Miti, fiabe e leggende. La fantasia alla luce della Verità universale

in posizione complementare alla metafisica aristotelico-tomista – La tolkieniana “intima consistenza della realtà”


di Domenico Dimatera

Il seguente scritto si basa sul saggio di J. R. R. Tolkien “Sulle Fiabe” (On Fairy-Stories), ed è atto a delineare un quadro sommario, un dipinto, o se si vuole una cornice adeguata a tal dipinto ovvero all’arte umana che, grazie al divin dono della fantasia, della capacità d’astrazione dell’umano intelletto, permette all’uomo, a noi creature, una certa contemplazione che ci porta ad amare la Verità divina e universale, il Logos; a percepire e comprendere meglio la realtà di questa terrena esistenza, non già strisciando vilmente nel mortal pantano, nelle sabbie mobili d’un ottuso materialismo, ma, in grazia, poter gioire, in questa valle di lacrime, della edificante libertà di temporanei voli “preternaturali” che il nostro intelletto, sulle solide fondamenta dei valori cristiani, può fare grazie appunto alla fantasia, alla capacità che abbiamo per un divino volere atto fors’anche a ricordare che:

Veniamo da Dio e, inevitabilmente, i miti da noi tessuti, pur contenendo errori, rifletteranno anche una scintilla della luce vera: la verità eterna che è con Dio. Infatti, solo creando miti, solo diventando un subcreatore di storie, l’uomo può aspirare a tornare allo stato di perfezione che conobbe prima della caduta. I nostri miti possono essere male indirizzati, ma anche se vacillano fanno rotta verso il porto, mentre il “progresso” materialista conduce solo a un abisso spalancato e alla Corona di Ferro del potere del male. [J. R. R. Tolkien]

Orbene, Fairy tales! Storie il cui fulcro non è costituito propriamente dagli esseri fatati, ma più precisamente sono incentrate sul loro regno – il “Regno fatato” –, le atmosfere che esso evoca, e le avventure di uomini che riescono ad entrare in esso, in questo reame periglioso, tramite l’uso della fantasia, soprattutto con il grande ausilio dell’arte della narrazione.

Quindi è un mondo che non può essere raggiunto dall’uomo fisicamente. Ma, benché irraggiungibile fisicamente, deve essere, non di meno, assolutamente reale.

Le storie devono apparire al lettore o ascoltatore, vere e credibili, e non come mere illusioni o sogni.

Feèria, creazione artistica dell’uomo, esiste ed è vera nella propria realtà, nel proprio mondo – secondario rispetto al nostro –, e dunque non può presentare il carattere illusorio che appunto il sogno ci presenta.

La creazione di Feèria – o subcreazione di un mondo secondario – deve obbedire alla logica e alla ragione.

Infatti se il lettore dovesse ricorrere alla sospensione volontaria dell’incredulità significherebbe solo che il narratore è in errore: tutti sono capaci di parlare del sole verde, dell’erba blu ecc., ma rendere verosimile ciò è arduo, c’è bisogno di un certo lavoro e appunto di un’arte vera e propria.

La fantasia è una tra le più alte forme di arte umana, più nobile quanto più unita ai valori della fede nel nostro Creatore. Essa, non deve restringersi solo al campo dell’immaginazione intesa nell’accezione più limitata del termine, e cioè la capacità mentale di plasmare immagini, ma deve essere considerata come vera e propria arte, attraverso cui quelle immagini sono rese consistenti e correlate in un preciso modo.

Un’arte che non è, di certo, inferiore rispetto ad altre, ma anzi ne costituisce, è bene ribadirlo, la sua forma più alta e più pura.

Arte che consiste nel collegare nel giusto modo queste immagini fantastiche, tanto da plasmarle in una forma atta a conferire, alla creazione di un mondo secondario, l’intima consistenza della realtà.

La narrazione fantastica è così il superiore prodotto finale della fantasia, e la ritroviamo sotto varie forme nei miti, nella fiabe e nelle leggende – elementi utilizzati dall’umanità sin dai suoi primordi in concomitanza con la nascita dello stesso linguaggio – che in qualche modo son racchiusi oggi nella prosa del genere letterario denominato High Fantasy o Fantasy Epico, nei modi appunto dell’epica e della saga; termini, questi ultimi, che rappresentano la parola, il dire, il raccontare, il narrare.

