Maria Stuarda, Regina e Martire

a cura di Giuliano Zoroddu

L’8 febbraio 1587 la feroce scure anglicana  poneva fine, nel sangue di un glorioso martirio (tale lo considerarono Benedetto XIV e Pio IV [1]), alla vita tragica di Maria Stuarda (8 dicembre 1542 – 8 febbraio 1587) , regina cattolica di Scozia. Per onorare la santa memoria di questa fedele di Gesù Cristo e figlia fedelissima della Chiesa Romana, vogliamo offrire al Lettore il ritratto che ne fa il Moroni del suo Dizionario (LXII,  pp. 272-279 ). 

Samantha Morton nei panni di Maria Stuarda in Elizabeth: The Golden Age del 2007

Maria Stuarda, sventurata figlia di Giacomo V, di 8 giorni fu l’erede del suo trono; la regina vedova di lei madre fu eletta reggente, con un consiglio nominato dal re defunto: di 9 mesi fu coronata a Stirling dal cardinal Betonio [David Beaton] arcivescovo di Sant’Andrea. Enrico VIII erasi sulle prime proposto di fare sposare Maria al principe Edoardo VI suo figlio, per riunire i due regni, indi invase la Scozia e bruciò Edimburgo, ciò che esasperò la nazione, che ruppe le trattative del progettato matrimonio, e fu costretto nel 1546 alla pace, morendo nel 1547. Gli successe il figlio Edoardo VI, che professò il protestantismo: il suo zio volendo introdurre la così detta riforma religiosa in Iscozia, riprese le trattative pel matrimonio con Maria, ma questa per garanzia di sua persona nel 1548 fu mandata in Francia, ove si prese cura di sua distinta educazione. […] Edoardo VI morì nel 1553, e montò sul trono inglese Maria zelante cattolica, figlia di Caterina d’Aragona, che ripristinò il cattolicismo e ne reintegrò il culto: Paolo IV assolvè l’Inghilterra da tutte le censure ecclesiastiche. Disgraziatamente nel 1558 morì la virtuosa e benemerita regina Maria, e le successe la protestante Elisabetta figlia della Bolena, che apertamente si dichiarò per l’eresia e lo scisma, e fu dichiarata governatrice suprema della Chiesa, quindi nuovamente abrogato e sanguinosamente perseguitato il cattolicismo. […] Maria Stuarda nel 1558 stesso sposò il delfino di Francia, che nel 1559 divenne re Francesco II e Maria regina. Nell’assunzione al trono d’Elisabetta, per difetto di nascimento, toccava di preferenza a Maria, ma gl’inglesi per la contrarietà agli scozzesi e francesi, le anteposero la cugina. Però d’ordine d’Enrico II re di Francia, il suo figlio Francesco II e la nuora Maria, e a sollecitazione de Guisa, presero il titolo di re e regina di Scozia, d’Inghilterra e d’Irlanda, e fecero scolpire le armi d’Inghilterra sui loro sigilli e ne’ loro vasellami, con rancore d’Elisabetta, sebbene si fosse pacificata con Francia e Scozia. Inoltre nel 1559 la reggente di Scozia Maria di Lorena madre della regina, a istigazione del nunzio pontificio Pellevé poi cardinale, come del Brosse e di alcuni dottori di Sorbona, fece pubblicare un rigoroso editto contro la religione protestante che in Iscozia avea fatto già gran di progressi. Questa fu l’occasione, come la reggente avea preveduto, di parecchie ribellioni che l’indussero a far venire di Francia truppe in suo aiuto. Elisabetta non mancò dal canto suo di spedirne ai ribelli, fomentati dalle mene del suo ministro Cecil. Mentre gl’inglesi tenevano assediate in Leith le truppe francesi, morì la reggente Maria di Lorena a’ 10 giugno 1560 in Edimburgo […]. Col trattato d’Edimburgo del 30 luglio cessarono le ostilità nel regno, le cui principali condizioni convenute con l’Inghilterra furono: che i francesi sgombrassero dalla Scozia; che il re e la regina di Scozia rinunziassero al titolo e alle armi di sovrani d’Inghilterra; che niuno, eccettuati i naturali del paese, possedesse cariche in Iscozia; che durante l’assenza della regina 12 persone, di cui 5 da nominarsi da lei e le altre dagli stati, amministrassero il regno, di guisa che Maria non potesse far né pace né guerra senza il loro consenso, e finalmente