellano prese un osso dei santi Martiri, lo intinse nell’acqua che poi diede a bere all’ammalato, il quale riacquistò piena salute. Un’altra bambina, che il cappellano aveva battezzata ancora quando stava tra gli infedeli, era gravemente tormentata dal demonio. Portata innanzi all’urna che conteneva i corpi santi, all’aprirsi di questa fu tosto liberata. Quando l’Infante Pietro, nel ritorno dal Marocco come fu detto con il suo seguito giunse ad Astoria con le reliquie dei santi Martiri, il padrone della casa ove ospitava, al sentir raccontare tutti i prodigi che si narravano di dette reliquie, cominciò – presentando un ricco dono all’Infante – a supplicare come poteva a parole che gli fosse mostrata l’urna che conteneva le reliquie, per pregare. Quel signore da trenta anni era afflitto da paralisi e così colpito non poteva usare la lingua né le altre membra. L’Infante, mosso a pietà dalle sue preghiere, gli fece vedere l’urna affinché pregasse a suo agio. Ed egli gettandosi completamente a terra davanti all’urna pregava quei santi frati, con gran fervore e lagrime, per la propria guarigione, E sull’istante, alla presenza di tutti, riacquistò la loquela e la desiderata sanità di tutte le altre membra. Nello stesso anno che i santi frati furono uccisi, l’ira divina si scatenò contro il re del Marocco e tutto il suo regno a vendicare la loro uccisione. Al re infatti si paralizzò la mano e il braccio con cui li aveva uccisi e tutta la parte destra del suo corpo, fino ai piedi. Poi per tre anni dalla morte dei Santi non piovve più in quella terra, dal che seguì una tale carestia e pestilenza che la moria durò per cinque anni, e facendosi sempre più forte l’incurabile male, gran parte di quella gente ne fu distrutta, così che il numero degli anni della vendetta divina eguagliò il numero dei frati uccisi, e così la pena fu in qualche modo proporzionata alla colpa.
[…] Vi sono molti altri fatti meravigliosi e miracoli, operati da Dio per mezzo dei santi Martiri in vita e in morte, che furono confermati con giuramento e per iscritto davanti a vescovi, a religiosi e ad altre persone degne di fede, a lode del nostro Signore Gesù Cristo, a cui sia onore e gloria nei secoli dei secoli. Cosi sia.

[FONTE. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu]

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