Orbene, Tolkien definì le nostre fiabe “subcreazioni” per dire al tempo stesso che esse sono sì veramente frutto del nostro essere a immagine e somiglianza di Dio, ma che, d’altra parte, non raggiungono il mondo primario – ovvero quello reale – perché la Creazione è solo una, quella di Dio, e di cui le nostre storie non sono che un lontano eco e richiamo.

La fiaba soddisfa alcuni primordiali desideri umani, tra i quali ricordiamo: sondare le profondità dello spazio e del tempo (anche se non propriamente nella maniera tecnico-scientifica) e avere comunione con altri esseri viventi, senza sfociare nelle favole di animali, queste ultime intese quali mere allegorie e satire, dove la forma animale altro non è se non una maschera sul volto umano.

Nelle fiabe, nel mondo di feèria in generale, sono presenti innumerevoli creature, ma gli eroi restano gli uomini, che dunque, non possono diventare semplici appendici. Storie fatate e non di bestie; storie del mondo di fate, di feèria, del reame periglioso, per l’uomo.

Il reame della fiabe è ampio, profondo ed eminente […] esso contiene molte altre cose accanto a elfi e fate, oltre a gnomi, streghe, trolls, draghi e giganti: racchiude i mari, il sole, la luna, il cielo, e la terra e tutte le cose che sono in essa, alberi e uccelli, acque e sassi, pane e vino, e noi stessi, uomini mortali, quando siamo vittime di un incantesimo. […] Vi si possono reperire animali terrestri e alati di ogni specie; vi sono mari sconfinati e miriadi di stelle, una bellezza che incanta e pericoli sempre in agguato, […] un reame pieno di trabocchetti per gli incauti e tranelli per i temerari.La gioia e il dolore vi sono affilati come spade.È un reame in cui un uomo può forse considerarsi fortunato per avervi vagato, ma la sua stessa ricchezza e singolarità inceppano la lingua del viaggiatore che volesse riferirne. E, mentre vi si trova, è rischioso per lui porre troppe domande, per tema che i cancelli si serrino e le chiavi vadano perdute.

Fatto, quest’ultimo, che in maniera esemplare possiamo ritrovare nel meraviglioso racconto “Il fabbro di Wootton Major” (sempre di Tolkien).

Secondo la minuziosa analisi scientifica attuata da V. Propp, le origini delle fiabe possiamo ritrovarle nei rituali ancestrali a carattere venatorio e rituali atti a rappresentare la natura nei suoi vari aspetti, nelle sue trasformazioni, partendo dai movimenti degli astri, il giorno e la notte, la crescita di piante e alberi così come lo sbocciare di fiori, la pioggia, vento e così via.

Ma questa analisi di certo non smonta la fiaba nella sua essenza, in quel che ci offre; difatti, sebbene una parte delle sue origini possa trovarsi con una certa probabilità tra le summenzionate considerazioni del Propp, il risultato non cambia. Il rituale antico, atto a rappresentare simbolicamente la natura e i suoi vari aspetti – con particolare attenzione al carattere e alla ragione di sussistenza – resta una cosa, la fiaba un’altra.

L’arte della narrazione, dapprima orale e poi scritta, ha permesso la creazione delle sue uniche, peculiari, atmosfere.

Il fatto che, sia la fiaba sia qualunque altro genere di arte umana, contengano per forza di cose rappresentazioni di ciò che ci circonda, ricordi ancestrali ecc., pur trattando di un mondo secondario, non ne cambia la loro essenza. Per quanto riguarda esclusivamente la fiaba, questo fatto non la rende di certo una semplice allegoria. Importante è altresì la capacità di astrazione della mente umana, che si può dire ha avuto inizio con la lingua. La lingua è infatti fondamentale e, in origine, la magia più importante nel mondo di feèria è stata l’uso dell’aggettivo, che ha permesso di immaginare l’erba verde come erba blu, anche se, come già detto sopra, questo non è sufficiente: c’è bisogno di un lavoro artistico atto a costruire attorno a quell’aggettivo un mondo di senso che abbia la caratteristica della verosimiglianza.

In tutto questo pare subito evidente l’importanza che l’invenzione di un mondo secondario riveste nell’ambito della fantasia e dunque nel mondo di feèria, in netto contrasto con il semplice intento allegorico: nella fiaba la morale deve essere implicita, e non esplicitata con l’uso appunto di allegorie, altrimenti sarebbe solo un racconto-maschera, non una narrazione del mondo fantastico, di un mondo secondario con determinate leggi e caratteristiche proprie.