che tosto si convocasse il parlamento o gli stati. Quest’assemblea ebbe luogo nel mese seguente, ed i protestanti essendovi padroni fecero parecchi decreti per sbandir dalla Scozia la religione cattolica, e stabilirvi quella de’presbiteriani, che da due anni tenevano a soqquadro il regno col fanatismo de’ loro errori. Maria Stuarda ricusò di ratificare questi decreti, come emanati da un parlamento illegale e non raccolto di sua autorità. Maria, avendo perduto il suo sposo a 5 dicembre 1560, si trovò nella necessità di tornare nella Scozia, e con dolore lasciò la Francia da lei amata. Per assicurarsi del suo ritorno, ella chiese alla regina Elisabetta un salvacondotto, e questa non solo lo negò, ma sempre maligna colla cugina inviò una squadra per rapirla. Maria evitò il nemico col favore d’una burrasca, o meglio d’una densa nebbia, ed approdò a 21 agosto 1561 al porto di Leith. Contava allora 19 anni, e possedeva in grado eminente le grazie leggiadre e seducenti della corte; quanto più si conosceva, più ammiravansi in lei qualità amabili e solide: il suo arrivo produsse nella Scozia universale allegrezza, ma la nemica Elisabetta la circondò di agguati e tradimenti, per cui presto o tardi dovea caderne vittima. Le prime procedure della regina confermarono l’opinione vantaggiosa su di lei concepita; ella donò la sua confidenza ai capi de’protestanti che soli erano in istato di sostenere il suo governo, per l’ascendente da essi preso sul popolo. Affidò la sua autorità principalmente a lord James suo fratello naturale e priore di Sant’Andrea, che creò duca di Murray, e divenne il suo più mortale nemico traditore, ed al segretario di Stato Ledington di provata capacità. Molto però ci voleva perché riunisse in suo favore i cuori di tutti i suoi sudditi. La sua religione teneva in diffidenza i protestanti entusiasti di fanatismo riformatore, il cui numero era divenuto grande in Iscozia. I predicanti, capo e apostolo de’ quali era il focoso Giovanni Knox prete apostata e discepolo di Calvino, non cessavano di diffamarla dalla cattedra come idolatra, secondo i loro riprovevoli errori. Appena le si permise di far celebrare la messa nella sua cappella, e fu quasi ucciso il suo cappellano fin sotto i suoi occhi: l’intollerante e audace furore de’calvinisti congiurò contro il trono e la vita della sovrana per salvare la pretesa riforma religiosa. Non può ridirsi l’insolenze, che Maria con bontà e pazienza soffrì, dai rigidi calvinisti, come la gelosia che divorava Elisabetta per le brillanti qualità del la sua cugina […]. Pe’ suoi talenti leggiadri e variati, oltre la cognizione di molte lingue, Maria avea per con fidente e segretario il musico piemontese Davide Riccio o Rizzo, per suo consiglio, dopo aver deluso le sollecitazioni di Carlo arciduca d’Austria e figlio di Ferdinando I che la bramava in moglie, non che di altri, ella sposò a’ 19 luglio 1565 il cattolico Enrico Stuart di Darnley di lei cugino, figlio del conte di Lennox e nipote dal canto di sua madre del conte di Angus e di Margherita vedova di Giacomo IV. Enrico era il più prossimo parente alla corona d’Inghilterra, onde riunì su di essa i diritti de’ due rami della casa degli Stuardi, e Maria trovò in lui un difensore contro i fanatici presbiteriani, i quali pretendevano di costringerla a cambiare religione. Il maritaggio riuscì di rancore a Elisabetta, che segretamente avea frastornato l’altro con l’austriaco, onde sfogò il suo dispetto co’ parenti della regina, e suscitò ammutinamenti tra i grandi di Scozia. Enrico Darnley era di figura elegante e piacque talmente a Maria, che l’associò al trono, gli decretò il titolo di re, e volle che il di lui nome fosse unito al suo in tutti gli atti; ma egli era debole, incostante, dissipato, vano, impetuoso: questo carattere troppo opposto a quello della regina, produsse un raffreddamento tra due sposi. In capo ad alcuni mesi