Il santo che voleva essere peccatore: il cattolicesimo ambiguo di Graham Greene

di Luca Fumagalli

Graham Greene (1904-1991), uno dei nomi più noti della letteratura “papista” inglese del secondo Novecento, è una figura d’indiscutibile fascino, enigmatica e complessa, che incarna alla perfezione quel tipo d’intellettuale tormentato che dal Concilio Vaticano II in poi è diventato così tristemente comune nel panorama culturale cattolico. Greene, che tra l’altro mancò per un soffio il premio Nobel, mostrò sempre di vivere la Fede con il tipico piglio “liquido” della post-modernità: fu un uomo, in altre parole, nella cui anima trovarono cittadinanza le più paurose contraddizioni, in cui l’ortodossia conviveva senza soluzione di continuità con l’eresia, la dottrina con le libere opinioni, le certezze con i dubbi.

Al di là della rocambolesca parabola esistenziale – caratterizzata dall’abbandono della famiglia per inseguire amori fugaci – anche molti romanzi di Greene, per quanto geniali dal punto di vista letterario, rivelano una teologia eclettica e confusa che non mancò di suscitare diuturne polemiche (celebre in tal senso rimane la dichiarazione di Evelyn Waugh che, dopo la pubblicazione di Un caso bruciato, ammise che per un cattolico i lavori di Greene erano del tutto incomprensibili). Anche nell’autunno del 1961, dopo che l’americana CBS ebbe trasmesso un film televisivo tratto dal libro Il potere e la gloria – il cui protagonista è un sacerdote alcolista, padre di un figlio illegittimo – scoppiarono proteste a non finire, fomentate dalle esternazioni filo-sovietiche e anti-israeliane di Greene.

Del resto numerosi episodi e aneddoti biografici ben descrivono la religiosità eclettica dello scrittore inglese.

Nel 1982, ad esempio, Greene salutò l’ingresso di Malcolm Muggeridge nella Chiesa di Roma con un biglietto laconico: «Non so se congratularmi con te o dispiacermi per la tua decisione, ma ti auguro sinceramente buona fortuna e spero che tu possa diventare un cattolico migliore di come lo sono stato io».

Anni prima, mentre si trovava in Italia, ebbe addirittura l’opportunità di assistere a una messa celebrata da Padre Pio, per cui provava un grandissimo rispetto (tanto che in seguito prese a conservarne un santino nel portafoglio). Quando, dopo la cerimonia, fu invitato a un colloquio privato con il frate, Greene declinò cortesemente l’offerta: «No, grazie. Non voglio cambiare la mia vita incontrando un santo».

Sintomatico di una crescente confusione fu pure il suo rapporto con lo psicanalista cattolico Eric Strauss: mano a mano che Greene si allontanava dai sacramenti, Strauss divenne per lui una sorta di surrogato del confessore, un custode e una guida.

Ma è in due interviste, datate rispettivamente 1979 e 1989, che un Greene ormai anziano tentò di fornire una panoramica, la più esauriente possibile, del suo personalissimo cattolicesimo, frutto di una selezione fai da te di quanto offriva la bancarella dei dogmi “papisti” (in buona sostanza per lui tutti gli insegnamenti della Chiesa erano sacrosanti ad eccezione di quelli che, sempre secondo il suo parere, contraddicevano il Vangelo).

Oltre a negare l’esistenza dell’inferno – una realtà che gli risultava troppo spaventosa e che quindi era meglio sopprimere – e a considerare di scarsa importanza la verginità di Maria e la trinità, Greene liquidava il peccato come un concetto fondamentalmente puerile. Allo stesso modo rimproverava a Giovanni Paolo II di essere troppo avverso alla contraccezione, salvo poi appoggiarlo incondizionatamente nel sostenere il celibato ecclesiastico.

Tanto per insaporire il suo progressismo con qualche scaglia in più di conservatorismo, Greene non perse mai occasione per condannare i teologi ultra-liberali, in particolare Hans Küng ed Edward Schillebeeckx: «Credo nella necessità di un minimo di dogmi, e certamente credo nell’eresia, perché è l’eresia che crea i dogmi. In un certo senso l’eresia ha un grande valore». Ancora: «Trovo disdicevole che un evento storico come la crocifissione venga ridotto a un confuso simbolo».    

Inoltre, nonostante avesse salutato con entusiasmo “l’aggiornamento” promosso dal Concilio, Greene preferiva alla “nuova messa” il rito tridentino: «Personalmente penso che le riforme liturgiche siano irritanti. Ero solito andare a Londra in una piccola chiesa dove la messa iniziò a essere celebrata in spagnolo, che non parlo. Con il vecchio rito uno poteva capire il latino, perché nel messalino vi era la traduzione, così fui molto infastidito dal fatto di non poter seguire una messa che veniva celebrata in una lingua che non era la mia». Non sorprende, dunque, scoprire il nome di Greene tra quello dei firmatari dell’appello che, nel 1971, portò al cosiddetto “indulto di Agatha Christie”.

Nonostante la miriade di contraddizioni, le eterodossie e le esternazioni tutt’altro che edificanti, a detta di Norman Sherry, autore di una monumentale biografia di Greene in tre volumi, lo scrittore inglese rimase cattolico fino alla fine dei suoi giorni. Furono le sue mancanze, più che i suoi talenti, a tenerlo legato a una Chiesa che amava e odiava al contempo. Greene, che conviveva con un sé oscuro che lo terrorizzava ma da cui non riusciva a liberarsi, in fondo era consapevole, come San Pietro, che, nonostante tutto, non vi era altro luogo dove andare, nessun altro posto che poteva chiamare casa.

Forse la più bella definizione della complessa personalità religiosa di Greene è quella fornita da Muggeridge che descrisse l’amico come un santo che faceva di tutto, in verità senza molto successo, per assomigliare a un peccatore.  

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