Importante per la fiaba è l’effetto prodotto dalla narrazione di elementi di un’antichità inimmaginabile, dunque il fascino racchiuso in essi, caratterizzato dagli usi e costumi di quell’era; cose che a noi risultano strane e allo stesso tempo meravigliose. È di questo che si deve tener conto, senza smontare l’oggetto in inutili frammenti, come si fa spesso in molte analisi tecniche. Ricordiamo, a tal guisa, che il fiore è tale se considerato nella sua integrità, sia fisica che per le sensazioni che ci offre, come il suo profumo, dolce o greve ausilio di ricordi e quant’altro, ma cosa ben diversa – che ad altro non serve se non a degradare il tutto – è considerare il fiore solo come un asettico ammasso di fibre, molecole e altri elementi considerati singolarmente, separatamente, in un approccio scientista che non riesce a considerare l’oggetto per quel che è, nella sua integrità ed essenza, oltre che per le ancillari qualità come la sensazione e il significato metafisico e simbolico ch’esso può donarci.

Difatti questo cinico approccio porta a considerare l’uomo nell’esclusivo senso materialistico, come una mera carcassa di carne e ossa senz’anima, da squartare all’occorrenza per comprenderne i suoi significati, analizzando i vari elementi di cui è composto. Ma come diceva il grande maestro Tolkien, in una frase pregna di significato: <<Colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza.>>

La fiaba possiamo vederla attraverso tre principali prospettive, tre facies, quali: mistica (volta al soprannaturale), magica (volta alla natura), specchio dello scherno e della pietà (volta all’uomo).

Quella essenziale, che predomina nel mondo di feèria, è quella magica, e la misura in cui le altre si rendono manifeste è variabile a discrezione del narratore.

La fiaba, come si è detto, non può essere frutto esclusivamente di visioni oniriche, perché appunto la fantasia usata nel mondo feèrico, che viene spesso confusa con i sogni, è una vera e propria arte a differenza appunto del sogno, dove in casi eccezionali può sì esserci della fantasia, ma il più delle volte è composto da disordini mentali in cui manca appunto il controllo, dove preponderanti sono le illusioni (che come già chiarito prima, non devono crearsi nel lettore o ascoltatore) e le allucinazioni.

Le fiabe tra le tante cose, parlando delle cose reali nel miglior modo possibile al nostro cuore, alla nostra mente e al nostro animo, ovvero tramite la fantasia (incentivandone il suo uso in modo retto), offrono anche: ristoro, evasione, consolazione. Elementi di cui molto spesso hanno più bisogno gli adulti che i bambini, ed è infatti una concezione errata quella che vede il mondo delle fiabe come cosa esclusiva per i bambini.

Ma, sebbene moltissime fiabe siano state sottoposte ad edulcorazioni varie, questa considerazione su di esse e sul fantastico in generale, molto spesso negativa, è anche frutto dello stesso modernismo (tra illuminismo, razionalismo, libertinaggio, nichilismo e altri frutti gnostico-teosofici), della secolarizzazione, e sì, del buonismo, non certo della fiaba in sé. E così possiamo notare come la fiaba sia stata relegata esclusivamente a “cosucce per bambini” analogamente a ciò che può avvenire con dei vecchi mobili, gettati nelle stanze dei bambini a causa della moda transeunte che impone una sostituzione con nuovi modelli, con tutte le ovvie conseguenze dei pericoli di abbandono e degrado che quei vecchi mobili correranno, al pari, appunto, delle fiabe.

Un giusto riferimento ai bambini c’è, ed è quello che afferma il modo per entrare nel mondo di feèria: bisogna avere “il cuore di un fanciullo”. Questo non significa affatto che bisogna essere bambini e non crescere, ma sottolinea null’altro che l’umiltà e l’innocenza, caratteristiche queste ricorrenti appunto più nel mondo dei bambini che in quello degli adulti modellato dalle regole della società moderna, del suo Stato posto al di sopra di Dio, dove in uno sfrenato materialismo, la fantasia come tanti valori – pervertiti nei loro significati, così come accade nel concetto di libertà decaduta in libertinaggio, nella ragione decaduta in razionalismo e così via – diviene cosa da evitare, cosa che, addirittura, ridicolizzerebbe la ragione e sarebbe per la persona, e soprattutto per i bambini, deleteria, distaccandoli dal mondo reale. Considerazioni, queste, prive d’ogni fondamento e che superano l’assurdo allo stesso modo dei valori corrotti con l’inganno, allontanando sempre più dalla Verità rivelata, oggettiva e universale, così rendendo il soprannaturale mera sciocchezza, inutilità, irrealtà, cosa per folli sognatori che non hanno i piedi ben piantati nel terreno (come gli Hobbit guarda caso!); un’orribile visione, disperata follia, una follia allo stato brado, bestiale, una visione niente meno che nichilistica, suicida, che odia l’uomo, il Creato tutto, e vuole assurdamente cancellare dalla realtà delle cose e le angeliche gerarchie e, ovviamente, lo stesso Dio, meta ambita dalla culturale droga del pensiero unico standardizzato della res publica antichristiana, della schiavitù a Satana, alla sua invidia, alla sua impotenza, al suo malessere.

