G. K. Chesterton e San Francesco: breve storia di una lunga amicizia

di Luca Fumagalli

Quella di Chesterton per San Francesco fu una passione che durò per tutta la vita. Da bambino, molti anni prima di diventare cattolico, i genitori lessero al piccolo Gilbert la strana storia di un uomo che rinunciò a tutti i suoi averi, persino ai vestiti che stava indossando, per seguire Cristo in una santa povertà. Quel giorno tra il ragazzo e il poverello di Assisi, figura paradossale quanto affascinante, fu subito amicizia.

Negli anni Novanta dell’Ottocento, quando l’inclinazione per la meraviglia tipica della fanciullezza aveva lasciato il posto ai dubbi e ai fantasmi di un animo irrequieto, Chesterton cadde vittima delle nebbie del decadentismo. In questo stato d’animo al limite della disperazione, nel novembre del 1892 pubblicò una poesia dedicata proprio a San Francesco, il «sognatore solitario», costruita su una serie di domande che testimoniavano l’angoscia di un uomo confuso, in cerca di una risposta: «È nella lucente casa di Dio che noi dimoriamo, o in una tomba di oscuro smarrimento?».

San Francesco fu sempre un prezioso alleato per Chesterton e fu anche grazie a lui se quest’ultimo poté superare indenne le angosce della giovinezza. Il 1 dicembre del 1900, il giorno dopo che Oscar Wilde era morto da cattolico a Parigi, Chesterton – ancora lontano da Roma – scrisse un accorato elogio del santo d’Assisi sulle colonne dello «Speaker»: «Fu forse il più felice dei figli degli uomini; […] nei suoi tre voti di povertà, castità e obbedienza negò a se stesso e a coloro che amava di più, la proprietà, l’amore e la libertà».

Tali parole, quasi un’introduzione alla biografia di San Francesco che Chesterton scrisse ventitré anni dopo, sintetizzano perfettamente il ruolo di antidoto che il santo rivestì nei confronti della corruzione morale del suo tempo.

Nel 1902, in Twelve Types, Chesterton lodò nuovamente il poverello d’Assisi; questa volta, però, lo fece con una devozione inedita, quasi del tutto assente nella cupa poesia di dieci anni prima.

Nel luglio del 1922 Chesterton venne finalmente accolto nella Chiesa cattolica; otto settimane dopo, in occasione della cresima, scelse come nome quello di Francis. Sarebbe una fin troppo facile tentazione quella di giustificare tale decisione con la volontà da parte dello scrittore di omaggiare Frances Blogg, l’amata moglie; tuttavia non è improbabile che il riferimento – almeno il principale, giacché i due non si escludono – fosse a quel santo che Chesterton aveva imparato ad amare sin dalla più tenera età.

Al tempo della conversione, probabilmente come ringraziamento per la sua intercessione, Chesterton aveva già pianificato una biografia di San Francesco, la quale sarebbe stata pubblicata l’anno successivo. Confermando l’importanza che il santo rivestì nella sua vita, scrisse: «La sua figura è come una sorta di ponte che collega la mia infanzia con la mia conversione a molte altre cose».

L’ammirazione di Chesterton per il poverello d’Assisi è legata alla convinzione – fortemente radicata nello scrittore – che l’innocenza del fanciullo sia superiore a qualsiasi forma di cinismo. San Francesco e i suoi frati vennero infatti chiamati “i giullari di Dio” per il loro candore e la loro giovialità, espressione di quella miracolosa sintesi tra il sorriso e l’umiltà che trova la propria radice nella gratitudine nei confronti di Dio.

San Francesco d’Assisi si rivelò un successo commerciale, risultando uno dei testi più apprezzati di tutta la bibliografia dell’autore inglese. Come scrisse il critico Patrick Braybrooke: «La Chiesa cattolica ha trovato in Chesterton il più grande interprete del suo più grande santo».

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