Enrico accortosi del cambiamento di Maria a suo riguardo, ne divenne geloso e furibondo, e lasciò persuadersi che Rizzo ne fosse la cagione. Con tale preoccupazione fomentata dagl’invidiosi di quel favorito, egli entrò a 9 marzo 1566 nell’appartamento della regina accompagnato da alcuni signori, fece ghermire Rizzo che cenava con lei in compagnia d’altre persone, e pugnalare con 56 colpi nella stanza vicina del castello d’Holyrood: ministro di tale barbaro delitto fu lord Rutheven, il quale dopo essersi bagnato del sangue di quell’infelice, rientrò dalla regina e le dichiarò, che la sua tirannia era intollerabile, e che appunto avea scannato il suo segretario di gabinetto in punizione d’aver sostenuto la cattolica religione. Non si può esprimere quale impressione fece la tragica scena sull’animo della regina, gravida di 7 mesi. Murray cogli altri capi ribelli che aveano tentato impedire il matrimonio con Darnley, ritornarono a Edimburgo trionfanti, e tennero consiglio se doveano mettere a morte la regina o chiuderla in perpetua prigione. Ella era perduta se non avesse piegato il cuore dello sposo a condurla al castello di Dunbar: l’arcivescovo di Sant’Andrea e gran parte della nobiltà la seguirono, laonde con queste forze Maria poté tornare a Edimburgo. Il Papa s. Pio V a’ 6 giugno scrisse di propria mano una lettera alla regina per consolarla, anche per le tribolazioni che soffriva per parte di Elisabetta, rimettendole 20.000 scudi d’oro per sovvenire ai suoi bisogni, colla promessa di mandargliene di più quando gli si offrisse l’occasione […] Jacopo Hesburn conte di Bothwel successe nel favore a Rizzo che la regina per inconcepibile imprudenza fece seppellire nella tomba de’re. Enrico in aperta discordia con Murray, si ritirò a Glasgow, ove cadde malato di vaiuolo; la regina inteso il suo stato volò da lui e lo fece trasportare in lettiga a Edimburgo, perché ricevesse migliori soccorsi. […] Ella gli rese assidue cure, e passò parecchie notti in un appartamento sotto quello del lo sposo. Vedendolo poi in istato di convalescenza fece ritorno al suo palazzo, per prender parte alle allegrie delle nozze di una dama del suo seguito. Ma nel cuore della notte del seguente 10 febbraio 1567, una mina fatta scoppiare sotto l’appartamento del re, lo fece saltare in aria, e fu trovato cadavere a piè d’un albero non molto distante col suo cameriere, ambedue coi segnali di strozzamento. Il conte di Lennox padre del re accusò Bothwel di tal regicidio, ma fu purgato da questa accusa dal lord giustiziere di Scozia, la cui sentenza il parlamento confermò, ma non restò intieramente giustificato agli occhi del pubblico. Bothwel allora, sebbene brutto, con più di 60 anni e di cattivissime maniere, osò concepire il disegno di sposare l’avvenente regina di 24 anni, e trasse a se il partito di quasi tutta la nobiltà, la quale a 19 aprile sollecitò Maria a contrarre il matrimonio, sagrificando al bene dello Stato la sua ripugnanza. Bothwel non potendo tuttavia vincere le irresoluzioni della regina, ricorse alla violenza; la fece trascinare via mentre tornava da Stirling a vedervi il figlio, la trasse per forza a Dunbar e di là al castello d’Edimburgo, ove con rito protestante l’impalmò a 15 maggio dello stesso 1567, e fu dichiarato duca d’Orkney; matrimonio fatale, che fu la sorgente di tutte le sciagure dell’infelice principessa. Tutta l’Europa fu sdegnata per tale unione: solo Elisabetta e il famoso suo ministro Cecil manifestarono una gioia feroce. Il conte di Murray formò allora una cospirazione, e prese le armi con molti signori contro Bothwel e la regina, accusati del la morte del re defunto. Assediati nel castello di Borthwich, l’infame Bothwel fuggì nelle Orcadi, indi in Norvegia,ove morì dopo 10 anni. Maria fu arrestata, portata ignominiosamente a Edimburgo, poi rilegata nel castello di Lochevin, ed ivi venne obbligata rinunziare il potere