Un’epica cattolica per Radio Spada

Il crepuscolo dell’ombra gnostica all’alba d’una rinnovata, nonché auspicata, Res Publica Christiana

di Domenico Dimatera

Un tempo lontano che or più non è, vetuste terre in Christianitas realtà, s’offron alla lieta vista di chi in grazia resiste, addolorato, in dorata e argentea e celeste speranza.

S’odon lamenti e pianti prorompenti, mentre l’animo furioso e scalpitante dei viril cavalieri in arme, echeggiante tra le nude grotte, giunge a noi silente; tremendi ma corroboranti annunci s’inerpicano tra le rupi che sormontano la valle di questa delicata esistenza.

Ov’è, orbene, quel glorioso condottiero, quel prode e misterioso guerriero che s’appresta a difendere, con il cuore e con la mente e corazza rilucente, il pallido volto di un morente occidente?

Queste, udite nascoste schiere, son terre tanto amate, antica Europa, fulgida Res Publica Christiana le cui virtù e tradizioni vengon sempre più oltraggiate in amaro bagno d’insolenza.

Nemici esotici, culti demoniaci e sincretistiche emozioni d’un inganno sopraffino, invadono, presto detto, il nostro cuore e focolare, il nostro tetto e financo il nostro letto.

Vergognoso abbandono della terra patria che trema sotto i nostri morti piedi, chino è il capo dell’onore, d’una gloria quasi estinta che fa pena al nostro cuore.

Gregge infausto, traditore, peccatore: siam perduti!

Ma la bianca Vergine e il suo celeste Figlio, posti al centro d’ogni stendardo, con fervore e grande fede, decorati gaudiosamente, è così, rassicurano santamente i nostri impervi ormai sentieri, resi cupi e scarlatti dalla terribile morsa dell’antica disperazione, di quel fato misterioso e periglioso, tornato ad adombrare molte menti.

Sono innalzati, ora sì, i vessilli, adorni tutti, del candore dell’Immacolata che la bruna nebbia delle vermilingue dissolve, nel gran tremore e timore di un popolo su cui incombe il dovere, leggero e dolce fardello nel pesante terreno esilio, di combattere per difendere, con imperituro coraggio, la nostra sacra Tradizione.

Querce, frassini e abeti, pini e faggi, larici e betulle, veston bene e con fierezza queste vecchie e leggendarie lande d’un continente che all’atlantideo destino cerca pure di fuggire.

Il re guerriero è là sul colle che grigie nubi imperlano con larga e degna maestranza, mentre il filo dell’orizzonte si palesa affilato come lama di sacra spada nella vasta lontananza.

Alte e strette navi, ormeggiate in questa grande terra di mezzo, affiancano, con il vigore degno di quei draghi di prua, di norrena memoria, le storte e distorte, gementi coste del grande regno.

Dai preziosi monti giunge or sai un grande esercito di Dwarves, le cui asce rifletton bene le argentee nubi che sovrastano il mondo. Dai boschi oscuri, invero è detto, giunge per gli uomini altro soccorso, il grande spirito degli Elves.

Ardimentosi eroi son questi, creature fatate, d’umano immaginario, che supportan con sapienza il coraggio spesso assente nell’animo di tanta gente, nei periodi più tremendi.

Grandi omaggi e ricchi doni porgono tali mitiche creature nelle mani del re.

Il tempo scorre inesorabile sulle rive d’ogni fiume in tumulto, sotto il respiro del vento.

Enormi bastioni dalle corazze pietrificate sovrastano i mari, mentre arcieri di gran maestranza fan sentinella con sagace cautela, in un passo cadenzato a ritmo di solenni preghiere nel mortal cammin di ronda.

Neve, ghiaccio e tempesta abbraccian grevi le terre dell’ovest, e mentre grossi eserciti di uomini e creature di feèria formano le loro salde posizioni, e artigiani in grande moto prestan le loro arti al servizio del regno, valorose, solenni e sempre liete suonan le campane d’ogni chiesa.

Forte batte il metallo delle armi di difesa sugli elmi nemici; impugnano le elfiche spade intrepidi uomini, del cui coraggio in fior, si impreziosisce l’antica patria.

Meravigliosi archi sibilano gloriosamente nel vento impetuoso; l’ira da tempo dormiente s’è ormai destata e con ammirevole determinazione si impegna a far scorrere fiumi dell’infedele sangue. Il vitello d’oro gronda sangue, è rosso. Uomini, è rosso.

Lunghe candide barbe e giovani spalle insieme collaborano nella lunga battaglia. E’ qui, grandiosa, la nostra gloria cantata dal vento incessante, nonostante tutto, nonostante tutti.

Grande è infine il nostro debole cuore e felice, nella dolce sofferenza, è la speranza ancor già nella tempesta, quando tutto è pronto per l’ultima battaglia.

Ardore e sacrificio si innalzano oltre le nubi, lì nell’azzurro mare eterno.

Ritornano, per sacro dono, le antiche e premiate dinastie che orbene indossan il nobile vestito della carità, guidando con fervore il loro grande, umile e amato popolo che a Dio torna; prezioso gregge nel grembo di Sancta Romana Ecclesia, meravigliosa, scintillante Sposa, tu che mai ci abbandonerai, noi, discendenti, ecco sì, dell’originale e dolorosissima offesa a Dio nostro Creatore.

Torna presto Nostro Signore Gesù Cristo, nostro eterno salvatore.

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