Possiamo altresì, a questo punto, notare che nella fiaba, l’innocenza e la capacità di meravigliarsi, sono linee essenziali, e una delle lezioni che troviamo sovente in essa è che il pericolo, il dolore e l’ombra della morte possono impartire dignità e a volte addirittura saggezza. Si nota subito che molte edulcorazioni modificano tutti questi aspetti originari.

<<Il ristoro (che implica il ritorno alla salute e il suo rinnovamento) è un riguadagnare, un ritrovare una versione chiara>>, partendo dalle cose semplici di cui sono composte in larga misura le fiabe.

Non a caso, tra le primarie virtù che le fiabe ci presentano, abbiamo l’umiltà, quel nobile valore che è in grado di esaltare in maniera unica, la semplicità. Son proprio questi elementi semplici, infatti, che costituiscono nella fiaba i pilastri di quella struttura fantastica che parte appunto – e non può far diversamente – da una più chiara visione del mondo primario, quindi non v’è contrasto alcuno con l’antropologia cattolica integrale imperniata sulla metafisica aristotelico-tomista.

Elementi che il narratore modella artisticamente per donarci quel meraviglioso che molto spesso non riusciamo a scorgere sotto i nostri stessi occhi nel mondo primario, nelle piccole cose, assuefatti a una visione cinica e superficiale, così estremamente razionalizzata fino alla follia e spuria d’ogni virtù, al modo che non è più possibile scorgere la bellezza della semplicità in un’autunnale foglia rossiccia che, giunto il momento di staccarsi dal ramo per far posto successivamente ad altre, raggiunge in modo silenzioso e austero le sue consimili, in uno splendido tappeto che concorre a conformare, in un’atmosfera dalle mille tonalità, quel delizioso scenario che caratterizza molti luoghi – ognuno con caratteristiche proprie – in quella stagione.

Allo stesso modo ricordiamo la bellezza di ruscelli e cascate che modellano artisticamente le arcaiche rocce in un indimenticabile scenario di un tranquillo boschetto montano, dove l’armonia dell’uomo con lo stesso ambiente la si percepisce anche dal rintocco di campane di una chiesa, di un monastero, e dal familiare richiamo della moglie, della mamma o della nonna, proveniente da qualche casetta che ancora custodisce quel confortante focolare domestico fatto anche di delizie caserecce preparate con amore.

Questo, assieme a tantissimi altri piccoli esempi, è atto a rimembrare quella bellezza e quell’armonia insite in tutto il Creato, e che l’uso smodato, e senza basamento valoriale, della tecnologia in una cupidigia senza limiti, e l’avida sete di potere, han concorso in gran forza a farci dimenticare.

Dovremmo guardare ancora il verde, ed essere nuovamente stupiti (ma non accecati) dall’azzurro, dal giallo, dal rosso; dovremmo incontrare il centauro e il drago, [elfi e nani e altre fantastiche creature], e poi fors’anche all’improvviso scorgere, al pari degli antichi pastori, pecore, cani, cavalli e beninteso lupi. Questo ristoro, le fiabe ci aiutano ad averlo. E in questo senso, soltanto il gusto per esse può renderci o mantenerci fanciulli.

L’evasione come abbiamo detto, costituisce una delle principali funzioni delle fiabe, in un’accezione chiaramente positiva e che può persino essere eroica, a differenza del tono sprezzante o compassionevole, forse pure di biasimo, che connota tanto spesso, oggi, il termine.

Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere – [a maggior ragione se ingiustamente] –, desidera uscirne e tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere.

È presto evidente che la connotazione negativa risiede in un’errata interpretazione del termine e conseguente confusione di idee, dato che i critici sovente confondono – e non sempre in buona fede – l’evasione del prigioniero con la fuga del disertore; <<… sembrerebbe anzi che preferiscano l’acquiescenza del collaborazionista alla resistenza del patriota. Con un simile modo di pensare, basta dire “la terra che amate è condannata”, per scusare ogni tradimento, anzi glorificarlo.>>

Perché mai, dunque, dovrebbe esser cosa negativa scappare da un sistema fatto di cose oggettivamente invenuste e transitorie?

