“Clavus Romanii Imperii”. Costantino, sant’Elena e i Chiodi di Cristo

La devozione del Messale Romano nella sua Appendice riporta per il Venerdì dopo la Prima Domenica di Quaresima la festa dei Sacri Chiodi e della Sacra Lancia che trafissero il Corpo del Redentore Crocefisso. A proposito della reliquia dei Chiodi proponiamo al Lettore una riflessione che a proposito di essi fa sant’Ambrogio nel contesto della cristianizzazione dell’Impero Romano operata da Costantino, la cui santa madre Elena dei medesimi Chiodi, come anche delle altre reliquie della Passione, fu scopritrice.

Chiodo conservato nella Basilica di Santa Croce di Gerusalemme assieme al Legno della Vera Croce, al Titulus Crucis e a due Spine della Corona
Chiodo conservato nel Duomo di Milano.

Sebbene a Costantino la grazia del battesimo abbia rimessi tutti i peccati solo in punto di morte, tuttavia, siccome fu il primo imperatore a credere in Cristo e lasciò dopo di sé ai principi successori l’eredità della fede, ottenne un posto degno del gran merito. Ai suoi tempi si compì la nota profezia: “In quel giorno ciò che sta sopra il morso del cavallo sarà sacro al Signore onnipotente” (Zach. XIV, 20). La qual cosa ebbe a manifestare sua madre, Elena di santa memoria, ispirata dallo Spirito di Dio.

Beato Costantino per tale madre, che cercò per il figlio imperatore l’aiuto della protezione divina, grazie alla quale egli fosse anche protetto nelle battaglie, e non temesse alcun pericolo. Grande donna, che seppe offrire all’imperatore molto più di quello che dall’imperatore avesse ricevuto. Madre che, preoccupata per il figlio, cui era toccata la sovranità del mondo romano, partì di fretta alla volta di Gerusalemme e ricercò il luogo della Passione del Signore.

[…] Venne quindi Elena e iniziò a visitare i luoghi santi; le ispirò lo Spirito Santo di ricercare il legno della croce, salì sul Golgota, e disse: “Ecco il luogo della battaglia, dov’è la vittoria? Cerco il vessillo della salvezza e non lo trovo. Io – soggiunse – sul trono, e la croce del Signore nella polvere? Io tra dorati splendori, e il trionfo di Cristo tra le macerie? Quello è finora nascosto, è quindi occultata la palma della vita eterna? Come considerarmi redenta, se questa redenzione non si discerne?

Ben intendo, o diavolo, quello che hai architettato, affinché la spada con la quale sei stato soppresso, fosse ostacolata. Ma Isacco liberò i pozzi otturati dagli stranieri, non sopportando che rimanesse nascosta l’acqua. (Gen XXVI, 18) Si tolgano quindi di mezzo le macerie, perché si riveli la vita: si estragga la spada con la quale fu tagliata la testa del vero Golia (1 Reg XVII, 51); si apra la terra, perché risplenda la salvezza (Isa XLV, 8). Diavolo, pensavi che nascondendo il legno della croce, avresti potuto nuovamente vincere? Ti ha vinto Maria, che generò il trionfatore, che senza perdere la verginità, partorì colui che, crocifisso, ti vincesse e, morto, ti sottomettesse. Sarai vinto anche oggi, perché una donna scoprirà le tue insidie. Ella come santa portò nel seno il Signore, io ricercherò della sua croce; ella mostrò chi aveva generato, io chi è risuscitato; ella fece sì che Dio fosse visto tra gli uomini, io a rimedio dei nostri peccati innalzerò dalle rovine il vessillo divino”.

Scava allora la terra, smuove la polvere: trova le tre croci indistinte, che le macerie avevano ricoperto e il nemico nascosto. Ma non poté cancellare il trionfo di Cristo. Si arresta incerta: si ferma come donna, ma lo Spirito Santo le suggerisce una consapevole ricerca perché col Signore erano stati crocifissi due ladroni. Ricerca la croce centrale. Ma poteva essere accaduto che le macerie avessero confuso tra loro le croci, o per una circostanza scambiate. Torna a leggere il Vangelo e legge che sulla croce centrale era scritto: Gesù Nazareno, Re dei Giudei (Joann XIX, 19). In ciò è contenuto l’indizio della verità, quale fosse la croce della salvezza si capì dal cartiglio. Questo motiva perché, ai Giudei che si lagnavano, Pilato rispose: “Quel che ho scritto è ho scritto” (Ibid., 22), cioè: “Non scrissi quelle cose perché fossero a voi gradite, ma perché fossero conosciute in avvenire; non scrissi per voi ma per i posteri”; quasi predicendo: “Abbia Elena qualcosa da leggere, così da riconoscere la croce del Signore”.

Trovò dunque il cartiglio, adorò il Re, non già il legno della croce, perché questo è un errore dei Gentili e futilità degli empi; adorò invece colui, che, scritto nel cartiglio, era stato appeso al legno; colui, dico, che come lo scarabeo (Habacuc II, 11. Septuaginta) chiamò a gran voce il Padre, perché condonasse i peccati ai suoi persecutori (Luc XXIII, 34). Elena desiderosa, aveva fretta di toccare il rimedio dell’immortalità, ma temeva di calpestare il mistero della salvezza. Lieta nel cuore, ma con passo trepidante, non sapeva cosa fare. Si diresse tuttavia al fosso dove avrebbe trovato la verità; il legno rifulse e la grazia balenò. Poiché quindi Cristo aveva già visitato la donna in Maria, lo Spirito la visitò in Elena: le insegnò ciò che come donna ignorava e la condusse sulla strada che come mortale non poteva conoscere.

