Spretati, dubbiosi e socialisti: come cambiò la letteratura cattolica inglese dopo il Concilio Vaticano II

di Luca Fumagalli

La letteratura cattolica nell’Inghilterra del secondo dopoguerra offre un panorama eterogeneo e ricco di suggestioni. Vi sono, infatti, un gran numero di autori “papisti”, alcuni dei quali in grado, grazie alle loro qualità, di attirarsi le simpatie del più vasto pubblico dei lettori. David Lodge (1935-) e Muriel Spark (1918-2006), ad esempio, seppero impiegare con abilità le medesime tecniche della letteratura secolare coeva; diedero nuovo respiro al romanzo cattolico, abbandonando molti degli stereotipi che lo caratterizzavano. Altri, come Antonia White (1899-1980), Alice Thomas Ellis (1932-2005) e George Mackay Brown (1921-1996), furono figure originali e provocatorie, che ottennero una discreta fama.

Come accennato, la cosa che più colpisce quando si osserva l’ampia varietà della moderna narrativa cattolica è la quasi completa assenza dei temi tradizionali più importanti. Il sacrificio dell’eroe, basato sul conflitto tra aspirazioni umane e morale religiosa, tende a scomparire. In alcuni casi si giunge all’estremo di contestare la morale stessa, mettendo in discussione l’autorità della Chiesa. Il problema più urgente diventa quello del rapporto tra il cattolicesimo e il mondo moderno, vissuto in un’ottica apertamente critica. Si susseguono così, per la prima volta, storie di apostasia, di sacerdoti che vivono con disagio la propria vocazione e di laici che mal tollerano la ferrea disciplina ecclesiastica. Se per i convertiti d’inizio Novecento la Chiesa era un’arca sicura nel mare in tempesta dell’irreligione, dopo il Concilio Vaticano II essa divenne qualcosa a cui rivolgersi con rispetto, ma sostanzialmente da cambiare (più o meno radicalmente).

Naturalmente, in questo periodo, non mancò chi si erse a difesa della tradizione, osteggiando quella smania di rinnovamento che sembrava aver contagiato i fedeli. A indignare furono soprattutto i cambiamenti liturgici: il latino, manifestazione dell’universalità del messaggio cristiano, veniva sostituito dall’inglese comune, la stessa lingua impiegata dai protestanti durante i loro riti. Esemplare di questa tendenza fu Alice Thomas Elllis; nel suo romanzo The Sin Eater (1977) mette in bocca ai propri personaggi feroci critiche nei confronti delle nuove tendenze teologiche.

All’epoca, dunque, nel mondo della letteratura cattolica inglese si fronteggiavano due tendenze, quelle che Thomas Woodman, nel saggio Faithful Fictions, definì “neo-conservatrice” e “post-cattolica”. Tuttavia, come egli stesso notava, esistevano anche posizioni intermedie. Basti citare il caso di Piers Paul Read (1941-), il quale, nel romanzo Monk Dawson (1969), narra la storia di un prete tormentato da dubbi che abbandona infine il sacerdozio. Se, sulle prime, il libro potrebbe sembrare il classico racconto che segue la triste vicenda di uno “spretato”, nell’epilogo si assiste a un radicale ribaltamento di prospettiva: dopo che la compagna si suicida, l’ex sacerdote – che, nel frattempo, è diventato giornalista – capisce di aver commesso un grave errore e termina i suoi giorni in un monastero trappista. Lo stesso Read, “incendiario” in gioventù, soprattutto nei suoi ultimi lavori virò verso un crescente attaccamento ai valori cattolici tradizionali.

Sul versante politico, il conservatorismo che caratterizzò le generazioni precedenti, sebbene continuò ad aver seguito in alcuni settori minoritari, venne poco alla volta abbandonato dalla maggior parte degli scrittori cattolici che, come Graham Greene, finirono per abbracciare le idee della sinistra. Greene (1904-1991), emblema di quella ideologia “post-cattolica” di cui scriveva Woodman, nei suoi scritti affrontò un gran numero di argomenti, dalla guerra del Vietnam alla “teologia della liberazione”, quasi sempre mettendo in discussione le posizioni ufficiali del Vaticano.

Allo stesso modo, sul versante sociale, protagonisti della più recente letteratura cattolica divennero la classe media e i ceti popolari. David Lodge, in particolare, seppe descrivere le contraddizioni che attraversavano le coscienze dei fedeli più umili, gli stessi che guardavano alla gerarchia come a un qualcosa di sempre più lontano e alieno. Esemplificativo in tal senso è The British Museum is Falling Down (tradotto in italiano col titolo È crollato il British Museum), romanzo del 1965 che mette a tema la questione della contraccezione e del controllo delle nascite.

Indipendentemente dalle sfumature e dalle diverse opinioni, è evidente come il romanzo cattolico inglese della seconda metà del Novecento abbia mutato aspetto, risultando, per il lettore abituato a mostri sacri quali Benson, Belloc o Chesterton, un qualcosa al limite dell’irriconoscibile.

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