E, a proposito di cose transitorie: <<I lampioni, ad esempio, possono essere esclusi dal racconto per la semplice ragione che sono brutte lampade>> e possono essere così ignorati perché insignificanti e transitori; <<le fiabe [infatti] parlano di cose permanenti, non di lampadine elettriche, ma di fulmini!>>.

L’idea, [poi], che le automobili o le fabbriche siano cose più “vive”, diciamo dei centauri o dei draghi, è ben curiosa; e che siano più “reali” a esempio di cavalli, è pateticamente assurdo. Ah, quanto reale, quanto sorprendentemente viva è infatti la ciminiera di una fabbrica, se paragonata a un olmo, questa povera cosa obsoleta, inconsistente sogno di un escapista!

In un’epoca in cui la semplicità e l’umiltà sono cose quasi estranee, lontane, appartenenti all’Iperuranio, l’uomo non si accontenta più – o quanto meno non l’apprezza quanto dovrebbe – della bellezza prodotta dalle proprie mani e, schiavo delle macchine, in un uso che è proprio dell’ossessione, ignora altresì la bellezza naturale che lo circonda, preferendo le illusioni del seducente potere, in una folle corsa verso un oscuro baratro di perversione. Ed è importantissimo dire che molto di ciò che la maggior parte dei critici

definirebbero letteratura “seria” e di prim’ordine, non è altro che gioco al riparo di un tetto di vetro, sul bordo di una piscina municipale. Le fiabe, possono inventare mostri che volano per l’aria o dimorano nel profondo, ma per lo meno non cercano di evadere dal cielo o dal mare.

Per quanto riguarda l’ultima delle funzioni qui considerate, la consolazione, è doveroso sottolineare che non si tratta soltanto di una magra consolazione per i mali di questo mondo, bensì di soddisfazione, una gioia, una vera e propria “eucatastrofe” insita nel caratteristico e fondamentale lieto fine di ogni vera fiaba. L’eucatastrofe ci rivela subitaneamente un lontano barlume o un’eco dell’Evangelium nel mondo reale, e possiamo affermare, con il nostro Tolkien, che <<il racconto eucatastrofico è la vera forma di fiaba e ne costituisce la suprema funzione.>>

È una soddisfazione anche per l’artista stesso – oltre che per i lettori o ascoltatori della narrazione – il quale spera sempre che l’essenza di questo mondo secondario derivi dalla realtà oppure a essa confluisca, appagando tanti antichissimi desideri umani, tra i quali, come si è prima accennato, quello del parlare con altri esseri viventi, scoprendo la magia del loro linguaggio in questa realtà a noi sconosciuto, quello di sondare gli abissi liberi come pesci o le volte del cielo liberi come aquile, e in ultimo il desiderio ancestrale primario, che si eleva sopra ogni altro – data la natura della nostra stessa esistenza terrena – e cioè la curiosità, il timore e la speranza – e possiamo dire certezza, anche se ricca di mistero, grazie alla vicenda evangelica – della realtà al di là della morte.

La caratteristica della buona fiaba, del tipo elevato ovvero completo, è che, per quanto terribili siano gli avvenimenti, per quanto fantastiche o spaventose le avventure, essa è in grado di provocare nel bambino o nell’adulto che l’ascolta, nel momento in cui si verifica il “capovolgimento” [di situazione, dalla discatastrofe all’eucatastrofe], un’interruzione del respiro, un sobbalzo nel cuore, […] [laddove] nonostante le molte apparenze del contrario, l’universale sconfitta finale – [tale è difatti nella concezione del mondo pagano] – diventa appunto Evangelium, in quanto permette una fugace visione della gioia al di là delle mura del mondo, acuta come un dolore e reale più di ogni altra cosa.

Peraltro, il nostro ci ricorda con religiosa maestria nell’arte dell’uso della parola, che:

Esiste una fiaba suprema, che non è una subcreazione, come altre, ma il compimento della Creazione, il cui rifiuto conduce alla furia o alla tristezza: la vicenda evangelica, in cui storia e leggenda si fondono.