al figlio Giacomo VI di circa 13 mesi, ed a dichiarare reggente il crudele Murray: la madre di questi era la custode della regina, pretendendo d’essere stata legittima sposa di Giacomo V prima che sposasse Maria di Lorena, e sostenendo che la corona avrebbe dovuto appartenere al figlio suo, trattava l’infelice principessa come una bastarda usurpatrice. Per farle un oltraggio il più amaro, alcuni predicanti abbatterono l’altare, spezzarono le immagini e squarciarono i quadri della sua cappella. Elisabetta vedendo la rivale oppressa e avvilita, simulò pubblicamente di compiangerla, e segretamente l’invitò a ricoverarsi nel suo regno, per averla in suo potere. Nel 1568 evase dalla prigione, fece alcuni tentativi per riprendere il potere, e si recò in Inghilterra, credendo muovere la compassione della cugina Elisabetta. Questa costante nell’odio e che avea dato nelle smanie quando partorì Giacomo VI, ricusò vederla finché non si fosse purgata dalle accuse contro di lei intentate, e ordinò di ritenersi prigioniera a Carlisle, in onta alle leggi naturali, divine e umane, facendosi arbitra tra la reale cattiva [prigioniera] e i suoi ribelli, Maria le scrisse dalla prigione d’essere pronta a provarle la propria innocenza in privata conferenza con lei, ma che la sua dignità non le permetteva d’assoggettarsi al giudizio di alcun tribunale. Ciò però che poneva il maggior ostacolo alla sua liberazione, era il rifiuto perseverante da lei opposto a gl’inviti di consegnare la propria corona al figlio, ai quali sempre rispondeva: “Io sono nata regina, e morrò regina”. Intanto s. Pio V considerando che Elisabetta erasi usurpata la qualifica mostruosa di capo supremo della chiesa anglicana, la dichiarò eretica, scomunicò, privò del regno e sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà. Il conte di Lennox chiese a Elisabetta di vendicar la morte del figlio Darnley; e il reggente Murray fece consegnare al ministro Cecil, complice di tutte le sue perfidie, una cassetta piena di carte, col fine di stabilire che Maria avea tenuto un commercio illegittimo con Bothwel vivente Darnley, e che la morte di questi era il risultato di tal criminosa relazione. Elisabetta da Carlisle fece trasportare a Boston Maria, poi in altri luoghi, e finalmente a Fotheringhay, trattata nel modo il più crudo, fra le insidie e le persecuzioni, venendo custodita dal conte di Shrewsbury. Verso questo tempo fu fatto protettore del regno di Scozia il cardinal Nicolò Gaetani, il quale generosamente soccorse i vescovi cattolici di Scozia, d’Inghilterra e d’Irlanda, costretti a fuggire la fiera persecuzione d’Elisabetta e degli altri eretici. I cattolici pure de’ tre regni trovarono in lui un munifico benefattore, asilo e ogni maniera d’aiuto. Il Papa Gregorio XIII per mantenere la religione cattolica in Iscozia, e liberare la regina dall’ingiusta e penosa prigionia, per maritarla a d. Giovanni d’Austria, naturale di Carlo V, e quindi dichiarare questo principe condottiero dell’armata per conquistare l’Inghilterra e liberarla dal tirannico giogo, si collegò con Filippo II re di Spagna vedovo della suddetta Maria regina cattolica d’Inghilterra: scomunicò Elisabetta […] Sisto V suo successore l’imitò nell’impegno per salvare la disgraziata regina, e confortar la ne’ suoi patimenti, e continuò le pratiche con Filippo II. L’implacabile Elisabetta dopo aver tentato più volte l’assassinio di Maria Stuarda, sorda alle domande di questa che le cedeva tutte le sue ragioni per ritirarsi in Francia, sorda alle preghiere del figlio Giacomo VI, e alle reiterate del cognato di Maria, Enrico III re di Francia, non restandole più che il rigore delle leggi, gli avvenimenti la secondarono secondo i suoi desiderii. Ridotti i cattolici alla disperazione per gli atroci suoi decreti, parecchi stabilirono di trucidare i loro ingiusti persecutori, e si accusò Maria Stuarda per complice, onde