di Massimo Micaletti

San Filippo Neri (“Pippo Bono”, quello dei trovatelli e bambini di borgata raccolti dalla strada, ma anche il Confessore del Papa) si trovò un giorno dinanzi a Francesco Zazzera, giovane brillante e facoltoso, che gli sciorinò uno dopo l’altro i traguardi che si prefiggeva nella carriera professionale. San Filippo taceva, finché gli pose una domandina semplice semplice, di due sole parole: “E poi?”.

Già, e poi?

E di questi giorni è l’immagine che, prima nella storia, rappresenta un buco nero nella nostra galassia: possiamo “vedere” uno dei più grandi misteri del cosmo.

E poi?

Rispondere semplicemente che vedremo un altro buco nero, magari più lontano, o chissà quale altro oggetto spaziale infinitamente lontano, o quale altra creazione o creatura infinitamente piccola, sarebbe solo eludere la domanda. L'”E poi?” di Pippo Bono non vuole estendere la conoscenza ma approfondirla, cerca la realtà ultima delle cose: non ci chiede di descrivere o spiegare il mondo con la fisica o la biologia, chiama a scoprire la causa, la storia e il destino di ognuno di noi.

L'”E poi?” di San Filippo Neri non chiede, dinanzi a un quadro, di descrivere la composizione o la spettro cromatico delle tinte o le proporzioni dell’immagine, ma di cogliere l’essenza dell’opera d’arte e di vedervi rappresentato il suo autore e le sue leggi.

Abbiamo dunque l’immagine di un buco nero, distante da noi 55 milioni di anni luce, che in un diametro di 38 miliardi di chilometri concentra l’equivalente di 6,5 miliardi di masse solari. E poi?