R. H. Benson: un monsignore all’ombra del Chesterbelloc

di Luca Fumagalli

Joseph Pearce, uno dei più importanti studiosi della letteratura cattolica inglese, nel suo saggio Catholic Literary Giants fa giustamente notare come «oltre a Chesterton e Belloc, lo scrittore che più di tutti ricoprì un ruolo di primo piano nel revival letterario cattolico dei primi anni del XX secolo fu Robert Hugh Benson».

In Gran Bretagna, infatti, furono pochi quelli che, al pari del monsignore – figlio dell’anglicano arcivescovo di Canterbury e perciò uno dei convertiti più illustri del suo tempo –, seppero efficacemente piegare la narrativa alle esigenze missionarie e apologetiche. Sia nei romanzi storici dell’epoca Tudor che nelle opere di ambientazione contemporanea, in cui la società edoardiana è vittima di una satira pungente ma mai realmente feroce, Benson si rivelò un prosatore d’eccezione divenendo uno dei primi autori “papisti” a ottenere una vasto consenso di pubblico e critica. I suoi libri, su tutti il capolavoro distopico Il padrone del mondo (1907), vendettero bene e il suo nome pareva destinato a essere marchiato a fuoco nella storia della letteratura inglese; tuttavia, con la prematura scomparsa, poche settimane dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, i suoi lavori caddero rapidamente nell’oblio.

Hilaire Belloc, che incontrò Benson di persona nel 1913, in occasione di un convegno con gli studenti di Cambridge, fu uno dei più grandi estimatori dei suoi romanzi storici: «Sarà l’uomo che un giorno scriverà un libro che ci darà un’idea più precisa di quello che avvenne in Inghilterra tra il 1520 e il 1560». Ne Le grandi eresie (1938) Belloc non mancò di elogiare neppure i racconti futuristici del monsignore: «Il fu Robert Hugh Benson scrisse due libri, entrambi notevoli, che riflettono l’immagine delle due opposte possibilità. Nel primo, Il padrone del mondo, l’autore presenta l’immagine di una Chiesa ridotta a un piccolo gruppo nomade, come se tornasse alle sue origini, con il Papa alla testa dei Dodici e una conclusione nel Giorno del Giudizio. Nel secondo, L’alba di tutto, immagina il pieno ripristino della cattolicità, la nostra civiltà ristabilita, rinvigorita, ancora una volta seduta, vestita e sana di mente. Perché in quella nuova cultura, anche se piena di imperfezione umana, la Chiesa avrà recuperato il ruolo di guida degli uomini e ispirerà ancora lo spirito della società con proporzione e bellezza».

A sua volta Benson era un ammiratore di G. K. Chesterton. Così scriveva nel 1905 a uno dei suoi corrispondenti (molti anni prima che Chesterton si convertisse): «Hai letto un libro di G. K. Chesterton chiamato Eretici? Se non l’hai ancora fatto, recuperarlo e vedi cosa ne pensi. Mi pare che lo spirito che vi aleggia sia splendido. L’autore non è cattolico ma ne ha lo spirito. È così solare, discreto e sensibile! Qualcuno potrebbe annoiarsi per il suo estremo amore per il paradosso, ma c’è una sorta di spirito di vigilanza nella sua religione e nel suo punto di vista che rende i libri semplicemente esilaranti».

Il monsignore non fu insensibile nemmeno al fascino del teatro chestertoniano. Nel 1914 fu particolarmente colpito da Magia, opera messa in scena su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ancora Joseph Pearce: «Durante una visita negli Stati Uniti, lo si poteva trovare regolarmente dietro le quinte durante le prove dello spettacolo. Benson era all’apice delle forze e della popolarità, e ci si sarebbe aspettati che avrebbe ottenuto un considerevole successo come drammaturgo se solo avesse voluto indirizzare i suoi talenti verso quella via. Ma non fu così».

In ultimo, non va dimenticato che almeno un paio di lavori del monsignore come Papers of a Pariah (1907) e Paradossi del cattolicismo (1913) mostrano più di un richiamo a Chesterton, tanto nello stile accattivante quanto nell’uso provocatorio dei paradossi.

Benson, Chesterton e Belloc, ognuno con il proprio peculiare carisma, stanno alle porte del Novecento culturale britannico come le tre teste di un benevolo Cerbero del cattolicesimo, pronte a mostrare le zanne ai mali montanti della secolarizzazione e del relativismo valoriale. Profeti inascoltati, la stima reciproca è un ulteriore prova di quella profonda comunanza di intenti e di quella passione che hanno reso i loro libri immortali, ancora drammaticamente attuali.

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