Il sacro destino di Roma. Un discorso del Card. Eugenio Pacelli

a cura di Giuliano Zoroddu

Il 21 aprile del 753 a.C., secondo la versione di Varrone, Romolo fondava Roma. Quest’anno il cosiddetto Natale di Roma coincide con la Solennità della Pasqua e ci piace, data la coincidenza, meditare sul mistero della elezione che la Provvidenza fece nei confronti di Roma. Perché celebrare la gloria di Roma non è certo prerogativa di gruppuscoli nostalgici di paganesimi antichi e moderni, dalle idee alquanto confuse, ma è dei cattolici che in quanto cattolici sono romani. Fondata materialmente otto secoli prima, il vero natale dell’Urbe si ebbe quanto, sotto il principato di Claudio, san Pietro vi impiantò il Vangelo del Cristo Risorto, dal quale sarebbe discesa la sua vera gloria quella di essere veramente “capitale del mondo” (Tito Livio) in quanto “discepola della verità” (S. Leone Magno) e veramente eterna in quanto eternata dalla Chiesa Romana, nella quale l’impero romano “si mutò da temporale in spirituale” (S. Tommaso).

Roma è una parola di mistero, come un mistero è il destino di Roma, città eterna, non tanto per i secoli che vanta del passato, come per quelli che aspetta dell’avvenire. Essa è città, che profonda il piede nelle zolle pagane del Tevere e nei sacri meandri delle catacombe, e leva e nasconde il capo fra le stelle, per chinarlo innanzi al trono di Dio. Se, come scrisse il suo più grande storico, il velo delle favole poetiche ne copre le origini, si perdona all’antichità che, mescolando le cose umane con le divine, abbia voluto render più augusti i primordi della città. Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis primordia, urbium augustiora faciat (Livio, Ab Urbe condita libri, Praefatio). Ma la Provvidenza, che governa il mondo e, cambiando a tempo i regni di gente in gente e da uno in altro sangue, umilia ed esalta gli uomini e le nazioni, ordinò e preparò il popolo e la città di Roma per un fine che supera il naturale accorgimento, e, occultamente operando, vi indirizza le inconsce intenzioni delle lotte e delle vittorie umane (Dante, Conv., IV, 5).

Roma, destinata ad essere capitale del mondo e sede centrale della religione che adora debitamente Dio, ottiene per lunghi secoli, pur attraverso disastri che non ne domano l’ardire e le speranze, per il valore guerriero e le virtù politiche e civili dei suoi re, dei suoi consoli e dei suoi Cesari, l’impero del mondo, sognato dai suoi vati, con sogni di profeti e con occhio di Sibille, duratura senza fine; mercede non perenne, che Iddio, premiatore di ogni bene anche limitato e fuggevole, concede ai fieri Quiriti, strumenti ignari degli occulti e supremi consigli divini. E quando sotto la potenza di Roma il mondò è in pace e Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, Redentore del mondo come re, come pontefice, come profeta e più che profeta di una eternità oltremondana, viene sulla terra, fa dell’ora della sua natività il centro e la pienezza dei secoli caduchi e inizia un’era dal suo nome, che metterà foce solo nei secoli eterni. Augusto, che col suo censo tramuta dalla casetta di Nazareth alla grotta di Betlemme la Vergine Madre, Lo ignora; Tiberio non Lo riconosce; Nerone Lo perseguita nei suoi seguaci.

