IL VERBO INCARNATO. Il discorso cristologico di J.H. Newman

di Francescoandrea Allegretti

0.Introduzione

Benché il pensiero teologico del beato cardinale John Henry Newman (1801-1890) subì un cambiamento nel corso della sua conversione dalla Chiesa Anglicana alla Chiesa Cattolica (avvenuta nel 1845), il sostrato ne rimase sempre il medesimo, che anzi alla luce del cattolicesimo venne fortificato: il mistero dell’Incarnazione di Gesù Cristo, il Verbo fatto carne.

Assecondando la sua passione per gli studi patristici, il cardinale Newman fondò il suo pensiero cristologico, in accordo con la tradizione cattolica cristiana, sul Lògos-sàrx promosso dalla scuola alessandrina, ovvero sulla concezione che il Verbo fosse divenuto carne (Lògos egéneto sàrx) scegliendo quest’ultima come luogo privilegiato mediante cui agire nella storia dell’umanità (1). Riprendendo la teologia alessandrina dunque, e in particolar modo il pensiero cristologico dei santi Atanasio e Cirillo d’Alessandria, il cardinale Newman sostenne che la carne, la sàrx, sia stato lo “strumento” (òrganon) mediante il quale Dio Padre – in Gesù Cristo Suo Figlio, con la sua gloriosa umanità – si è rivelato all’uomo, nonché il mezzo con cui Egli ha salvato l’uomo stesso, con la morte in croce, redimendolo da tutti i suoi peccati.

La questione della carne del Verbo coincide con il mistero dell’Incarnazione: esso è il fondamento della teologia newmaniana e, secondo il Cardinale, il fondamento del cristianesimo stesso: «La dottrina dell’Incarnazione è l’annuncio che è stato concesso un dono divino a mezzo di uno strumento materiale e tangibile, cosicché, in virtù dell’Incarnazione, il cielo e la terra sono uniti. Vale a dire, pone formalmente proprio nell’intima essenza del cristianesimo il principio sacramentale come sua caratteristica» (2).

Risulta tuttavia necessario precisare che una trattazione esaustiva sul pensiero cristologico newmaniano non è possibile, poiché il Cardinale, nel suo cammino teologico, si mosse sempre lungo due direttive: quella della reverence e quella dell’awe, ovvero della reverenza e del timore. Ciò denota la grande consapevolezza del cardinale Newman dell’immenso Mistero del Dio Uno e Trino e dunque della necessaria arrendevolezza della ragione umana dinanzi ad Esso (3): «Nessuna immagine terrena può paragonarsi alla tremenda e dolce verità, che Dio divenne figlio dell’Uomo, che la Parola divenne carne e nacque da una donna, questo mistero ineffabile sorpassa le parole umane» (4).

1. Due condizioni dell’Incarnazione: l’unione ipostatica e l’impeccabilità (5)

Il discorso cristologico del cardinale Newman sull’Incarnazione non può non iniziare dai suoi fondamenti: il Cardinale era particolarmente consapevole dell’importanza basilare della figliolanza divina, poiché solo in virtù di essa, Cristo ebbe in sé la pienezza della divinità del Padre. Per il Cardinale dunque, l’essere Figlio di Cristo implica necessariamente il Suo essere Divino: in sostanza vi è la partecipazione di Cristo alla natura divina di Dio, il quale per mezzo di Gesù si rivela nella Sua pienezza d’amore e di misericordia per l’uomo. Scrive il cardinale Newman: «La figliolanza di Nostro Signore non è solo la garanzia per noi della Sua divinità, ma anche la condizione della Sua Incarnazione» (6). La prima e fondamentale condizione che, secondo il Cardinale, rese possibile l’Incarnazione è dunque data proprio dall’unione ipostatica, ovvero dall’unione inscindibile delle due nature di Cristo, umana e divina, sulla scia della formula cristologia cirilliana secondo cui mìa physis tòu Logòu sesarkoméne, ovvero «il Verbo si è fatto carne in un’unica natura».

D’altronde, il termine stesso Incarnazione implica la natura divina che “entra” nella carne umana (egéneto): senza entrambe, questo “passaggio” non sarebbe possibile. La carne, la sàrx, dunque è lo “strumento”, l’òrganon, mediante il quale Dio, nel Suo Figlio Unigenito Gesù Cristo, si è rivelato al mondo ed in esso ha agito.