Per quanto riguarda poi il vizio di ridurre la fiaba, e la fantasia in generale (divino dono all’umana creatura) a mera allegoria, niente è più utile di una frase del nostro che si esprime accuratamente, e senza veli, al riguardo:

Personalmente, da quando sono sufficientemente adulto da riconoscerla, detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni. Preferisco molto di più la storia, vera o immaginaria, con i suoi diversi gradi di applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Penso che molti confondono “applicabilità” con “allegoria”, ma l’una consiste nella libertà del lettore, l’altra nel voluto dominio dell’autore.

Ancor peggio è, inoltre, il considerare le opere di Tolkien – come la sua magnum opus “Il Signore degli Anelli” – quali opere inneggianti al neopaganesimo, al modo wagneriano, quindi affini al culto gnostico della new age. Valgano, anche qui, per tutto e tutti le seguenti parole dell’autore inglese:

Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la religione, oppure culti o pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità, io consciamente ho programmato molto poco; e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so; e questo lo debbo a mia madre, che ha tenuto duro dopo essersi convertita ed è morta giovane, a causa delle ristrettezze e della povertà che dalla conversione le erano derivate.

Abbiamo altresì parlato di magia – aspetto principale della fiaba, e dei racconti fantasy, e legato alla natura – che, però, deve essere usata in maniera molto delicata in questi racconti, per non finire in un disgustoso brodo che marcisce in quel calderone che raccoglie gran parte della letteratura odierna – che nulla ha a che vedere con le antiche cose riguardanti miti, fiabe e leggende –, sì da evitarne un uso comodo quanto perverso che non può che sfociare, come sempre accade, nel frenetico obiettivo di potere in questo mondo, nel dispotico dominio di cose e volontà altrui. Ma, beninteso, non si tratta dei volgari stratagemmi del mago laborioso e scientifico, né di occultismo, negromanzia, stregoneria e così via degenerando. Va considerata piuttosto – e comunque per quanto concerne l’agire dei personaggi dei racconti fantastici, votati al bene – come una grande responsabilità, un pesante e al contempo delicatissimo fardello, verso un potere soprannaturale da concepire come grazia, dono divino che, se invece è inteso al modo prometeico diviene solo e soltanto condanna per chi s’arrischia in tali cose, ovvero pervertendo e limitando il libero arbitrio attraverso la disobbedienza alla legge eterna – che è la legge dell’amore di Dio verso le sue creature –, con il peccato, quindi l’autocondanna; va intesa altresì – per quanto concerne il genere letterario – come un incantesimo, e cioè quella “capacità elfica” di generare un mondo secondario dove possono entrare sia l’artefice che l’esploratore, a differenza del sogno. La fantasia è di tutte le forme di arte umana, giustappunto quella che più si avvicina a questo incantesimo elfico.

L’arte della narrazione fantastica è dunque intesa dal nostro caro buon vecchio Tolkien, come subcreazione – in ossequio verso la Creazione primaria, unica e infinitamente ineguagliabile, santa e perfetta, opera di Dio – che è un

legame operativo tra immaginazione e risultato finale. Un’arte che raccoglie e modella le bellezze della natura preesistente, creando un mondo secondario attraverso le meraviglie e stranezze dell’espressione. Espressione intesa come narrazione, dato che nell’arte umana la fantasia è cosa demandata soprattutto alle parole, alla vera letteratura. Meno alla pittura, che limita la fantasia al tocco della mano che spesso precorre la mente e addirittura tende a prevaricare su di essa, così come nella scultura: in esse, vacuità e morbosità sono risultati molto frequenti. Men che meno il teatro, che limita il tutto in maniera impressionante, dove il dramma è naturalmente ostile alla fantasia. Sulle scene, infatti, la rappresentazione quasi mai risulta convincente.

Ordunque, sul concetto di “fantasia”, cotanto bistrattato e deformato, nulla è più chiaro del pensiero, su tal concetto, espresso magistralmente dal nostro:

La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione; né smussa l’appetito per le verità scientifiche, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione e migliori fantasie produrrà.

D’altronde il nostro cervello è formato dai due emisferi, destro e sinistro, e il miglior prodotto risulta dall’armonia delle due parti. Altresì:

La Fantasia rimane un diritto umano: creiamo alla nostra misura e nel nostro modo derivativo perché siamo stati creati; e non soltanto creati, ma fatti a immagine e somiglianza di un Creatore.

Concludendo, tra i mirabili pensieri del caro Tolkien, maestro della parola, artista-filologo e medievista, nonché devotissimo cattolico:

In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi. Addio! (Appendice A de “Il Signore degli Anelli”, J. R. R. Tolkien)

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