Non vi meravigliate, o Signori, se Cristo, via, verità e vita, è misconosciuto dai sapienti del mondo; perché la verità genera odio e la virtù più perfetta suscita la gelosia, il sarcasmo e l’ingiuria degli empi e degli adoratori del senso e del bene di quaggiù. Ma le fiaccole umane dei martiri di Cristo effondono una luce che eclissa gli splendori stessi dei palazzi, degli orti e dei maestosi fori imperiali; e nelle catacombe del suolo di Roma i pontefici, i sacerdoti, i credenti e le vergini scavano e cementano le fondamenta di una nuova Roma e di un nuovo Impero, di cui sarà vessillo, non più l’aquila delle legioni cesaree, ma il labaro della croce del Nazareno. Non ha forse Dio resa stolta la sapienza di questo mondo? Chi più sapiente dei pretori e dei giureconsulti di Roma? Chi più astutamente sapiente dei dominatori pagani? Ma Dio, disse un gran vescovo (Bossuet, Discours sur l’histoire universelle, 3, 8; Oeuvres complètes, Paris, 1846, V, pag. 481), «conosce la sapienza umana, sempre corta da qualche lato; egli la illumina, ne estende le vedute e poi l’abbandona alle sue ignoranze; l’accieca, la travolge, la confonde in se medesima; essa si inviluppa e s’impiglia nei suoi stessi avvolgimenti, e le sue precauzioni le divengono un laccio. In tal modo Dio esercita i suoi tremendi giudizi, secondo le norme di una giustizia sempre infallibile. È lui che prepara gli effetti nelle cause più remote, e dà quei gran colpi che hanno una ripercussione sì lontana; quando vuole lasciar andare l’ultimo colpo e rovesciare gl’imperi, tutto è debole e anormale nei consigli umani». Così la sapienza politica dei Cesari si confonde davanti al Cristianesimo; teme per il suo Giove e per la sua dea Vittoria, opere della mano degli uomini, innanzi a cui si chinano le trionfali insegne; e vaneggia nei suoi pensieri e nei suoi consigli contro cittadini innocenti, rei solo di non adorare dei che non salvano, ma un Dio vivo e immortale, salvatore eterno del genere umano. La sapienza pagana, abbandonata al reprobo senso, viene stendendo la mano persecutrice sui santi, che, nelle primitive chiese cristiane o nelle recondite cripte della Roma sotterranea, si prostrano nell’adorazione del mistico Agnello che toglie il peccato del mondo, sorretti da un amore, da una speranza, da una fede che è la loro vittoria sul mondo. Sono due mondi in lotta tra loro, mondo di tenebre e mondo di luce soprannaturale: ma il mondo di luce è nelle catacombe, il mondo delle tenebre negli anfiteatri e nei templi di Giove: le tenebre dei cubicoli cristiani sono luce, i superbi peristilii dei sacrari di Venere e di Vesta sono tenebre.

In quei luoghi venerandi, in quelle tenebre santificate dal sacerdozio, incruento, dalla pietà e dalla verginità, dal sangue e dal sacrificio, il consiglio e la mano di Dio vengono creando e plasmando ed edificando la nuova Roma, la Roma di Pietro, del Pescatore di Galilea, nuovo Pastore dei popoli e imperatore delle anime, del quale sarà socio, sebbene non pari in autorità, Paolo, l’Apostolo delle Genti, perché e l’uno e l’altro siano invocati quasi i nuovi consoli della repubblica cristiana. Questa Roma è il mistero di Dio, è il più alto destino del Tevere, le cui acque saranno il nuovo Giordano,

perocché sempre quivi si raccoglie
qual verso d’Acheronte non si cala.

(Purg., II, 104)

Questa, più che la pagana e imperiale, è quella Roma, la quale

per damna, per caedes, ab ipso
ducit opes animumque ferro…
Merses profundo, pulchrior evenit.

(Orazio, Carm., IV, 4).

Sì, dal profondo dell’oppressione, in cui l’aveva immersa la Roma pagana, più bella uscì la Roma di Cristo; salmodiando e trionfando dietro il labaro di Costantino, bella della porpora dei suoi martiri, bella dell’infula dei suoi pontefici, bella dei gigli delle sue vergini e dei lauri dei suoi credenti, bella dei raggi e del sole di una vittoria ancor più fulgida dei trionfi secolari di Cesare e di Augusto.

Così il più sacro destino di Roma sta nascosto nella fede di Cristo, fede che è vittoria sopra ogni paganesimo antico e moderno. Nella Roma di Cristo voi vedete la nuova Gerusalemme: «Un solo corpo e un solo spirito, come ancora siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti, e per tutte le cose, e in tutti noi» (Ephes., 4, 4). Voi vedete un nuovo popolo di conquista divina, che sotto la guida di un Pastore e Maestro infallibile nella fede e nella morale, si avanza nei secoli, ai sacri e incruenti trionfi sui barbari, con lo stendardo della croce, con gli inni di quella fede che Roma annunzia al mondo universo. Il suo diritto è nella parola e nel comando di Dio; la sua forza non è negli accorgimenti e nelle coperte vie di quella falsa politica che è ipocrisia della morale, ma in quel sentiero angusto di una morale rischiarata dal lume del volto divino e dal fulgore della giustizia che fa grandi le nazioni. Da Cristo con la rigenerazione soprannaturale dell’anima umana deriva e si inizia la nuova civiltà del genere umano, che, purificando e riassorbendo in sè il meglio di Atene e di Roma, sospinge la umanità a quella eccelsa meta, non mendace, di libertà, di fratellanza e di eguaglianza, dove, come proclamava l’Apostolo delle Genti (Col., 3, II), non è Greco e Giudeo, Barbaro e Scita servo e libero; ma Cristo è ogni cosa, e in tutti.