La seconda ma non meno importante condizione dell’Incarnazione è l’impeccabilità di Cristo, ovvero l’assenza di peccati in Lui e, conseguentemente, la Sua “incapacità” di peccare. Secondo il cardinale Newman, il Verbo non poteva essere macchiato dal peccato, né tantomeno, se fosse stato macchiato da esso, avrebbe mai potuto redimere l’uomo dal medesimo peccato.

La risoluzione di questo “problema” è, per il Cardinale, la seguente: Cristo è nato da Maria Vergine, che Newman definisce «dimora che lo preservò da ogni corruzione» (7), per cui a Cristo non venne “trasmesso” il peccato originale; secondariamente Cristo ha deliberatamente e volontariamente scelto di non peccare: Egli ha preferito seguire la volontà del Padre su di Lui. Quest’ultima inclinazione fu propria non già di Cristo solo, ma del primo uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio al momento della Creazione: Cristo dunque, si è incarnato ed è venuto al mondo non secondo «la peccaminosità di Adamo» (8), – dunque non secondo l’uomo che Egli stesso venne a liberare dalla schiavitù del peccato –, ma secondo l’uomo “originale”, in piena comunione con il Creatore. Ecco dunque perché il Cristo è il “nuovo Adamo”: è dunque proprio l’impeccabilità a distinguere Cristo dagli altri uomini (9).

2. Il motivo dell’Incarnazione (10)

Nell’età medievale, la scolastica dibatté molto sulla necessità dell’Incarnazione: a tal proposito, san Tommaso d’Aquino, ad esempio, sosteneva che Dio non si sarebbe incarnato se l’uomo non avesse peccato (11), mentre Duns Scoto, considerando l’Incarnazione nell’ambito della praedestinatio Christi, – per cui l’Incarnazione è da ritenersi il sostrato dell’“eccellenza di Cristo”, ovvero il primato su tutta la realtà –, sosteneva che Dio si sarebbe incarnato ugualmente, non spinto dalla necessità della redenzione dal peccato ma solo ed esclusivamente dal Suo immenso amore per l’uomo (12).

Dal canto suo, il cardinale Newman predilesse totalmente la via scotista: secondo lui il mistero dell’Incarnazione risiede solo nel misterioso ed immenso amore di Dio per l’uomo, al di là del suo peccato. Il Cardinale sostiene dunque che Dio non ama l’uomo perché lo ha perdonato dal suo peccato, ma anzi lo ama disinteressatamente, perché è Sua creatura, a prescindere da tutto. In questo modo, l’Incarnazione non è posta dal cardinale Newman nell’ottica della sua necessità o meno, ma nell’ottica del dono d’amore di Dio alla Sua creatura, nella Sua volontà di voler cancellare la distanza tra essi: «Non potevamo prevedere in anticipo il frutto dell’incarnazione di Dio e della sua morte in croce, tuttavia potevamo essere certi che da un tale evento sarebbe scaturito qualcosa di straordinario» (13).

Da quest’ultima affermazione del cardinale Newman si evince chiaramente come, abbracciando la linea di pensiero scotista, egli sostiene che l’Incarnazione sia svincolata dalla necessità della redenzione e dunque non abbia nulla a che fare in sé con la Passione (14) di Cristo, ma che anzi Essa sia conseguente all’Incarnazione stessa. Proprio dall’assenza di necessità dell’Incarnazione dunque, secondo il Cardinale, si evince il perché «il Verbo era presso Dio» prima ancora della Creazione, come dice Giovanni nel Prologo al suo Vangelo: se Dio si fosse incarnato per redimere l’uomo dal peccato, sostiene il cardinale Newman, il Verbo/Gesù sarebbe stato conseguente all’atto peccaminoso stesso dell’uomo.

L’immenso e disinteressato amore di Dio verso l’uomo, il quale ha “causato” l’Incarnazione consiste, secondo il Cardinale, nella Sua volontà di avvicinare a sé l’uomo Suo figlio e di “divinizzarlo” – come si vedrà nel capitolo successivo – per fargli compiere la sua originaria vocazione: l’unione con Dio stresso. Scrive il cardinale Newman: «Questa grande misericordia consisteva nel rendere partecipe radicalmente l’uomo della figliolanza dell’Unigenito del Padre per mezzo della sua personale inabitazione nella natura umana, essendo il Figlio primogenito di ogni creatura» (15).