si ordinò contro di lei solenne processo. La regina inutilmente protestò la sua intiera innocenza; il figlio Giacomo VI allevato nell’intolleranza presbiteriana, non vedeva in sua madre, che una papista, un’idolatra! Elisabetta ansiosa di portare la morte nell’animo della sua emula, le fece addobbare la camera e il letto di drappo nero! Finalmente fu decretata la sentenza di morte contro Maria Stuarda, ed i protestanti dappertutto ne riceverono la notizia al suono delle campane e con fuochi di gioia. La gran vittima di Maria fu immolata all’ira d’Elisabetta: dopo 18 anni di prigionia e aver cambiato 17 volte il carcere, ella perdette la vita per suo ordine sopra un palco a 8 febbraio 1587 , senza alcuna difesa, e senza assistenza religiosa.  […] Nella gran sala del castello fu eretto un palco, circondato da balaustrata e coperto di nero drappo: nel mezzo fu collocato il ceppo con diversi cuscini. Nel giorno destinato alla consumazione dell’assassinio, radunati tutti i signori che doveano assistere alla tragedia, giunta l’ora fatale, si annunziò alla reale vittima, che si sperava volesse prontamente disporsi alla morte. La regina fece rispondere dal cameriere, che ancora avea da dar sesto a qualche affare: scrisse al re di Francia raccomandandogli i suoi servitori, e si raccolse nel suo oratorio, indi prese un poco d’alimento, dicendo, quando il corpo è abbattuto, lo spirito viene meno. Di nuovo si raccolse nel suo oratorio, per comunicarsi con un’Ostia consagrata, che il Papa le avea fatto segretamente consegnare, onde se ne valesse in caso di necessità. Ritornandosi a praticare l’intimazione, e che l’ora era suonata, Maria si alzò, e disse, ch’era pronta a morire, e partì dalla sua stanza. Giunta con due damigelle in quella d’udienza, confortò i suoi servi afflitti e piangenti, li esortò a vivere nel timor santo di Dio e nell’ubbidienza, diede loro a baciare la mano, abbracciò le sue donne, tutti pregando di non affliggersi troppo della sua morte, ma al contrario felicitarla per ricuperare la libertà tanto da lei desiderata; loro raccomandò di supplicare con fervore Dio pel riposo dell’anima sua. In un’altra sala le fu mostrata da uno dei suddetti conti la sentenza di morte, ed ella soggiunse, ch’erale preferibile alla vita, indi rivoltasi a Melus, o Melville come altri lo chiamano, suo intendente di palazzo, gli disse: “Mio fedele Melus, tu appartieni alla religione riformata, ed io alla religione cattolica: io discendente di Enrico VII, nata regina, e come tale unta e consagrata, ti comando per tutto quel lo che hai di più sagro, e tu ne risponderai innanzi a Dio, di eseguire esattamente presso il mio amatissimo figlio la commissione di cui t’incarico, cioè che io lo supplico di servire sempre fedelmente Iddio e la Chiesa Cattolica, di governare in pace il suo popolo e il suo regno, di non sottomettersi mai, come io ho fatto, ad alcuna potenza estera: benché io abbia avuta la volontà di riunire il suo regno a quest’isola, io lo lascio in possesso della corona; possa egli conservarla per lungo tempo! Non troppo confidare nelle ragioni umane, e pensare che non si conserva un impero, che soltanto confidando in Dio! Io lo supplico altresì di non dare alcun motivo di sospetto alla regina d’Inghilterra: tu Melus mi servirai di testimone, che io muoio da buona e fedele scozzese, da buona e fedele francese, e molto più da buona e fedele cattolica; tali sono stati sempre i miei sentimenti”. Melus assicurò la regina di umilmente e fedelmente servirla. Maria si voltò in seguito ai signori inglesi, pregandoli di accordar le un sacerdote cattolico per assisterla e accompagnarla sul palco di morte: ma ciò le fu negato! Dimandò ancora, che si permettesse a suoi servi di accompagnarla al supplizio, acciò potessero e in Francia e per tutto attestare ch’essa era morta da buona cattolica: a questo si rispose che sua maestà la regina