Qualche riflessione giuridica sul farmaco blocca-pubertà

di Bellarminus

“Medice, cura te ipsum”(Lc 4, 23).

E’ notizia di questi giorni la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’inserimento tra i farmaci posti a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) della triptorelina, adoperata fino ad ora per trattamenti oncologici, anche per finalità di “cura” degli adolescenti affetti da c.d. “disforia di genere”.

Dopo un lungo confronto in seno all’Agenzia Nazionale del Farmaco (AIFA), si è dunque stabilito – anche grazie all’avallo del Comitato di Bioetica – che l’utilizzo di questo farmaco deve essere considerato quale fondamentale per il diritto alla salute, tutelato dall’art. 32 della Costituzione, nonostante abbia tra i suoi effetti quello di bloccare lo sviluppo del processo di crescita dei caratteri sessuali durante la pubertà.

Una scelta di questo tipo impone una seria riflessione sotto il profilo medico, giuridico ed infine morale.

Senza volersi soffermare sui rischi medici dettati dall’utilizzo “improprio” di questo farmaco rispetto a quello per il quale è stato sperimentato e testato, occorre sottolineare come una scelta del genere sembra quasi sottendere all’idea che coloro che presentano i tratti della c.d. disforia di genere siano soggetti “malati”, ossia persone che vivono in una situazione di patologia clinica.

Questa conclusione risulta essere una logica conseguenza, in considerazione del rilievo secondo cui farmaci posti a carico del SSN sono proprio quelli utilizzati per fare fronte alle malattie che colpiscono la popolazione.

 Si tratta invero di una evidente contraddizione da parte di coloro che invece sostengono che il gender non solo non esiste, ma, se esiste, rappresenta una sfaccettatura della normale sessualità umana.

Il secondo profilo da analizzare è quello giuridico. Includere la triptorelina tra i farmaci erogati dal SSN per il trattamento della disforia di genere, implica il riconoscimento, in capo al cittadino, di un vero e proprio diritto soggettivo perfetto avente protezione legislativa e costituzionale, giustiziabile anche davanti ad un Tribunale, laddove vi dovesse essere il rifiuto alla erogazione da parte della struttura sanitaria o del farmacista.

Tale considerazione spinge quindi ad includere tra i valori fondamentali della persona (art. 2 della Costituzione) anche la scelta dei propri caratteri sessuali – ammesso che ciò sia clinicamente possibile – peraltro in soggetti minorenni, dunque sforniti di capacità di agire. Per intenderci, un minore di anni diciotto non può acquistare un immobile senza l’autorizzazione del Tribunale e senza l’assistenza dei genitori, ma potrebbe, in astratto, decidere di mutare autonomamente i propri caratteri sessuali. Tale situazione lascia senza dubbio assai preoccupati. Occorrerà dunque verificare per il futuro se l’utilizzo di questo farmaco – speriamo almeno sotto prescrizione medica – sarà sottoposto al controllo dei genitori o potrà essere assunto in libertà.

Evidenti criticità emergono poi – neanche a dirlo – anche sotto il profilo morale. Giova a tal proposito rilevare come l’alterazione, tendenzialmente permanente, dell’integrità psico-fisica della persona determina una violazione grave del quinto Comandamento che, come è noto, vieta atti di mutilazione o comunque di compromissione permanente del proprio corpo.

Peraltro, anche a voler ritenere gli effetti del farmaco come meramente transeunti, si pongono comunque problemi morali in ordine al sesto Comandamento e quindi al rispetto di una sana sessualità, protesa al fine procreativo ed unitivo.

Lasciano quindi assai perplessi – o forse neanche tanto – le recenti dichiarazioni rilasciate dalla Pontificia Accademia per la Vita secondo cui occorrerebbe valutare caso per caso e solo in casi estremi l’utilizzo della triptorelina sui soggetti che presentano tali caratteristiche. Tali esternazioni lasciano presumere da parte dell’Accademia per la Vita il rifiuto, o quanto meno l’indifferenza, rispetto alla idea dell’Uomo quale creatura creata ad imago Dei (vedi Genesi 1, 27).

Ovviamente non è dato rinvenire alcuna voce da parte della attuale gerarchia cattolica su questa vicenda, forse troppo impegnata in battaglie politicamente non invise a coloro che detengono il vero potere (vedi migranti e ambiente).

Ebbene, non si può che concludere questa breve riflessione manifestando grosse preoccupazioni per la scelta operata dall’AIFA, la quale appare discutibile sotto molteplici profili, come appena evidenziato, e rappresenta l’ennesima breccia nelle maglie del nostro ordinamento sempre più proteso verso un positivismo giuridico esasperato e privo di qualsivoglia riflessione di carattere etico e morale.

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