Ancora soldi a Radio Radicale?

di Massimo Micaletti

Si moltiplicano in questi giorni gli appelli per salvare Radio Radicale, ovviamente con soldi pubblici.

Ma di chi è Radio Radicale?  Radio Radicale è un’impresa che appartiene alla seguente compagine sociale: Associazione politica nazionale Lista Marco Pannella: 62,68%; Lillo Spa: 25,00%; Cecilia Maria Angioletti 6,17%; Centro di Produzione Spa 6,15%. La Lillo S.p.A., della famiglia bolzanina Podini, è una grande impresa del settore alimentare con un fatturato di oltre 2,1 miliardi di Euro l’anno: ad essa fanno capo i supermercati MD e, secondo Wikipedia, dispone di 6 centri di distribuzione (Trezzo sull’Adda, Mantova, Macomer, Gricignano di Aversa, Dittaino, Bitonto), è il secondo operatore italiano nel segmento discount con una quota di mercato del 15% ed una rete di vendita di oltre 700 negozi in 19 regioni. Non esattamente un negozietto, quindi: ma, se c’è la possibilità che l’azienda di cui è socio al 25% sia finanziata dallo Stato anziché tirar fuori soldini propri, perché lasciarsi scappare l’occasione?

Radio Radicale aveva già avuto un bell’incasso diversi anni fa, a fine Anni Novanta, grazie a Radio Radicale Due (sapevate della sua esistenza? Era nata nel 1990). Per la modica cifra di dieci miliardi di lire il gruppo SPER (a sua volta nato come agenzia di raccolta pubblicitaria del gruppo L’Espresso), con sede a Milano, acquista da Radio Radicale impianti e frequenze[1] di Radio Radicale Due[2]. Pochi mesi dopo, nel 1999, quegli stessi impianti e quelle stesse frequenze verranno nuovamente ceduti[3], dalla SPER alla società Nuovaradio, soggetto composto al 55% dalla SPER ed al 45 dal Sole 24 Ore e ne nascerà – tatàn! – Radio 24[4]. Nel 2001 Il Sole 24 Ore rileva dalla SPER le quote di Nuova Radio, che così detiene al 100%[5]. Inutile precisare che sia Radio Radicale che la sua gemella confluita in Radio 24 erano e sono radio commerciali a tutti gli effetti.

Ora, si tratta chiaramente di operazioni del tutto lecite ma che dimostrano che Radio Radicale – o meglio, il gruppo cui appartiene – quando ha voluto ha saputo fare attività d’impresa trovando capitali privati e cedendo asset per fare cassa: perché ora viene, per l’ennesima volta, a chiedere quattrini ai contribuenti per fare un servizio che può essere svolto – ed è già svolto – da emittenti pubbliche? Quando lo Stato interviene per salvare una banca, giustamente in molti ululano; ma come una banca è un’impresa commerciale, così lo è Radio Radicale; come l’azionariato di una banca vi partecipa per lucro e speculazione, così lo fanno gli azionisti di Radio Radicale; colla differenza che una banca tutela anche migliaia di piccoli risparmiatori che sarebbero vittime incolpevoli del suo crollo, mentre Radio Radicale certamente non lo fa.

La natura anfibola di impresa privata, da una parte, e “patrimonio nazionalelato sensu, dall’altra, non è più sostenibile, salvo che si voglia essere “libbberali e libbbertari” coi soldi degli altri.


[1] http://guide.supereva.it/radio/interventi/2001/12/85736.shtml

[2] https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/07/13/vendesi-radio-radicale.html

[3] https://www.ilsecoloxix.it/Facet/amp/Uuid/2c3b84e8-8c74-11dd-8f24-0003badbebe4/Maxi_truffa_ai_soci_Miscioscia_alla_sbarra_babboploeenoospbatta.xml

[4] https://storiaradiotv.wordpress.com/2017/10/29/radio-24/

[5] http://www.storiaradiotv.it/SPER.htm

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