Poi cercò i chiodi, coi quali era stato crocifisso il Signore, e li trovò. Da un chiodo fece realizzare un morso, di un altro fece un ornamento per un diadema; trasformò uno in ornamento, l’altro per la devozione. Fu visitata Maria, perché liberasse Eva, fu visitata Elena, perché fossero redenti gli imperatori. Mandò perciò a suo figlio Costantino il diadema abbellito di gemme, le quali ricordasse che erano unite col ferro del chiodo, la gemma più preziosa della croce della redenzione divina. Gli mandò anche il morso. Costantino li usò entrambi e trasmise la fede ai successivi re. Di conseguenza il principio della fede dei nostri imperatori è il “santo che sta sul morso” (Zach. XIV, 20); da quello si propagò la fede, perché cessasse la persecuzione e subentrasse la devozione.

Agì sapientemente Elena, che ha posto la croce sulla testa dei re: affinché nei re sia adorata la croce di Cristo. Questa non è superbia, ma devozione, perché si rende omaggio alla redenzione santa. Buono è dunque il chiodo dell’Impero Romano, che governa il mondo intero e riveste la fronte dei principi, affinché siano banditori della fede quelli che solevano perseguitarla. Giustamente il chiodo è sul capo, perché là dove è il senno, ivi sia una protezione. Sul capo la corona, nelle mani le briglie: la corona trae origine dalla croce, perché risplenda la fede, anche le briglie provengono dalla croce, perché l’autorità governi con equa moderazione e non con ingiusta tirannide. Anche gli imperatori abbiano dalla liberalità di Cristo la possibilità che, come per il Signore, dell’imperatore romano si dica: «Gli hai posto sul capo una corona di pietre preziose» (Ps XX, 4)

Di cio la Chiesa si rallegra, il Giudeo si vergogna; non solo si vergogna, ma anche si tormenta, perché è egli stesso la causa del suo turbamento. Mentre oltraggia Cristo, lo dichiara re: mentre lo chiamava Re dei Giudei, riconosce la sua empietà, non avendolo creduto. “Ecco – dicono i Giudei – abbiamo crocifisso Gesù, e accade che i cristiani non solo risorgano dopo la morte, ma anche da morti trionfino. Noi abbiamo crocifisso colui che i re adorano: noi non adoriamo, essi lo adorano. Ecco anche il chiodo è onorato, e quello che noi schiacciammo per dare la morte, è diventato strumento di salvezza, e con un misterioso potere invisibile tormenta i demoni. Pensavamo di aver vinto, ma ci riconosciamo vinti. D’altra parte Cristo risuscitò, e i re riconobbero la sua resurrezione. Vive anche se non si vede. Ora maggiore è la nostra rivalità, ora più violenta la guerra nei suoi confronti. I regni sono al suo servizio, l’autorità lo favorisce, noi lo disprezzammo, come potremo resistere ai re? I re s’inchinano davanti al chiodo dei piedi. Come mai i re lo adorano, ma i Fotiniani negano la sua divinità? Come mai gli imperatori mostrano nella loro corona il chiodo della sua croce, mentre gli Ariani sviliscono il suo potere?”.

Ma mi chiedo: cosa vuol dire “è sacro ciò che sta sul morso” (Zach. XIV, 20), se non che questo doveva frenare la superbia degli imperatori, reprimere gli abusi dei tiranni, che si comportavano come cavalli nitrenti in sfrenatezze, perché era loro lecito commettere impunemente adulteri? Quali infamie scoprimmo dei Nerone, dei Caligola e di tutti gli altri per i quali non vi fu un “oggetto sacro” sul morso?

E allora cos’altro ha ottenuto l’azione di Elena nel regolare il morso, se non che per lo Spirito Santo sembrasse dire agli imperatori: “Non siate come il cavallo e il mulo” (Ps XXXI, 9), ma stringesse le loro mascelle con il morso e con la museruola affinché, coloro che prima non si riconoscevano re, potessero governare i loro sudditi? Il potere, infatti, si volgeva incline al vizio e, come bestie si macchiavano di incontrollata libidine. Ignoravano Dio, la croce del Signore li limitò e li dissuase dal cadere nell’empietà. Fece alzare loro in alto gli occhi, perché in cielo cercassero Cristo. Si tolsero la museruola della malafede, si accollarono il freno della devozione e della fede, seguendo colui che dice: “Prendete il mio giogo sopra di voi … il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (Matth XI, 30). Da allora in poi i successivi principi furono cristiani, con l’eccezione del solo Giuliano, che abbandonò l’autore della sua salvezza, per abbandonarsi all’errore di una falsa filosofia.

(Sant’Ambrogio, De obitu Theodosii, XL-LI . PL XVI, 1399-1403)

a cura di Giuliano Zoroddu

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