Elisabetta avea dato ordini in contrario, per tema fosse turbata dalla loro presenza nei suoi estremi momenti. Rappresentando Maria il timore d’essere offesa nel pudore, domandò e ottenne che la seguissero due damigelle e 5 famigliari, promettendo per loro che riterrebbero le lagrime, e non apporterebbero alcun ritardo all’esecuzione della sentenza. Implorò pure e ottenne, che tutta la sua famiglia domestica e corteggio, senza molestia sarebbe con iscorta sicura condotta in Iscozia. Indi fu portata sul palco, ove si assise poiché si teneva appena in piedi, ed i conti inglesi sedettero anch’essi. La regina era vestita d’una ricca veste di velluto nero [il capo era velato di bianco, come quello di una sposa; il sottabito era rosso cremisi, il colore dei martiri], con una mano stringeva un piccolo Crocefisso d’avorio, nell’altra avea un libro; le pendeva dal collo una croce d’oro, e dal fianco una medaglia di divozione. La sentenza fu letta ad alta voce, il decano e dottore de riformati di Peterborough cominciò a consolarla con esortazioni, e minacciò che l’inferno era pronto a inghiottirla se moriva nella fede cattolica; indignata di tanto oltraggio, la regina l’interruppe e negò d’ascoltarlo, dicendo di non aver che fare con lui. Edificante di eroismo religioso fu il dialogo col feroce conte di Kent, che nel suo fanatismo protestante ardì chiamare segni superstiziosi que’ che la regina portava. Il carnefice si gettò a piedi di Maria, ed ella disse di perdonarlo di cuore, come a tutti i presenti, e che sperava nel modo stesso ricevere da Dio il perdono di sue colpe. Si prostrò quindi in ginocchio, e indirizzò al cielo una fervida e ultima prece, supplicando l’Eterno di perdono: dichiarò che sperava fermamente la salvezza dell’anima pei meriti di Gesù Cristo, e pel quale era pronta a versare tutto il suo sangue. Pregò in seguito per la salute, prosperità e lungo regno della regina Elisabetta, per la Chiesa Cattolica, pel re suo figlio acciò governasse saviamente il suo regno e si convertisse alla religione cattolica, perché educato nell’anglicana; in fine domandò a tutti i santi di pregar Dio, acciò non facesse scoppiar la sua vendetta sull’Inghilterra, perché le perdonasse i suoi falli, e che degnasse ricevere nelle sue mani la propria anima, quindi si dispose a subire la morte. Due delle sue donne le tolsero l’abito, ella le confortò e benedì in uno agli altri servi ed alzando il Crocefisso disse: “Io vi prendo in testimoni, che muoio da buona cattolica”, e comandò loro di pregar Dio per lei. Poscia con animo fermo si prostrò, venendo bendata con fazzoletto ricamato d’oro dalla sua damigella; indi la regina con voce sonora pronunziò le parole del salmo 71: In te Domine speravi, pose la testa sul ceppo, dicendo: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum. Con due colpi la testa fu troncata dal corpo, ed alzandola il carnefice in alto la mostrò a circa 300 spettatori, e il decano di Peterborough gridò: “Iddio salvi la regina d’Inghilterra, e possano i suoi nemici morire nel modo stesso!”. Il solo indegno conte di Kent rispose: “Amen!”. Gli altri si strussero in lagrime. Così barbaramente e ingiustamente terminò i suoi giorni da eroina e in età di 45 anni Maria Stuarda regina di Scozia, regina vedova di Francia, ed erede presuntiva del regno d’Inghilterra, principessa la quale per confessione de suoi stessi nemici era ornata delle più belle doti di spirito e di corpo, piena delle più seducenti grazie e de’ più sublimi talenti, vittima della sua potente rivale, della sua gelosia femminile, restando Elisabetta lacerata da funesti e terribili rimorsi.  […] Sisto V riprovando tale manifesto e crudele assassinio, rinnovò contro Elisabetta il fulmine delle scomuniche, e fece lega con Filippo II per farle guerra. 


[1] Pio VI, Allocuzione “Quare lacrymae”, 17 giugno 1793

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