Il trionfo dell’usura: breve storia del capitalismo finanziario

Nota di RS: Inizia la sua collaborazione con Radio Spada, Andrea Cavalleri, studioso d’Economia meneghino e penna storica di EffediEffe. Profondo conoscitore del pensiero di Silvio Gesell, Cavalleri affronta da una prospettiva cattolica le premesse delle moderne teorie economiche, dal concetto di moneta a quello di prestito. Alla base dei suoi studi l’assunto, difficilmente contestabile, che il Liberalismo sia alla base dell’odierna (e, ci si permetta d’aggiungere, criminale) concezione dell’economia. (Lorenzo Roselli)

di Andrea Cavalleri

La dottrina sul prestito è uno degli argomenti più controversi, dibattuti e discussi, nonché uno dei temi su cui il sentire comune e teologico è variato di più nel corso dei secoli.

L’interpretazione del problema è abbastanza complessa in quanto è interdisciplinare; se da una parte il dettato di fede sembra abbastanza chiaro, dall’altra parte la comprensione razionale e filosofica, nonché l’applicazione economica dei principi di fede risultano quanto mai difficili e spinosi.

Sopratutto il campo economico nei secoli della discussione, che furono in particolare il XVI, XVII e XVIII, non aveva ancora elaborato le dottrine che permettessero una chiara comprensione dei termini del problema.

Il risultato finale è stato il mantenimento puramente teorico di un’affermazione di principio, completamente svuotata di applicazione pratica.

L’intento che ci proponiamo è allora quello di riprendere gli argomenti delle annose discussioni cercando di far chiarezza in merito, con l’ausilio delle nuove conoscenze e consapevolezze economiche, all’epoca assenti.


Premessa: La Scrittura

L’Antico Testamento esprime numerosi divieti di prestito a interesse, ne cito alcuni che mi paiono riassuntivi.

Nel profeta Ezechiele si legge: presta a interesse e dà a usura, questo figlio vivrà forse? No, non vivrà! Egli ha commesso tutte queste abominazioni, e sarà certamente messo a morte; (Ez 18,13). Da questo passo si ricava che il prestito a interesse è un “abominio” e un abominio grave se addirittura è reo di morte (pur facendo la tara alla logica veterotestamentaria, particolarmente prodiga nel dispensare la pena capitale, resta l’affermazione della gravità della colpa).

Inoltre, nel seguente brano dell’Esodo si manifesta l’equivalenza tra interesse e usura: Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. (Esodo 22,24)

I critici del divieto all’interesse però esibirono un’altra citazione secondo cui il divieto sarebbe stato limitato ai soli Israeliti:Non farai al tuo prossimo prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualsiasi cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo prossimo… (Deut 23,19-20)

Senza voler approfondire se la legge di Israele debba valere solo per l’antico popolo, risulta interessante un altro passo del Deuteronomio che offrirebbe una spiegazione del perché la prassi usuraria fosse invisa alla giustizia di Dio: Il Signore tuo Dio ti benedirà, come ti ha promesso; tu farai dei prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai su molte nazioni ed esse non domineranno su di te. (Deut 15,6)

Questo brano mette in luce il legame tra l’indebitamento e la sottomissione, tra l’usura e la schiavitù.

All’epoca dei dibattiti questa citazione fu trascurata, in tempi recenti è stata ripresa ma in altro contesto; credo invece sia utile tenerla presente nei ragionamenti sul prestito.

Con il Nuovo Testamento le condizioni del prestito si complicano: Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. (Lc 6,35)

l’invito che qui appare è quello di prestare non solo rinunziando all’interesse, ma addirittura con poco riguardo per il capitale.

I sostenitori dell’interesse notarono che questo passo può essere inteso come consiglio di perfezione e non come norma (cosa su cui si può concordare facilmente) ma aggiunsero, a riprova della loro tesi, il richiamo alla parabola dei talenti, in cui il servo pigro viene così apostrofato: dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse. (Mt 25, 27)

Evidenziamo in chosa, visto che l’argomento fu trascurato, la parabola dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-8): se si vuol ricavare un’approvazione dell’interesse, da parte di Gesù, in base alla parabola dei talenti, simmetricamente si dovrebbe ricavare un’approvazione, da parte del Maestro, della malversazione manageriale, cosa completamente assurda.

Ma senza addentrarsi nello studio della fede, conviene tosto esplorare gli argomenti di ragione.

Tre argomenti contro l’usura

Nel dibattito di base, volto a discernere la bontà o la nequizia dell’interesse sul prestito indipendentemente da eventuali eccezioni (che esaminerò a parte), le ragioni attorno a cui si è inevitabilmente concentrata la discussione sono tre: la sterilità del denaro, la giustizia commutativa e il bene comune.