Il destino di Roma, nella elezione, divina di una città fra tutte come sede del Pastore dell’unico ovile di Cristo, è il destino della unità umana, invocata dal Redentore, alla vigilia della sua passione e del suo trionfo, non solo per gli Apostoli, ma anche per quelli i quali per la loro parola avrebbero creduto in lui; e perciò pregava il Padre, « che siano tutti una sola cosa come tu sei in me, o Padre, e io in te; che siano anche essi una sola cosa in noi: onde creda il mondo che tu mi hai mandato » (Jo., 17, 20-21). E noi, Cristiani, abbiamo creduto all’amore di Dio per noi; e nella immagine dell’antica Roma idolatra, che si fa madre dei popoli e fa suoi figli e cittadini i figli stessi dei barbari, – fecisti patriam diversis gentibus unam (Cl. Rutilio Namaziano, De Reditu, I, I, c. I, 63) —, riconosciamo l’anticipata visione della Roma cristiana, madre di tutte le Chiese e patria comune di tutti i figli di Dio, preordinati dalle acque del battesimo e dalla grazia rigeneratrice a cittadini di quella superna Roma, onde Cristo è Romano (Purg., XXXII, 102).

Ma se Roma è la madre comune dei credenti, essa non è tale se non per il Romano Pontefice, Vicario di Cristo e successore del Principe degli Apostoli, al quale Cristo affidava il pascere le pecore e gli agnelli del suo ovile universale. Ed è bello e soave il pensare che la Casa vaticana del Padre comune sia la comune casa di tutti i figli della Chiesa, i quali dai quattro venti volgono devoti lo sguardo e l’affetto al bianco supremo Pastore di Roma. Se è Roma, dovunque un fedele di Roma si accampa, là, sul colle Vaticano, si innalza sopra la tomba di Pietro il suo vertice sublime, che irradia la sua luce fino ai più remoti termini del mondo. Quell’angolo della sponda del Tevere, sacro retaggio che nei Patti Lateranensi, pegno e suggello di riconciliazione e di concordia fra Chiesa e Stato in Italia, il cuore del Padre comune si riservava libero e indipendente di quanto la pietà dei secoli gli aveva donato, è la mèta del pellegrino credente, è la pietra dell’unità dell’ovile, è la fonte dell’autorità dei Pastori, è il faro indefettibile di fede e di verità morale, di cui in mezzo alle bufere degli errori e alle tempeste delle passioni abbisogna la povera umanità per tendere e arrivare al porto di pace e di salute, al quale Dio la destinava.

Così intorno alla candida dignità paterna del Vicario di Cristo, insieme con la porpora dei principi della Chiesa, si aduna la vaga varietà dell’Episcopato e dell’uno e dell’altro Clero, dei sacri riti dei popoli e dei Collegi nazionali di leviti; si chinano riverenti Re e governanti, nobili e popolani, dotti e indotti, grandi e piccoli, suore e spose, fanciulli e fanciulle, di qualunque terra o nazione, di qua o di là degli oceani, provengano, a ricevere dal labbro e dalla mano del Padre comune una lode, un incoraggiamento, un consiglio, un conforto, un indirizzo, un sorriso, una benedizione. La sua parola varca i monti e i mari; con la sua voce apostolica insegna, ammonisce, sprona al bene, condanna la corruzione e la ingiustizia, difende la famiglia e lo Stato, concilia datori di lavoro e operai, modera i potenti e solleva i poveri; e con l’ampiezza del suo cuore abbraccia ogni sventura e miseria umana, e soffre, combatte e prega in mezzo alle lotte e alle persecuzioni della Chiesa, sempre fiducioso in Colui che ha vinto il mondo e sta al suo fianco fino alla consumazione dei secoli.

Al Vicario di Cristo si piega il destino di Roma; in lui si fissa e si volge verso una mèta che non è di questo mondo. Nessuna città vince o vincerà il destino di Roma. Gerusalemme e il suo popolo non sono più la città e il popolo di Dio: Roma è la nuova Sion, e romano è ogni popolo che vive di fede romana. Città più popolose e ampie ha il mondo e ne vanno superbe le genti; città sapienti ebbe la storia delle Nazioni; ma città di Dio, città della Sapienza incarnata, città di un magistero di verità e di santità, che tanto sublima l’uomo da elevarlo sull’ara fino al cielo, non è che Roma, eletta da Cristo «per lo loco santo, u’ siede il successor del maggior Piero» (Inf., II, 23-24).

(Cardinale Eugenio Pacelli, Discorsi e Panegirici (1931-1938), XXXV, pp. 509-514)


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