L’Incarnazione dunque per il Cardinale sarebbe accaduta comunque, anche se l’uomo non avesse peccato, poiché Dio, nel Suo infinito amore, desidera solo essere eternamente riconciliato con la Sua creatura, desidera che gli uomini siano partecipi della Sua natura divina, in quanto Suoi figli: è questo, secondo il cardinale Newman, il massimo e perfetto esempio della condiscendenza divina (synkatàbasis). Scrive il Cardinale: «[Dio] guardò con amore l’uomo, la sua ultima creatura e, come insegnano i grandi dottori, si sarebbe incarnato anche se l’uomo non avesse peccato […] per mostrare la gloria dei Suoi attributi in una natura creata» (16).

3. La valenza dell’Incarnazione per l’uomo (17)

Al di là della remissione dei peccati per mezzo della Passione, l’Incarnazione del Verbo ha una valenza straordinaria per il cardinale Newman: il mistero del Dio incarnato è per lui manifestazione del Suo amore per l’uomo che si concretizza nel principio di “divinizzazione” dell’umanità. Riprendendo lo schema sarkòsis-theopoiésis di Atanasio – ovvero incarnazione-divinizzazione –, secondo il cardinale Newman, il Verbo, facendosi carne viene ad essere presente in ogni singolo uomo per condurlo al Padre, liberandolo e riportandolo alla sua originalità, ovvero a Sua immagine e somiglianza, su esempio stesso di Gesù Cristo.

A tal proposito, la perfezione assunta da Gesù Cristo nell’ipostasi, come si è detto all’inizio della trattazione, non è da intendersi come svantaggiosa per l’uomo, bensì assolutamente vantaggiosa, proprio perché lo eleva, lo “divinizza”, ripristinando la sua vera ed originale natura: quella del pre-peccato, quella della piena comunione con Dio, del suo autentico essere figlio di Dio; dice infatti Newman, che il Verbo «si è fatto uomo, non un uomo» (18): Cristo non si è fatto un uomo semplice, ordinario, ma si è fatto l’Uomo, perfetto come il Padre, Suo vero figlio.

4. Conclusione

In quest’ottica dunque, per concludere, nel pensiero cristologico del cardinale Newman, Gesù è indicato come Figlio di Dio, come esempio e come mediatore, come via, verità e vita verso Dio Padre: nel Verbo incarnato Dio suggella la Sua alleanza d’amore e misericordia con l’uomo da Lui creato. Per il cardinale Newman infatti, l’assioma medievale gratia non destruit naturam sed perficit è il risvolto antropologico dell’Incarnazione: il principio dell’esistenza risiede così nel Dio fatto Uomo, nel mistero dell’Incarnazione (19).

NOTE: (1) La concezione alessandrina del Lògos-sàrx, insieme alla concezione del Logos-ànthropos della scuola antiochena, furono le due risposte alla questione apollinarista sollevata nel IV secolo. (2) J.H. Newman, An essay on the development of Christian Doctrine, trad.it. a cura di A. Prandi, Il Mulino, Bologna 1967, p. 343. (3) La teologia del cardinale Newman è dunque da ritenersi apofatica. (4) J.H. Newman, Parocchial and plain sermons II , Longmans, Green and Co., London 1891, p. 233. (5) Cfr. F. Morrone, Cristo, il Figlio di Dio fatto Uomo, pp. 29 ss, 50 ss, 180 ss. (6) J.H. Newman, Parocchial and plain sermons VI, p. 58. (7) J.H. Newman, op.cit. VI, p. 79. (8) J.H. Newman, op.cit. II, pp. 30-31. (9) In questo passaggio è chiara l’influenza di Cirillo d’Alessandria sul pensiero del cardinale Newman. (10) Cfr. F. Morrone, op.cit., pp. 95 ss. (11) Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae III, q.1, a.3. (12) Cfr. Duns Scoto, Reportatio Parisiensis in Sent. III, d.7, q.4; in questo modo sembra proprio che vi sia una predominanza dell’Incarnazione. (13) J.H. Newman, op.cit. VI, p. 71. (14) Il significato sacrificale della Passione è espresso dal Cardinale con il termine atonement. (15) J.H. Newman, Discourses addressed to mixed Congregations, Longmans, Green and Co., London 1921, p. 300. (16) J.H. Newman, Sermons notes 1849-1878, Longmans, Green and Co., London 1914, p. 296. (17) Cfr. F. Morrone, op.cit., pp. 145 ss, 219 ss e 237 ss. (18) J.H. Newman, Selected tratises of St. Athanasius, Longmans, Green and Co., London 1890, p. 427. (19) Cfr. J.H. Newman, Lectures on the Doctrine of Justification, Longmans, Green and Co., London 1960, pp. 218-219.

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