Lacrime e sangue: la messa nel romanzo cattolico inglese d’inizio Novecento

di Luca Fumagalli

La narrativa cattolica inglese, soprattutto quella d’inizio Novecento, riserva uno spazio importantissimo alla messa che non ha paragoni in nessun’altra letteratura europea (nemmeno in quella francese, se si eccettuano Huysmans e Claudel). A partire dai romanzi del cardinal Newman, la celebrazione eucaristica divenne un potente simbolo identitario, la rappresentazione di un popolo fedele alla religione dei padri – che il protestantesimo britannico aveva tentato invano di annientare – e il segno della bimillenaria dottrina cattolica (figurarsi che, all’alba del XX secolo, molti anglicani consideravano ancora la messa “papista” un qualcosa di terribile, quasi blasfemo).

Fu così che nelle opere di vari autori che scissero prima e dopo la Grande Guerra, la liturgia si ritrovò a occupare ruoli differenti ma tutti egualmente rilevanti.

Uno dei più semplici è quello di sottolineare il valore spirituale di uno snodo particolarmente significativo della trama, come accade nel romanzo One Poor Scruple (1899) di Mrs Wilfrid Ward – dove la protagonista, torturata dai rimorsi, fa infine la sua comparsa a messa – o in Great Possessions (1909), in cui la redenzione dell’eroina precede di poco la scena dell’adorazione eucaristica, che si consuma tra l’affetto e la devozione di un gruppo di suore. Anche nell’epilogo di The Coat Without Seam (1929), capolavoro di Maurice Baring, il personaggio principale, ferito e delirante, assiste alla messa in un piccolo villaggio francese, trovando un po’ di conforto prima di esalare l’ultimo respiro; qualcosa di simile accade pure in Daphne Adeane (1926), dove l’eco delle litanie lauretane che proviene da una chiesetta dà il via a un radicale cambio di rotta della trama.

Anche nei racconti a sfondo sovrannaturale sono presenti dettagliate descrizioni della liturgia cattolica. Lo dimostrano alcune delle novelle di Roger Pater raccolte in Mystic Voices (1923), molte delle quali sono caratterizzate da uno stile che punta a commuovere il lettore.

Nella letteratura a sfondo storico, specie in quella d’ambientazione elisabettiana, la celebrazione eucaristica occupa uno spazio centrale. Mons. R. H. Benson, ad esempio, dedicò pagine e pagine alla narrazione delle messe clandestine, quando, in epoca Tudor, i fedeli e i sacerdoti rischiavano ogni volta la vita pur di ricevere la comunione. In Con quale autorità? (By What Authority?, 1904), in Vieni ruota! Vieni forca! (Come Rack! Come Rope!, 1912) e in Intrighi di corte (Oddsfish!, 1914) la liturgia cattolica svolge tra l’altro un’importante funzione apologetica, similmente a quanto accade in Tudor Sunset (1932) della Ward – in cui tre preti celebrano messa poco prima di andare al patibolo – o in C (1924) di Baring (in quest’ultimo caso, un romanzo d’ambientazione moderna, la descrizione realistica della liturgia rivela, senza bisogno di troppi commenti, lo scarto esistente tra l’alta spiritualità cattolica e l’orizzontalità del protestantesimo).  

La messa e la benedizione tornano persino nelle battute finali de Il padrone del mondo (Lord of the World, 1907), costituendo una sorta di sigillo glorioso all’estinguersi dell’universo.

In ultimo, la messa può tramutarsi in occasione di conversione per i personaggi. Horace Blake, protagonista dell’omonimo libro della Ward (1913), riabbraccia la Fede cattolica mentre assiste a una funzione in una piccola chiesa bretone; invece in The Heavenly Ladder (1924), opera dello scozzese Compton MacKenzie, l’eucarestia non solo riavvicina Mark alla Chiesa di Roma, ma è anche una preziosa occasione per invogliarlo a ritrovare se stesso.

Molti altri esempi si potrebbero fare a ulteriore testimonianza di un tema che ha trovato nelle pagine degli autori inglesi uno spazio eccezionale, sintomo del profondo attaccamento della minoranza “papista” alla Tradizione cattolica. Ecco perché, proprio dall’Inghilterra, sarebbero giunte alcune delle critiche più sferzanti al Concilio Vaticano II e, in particolare, alla riforma liturgica promossa da Paolo VI.

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