Il primo tema è schiettamente teoretico: analizzando la natura del denaro si vorrebbe dedurre dalle sue caratteristiche se esso è naturalmente fruttifero (e in tal caso chi lo riceve ottiene un beneficio superiore al suo valore nominale) oppure no (e in tal caso una restituzione superiore al capitale sarebbe immotivata).

Il tema della giustizia ovviamente va a studiare i rapporti tra mutuanti e mutuatari, cercando di trarne opportune conclusioni.

Il tema del bene comune insorse contemporaneamente allo sviluppo delle attività commerciali e finanziarie su larga scala: ai più sembrava che la soppressione dell’interesse avrebbe inibito l’istituto stesso del prestito, privando la società di un importante motore di sviluppo economico.

Storicamente la sterilità del denaro fu argomento usato maggiormente a sostegno del divieto di interesse, la giustizia commutativa fu oggetto di veementi discussioni sia pro sia contro; infine il tema del bene comune fu invocato soprattutto dai liberalizzatori.

Sterilità del denaro.

La convinzione che “il denaro non genera denaro” risale ad Aristotele. Secondo il filosofo, il denaro è uno strumento di scambio che rappresenta la ricchezza reale, e che permette di distribuire tutti i beni, utilizzando la sua funzione di misura del valore, cosicché ciascuno possa usufruirne nella più completa varietà, pur lavorando per approntarne un tipo solo.

Il suo concetto di sterilità viene ripreso e mantenuto per tutto il medio evo, anche se di volta in volta inteso ambiguamente tra una prospettiva di “intrinsecamente non può” (il denaro generare altro denaro) oppure di “non deve” (il denaro generare altro denaro).

Uno dei principali argomenti dimostrativi dell’assunto è di natura comparativa e analogica: mentre la terra è fertile (produce anche lasciata a se stessa) non così il denaro. E’ vero che la terra produce di più e meglio se lavorata, ma i suoi frutti accrescono la ricchezza totale, mentre il guadagno in denaro non accresce la ricchezza ma la trasferisce solamente (la massa monetaria totale non aumenta, ne aumenta la quota relativa nelle tasche del capitalista).

L’obiezione fu: se un podere è un bene fruttifero e lo posso affittare, come è possibile che si possa affittare il podere e non si possa affittare il denaro con cui acquistare un podere? (Tale argomento viene ripreso ancora una volta nel XIX sec da Bohm Bawerk nel suo “Capital and interest” sotto la voce “teorie della fruttificazione”) .

Nell’epoca moderna, con l’aumento dei traffici commerciali su larga scala, si affermò un’altra prospettiva: il denaro è a sua volta una merce, uno strumento di lavoro, e come tale può essere affittato. Il denaro (in realtà il capitale, cioè una consistente massa monetaria riunita e disponibile) detiene  un “lucrum latens”, perciò chi lo possiede legittimamente ha il diritto di sfruttarlo.

Ciò che non convinceva i moralisti contrari all’interesse era il fatto di considerare alla stregua di un lavoro la semplice occupazione di allocare il capitale, tanto più per il fatto che il denaro viene richiesto dal mercato e l’investitore non deve sobbarcarsi compiti specifici.

Bohm Bawerk sempre in “Capital and interest” arriva a giustificare l’interesse come frutto del lavoro del capitalista, rovesciando completamente il consueto concetto di lavoro.

Più equilibrato di lui il Bolgeni che ammetteva che il denaro non è fruttuoso in sé, ma è il lavoro che lo rende tale. Per contro asseriva che il lavoro necessita del capitale per avere una buona resa, esprimendo questo concetto con la domanda retorica: L’industria senza il danaro, che frutto può mai produrre?

Giustizia commutativa.

I beni di consumo hanno una differenza fondamentale rispetto ai beni strumentali: si annientano con l’uso; invece i beni strumentali si logorano ma permangono nella loro sostanza. Ad esempio se io uso il vino, bevendolo, il vino non c’è più, mentre se uso una zappa l’utensile si segna un pochino, ma continua ad esistere e può essere usato ancora.

Pertanto gli studiosi medioevali notavano che nel primo caso il dominio del bene è inseparabile dall’uso, nel secondo caso può essere distinto.

Prestare un bene di consumo consisteva dunque nel prestarne insieme il dominio e l’uso: ad esempio prestare un litro di vino comportava la restituzione di un litro di vino, ma non si poteva affittare il litro di vino (cioè far pagare il solo uso del vino) in quanto, scaduto l’affitto, il mutuatario avrebbe dovuto comunque restituire l’esatta quantità del vino dopo averne pagato l’uso: coincidendo le due cose (uso e disponibilità) avrebbe pagato due volte lo stesso bene.

Diversa la questione per l’uso di una zappa, di cui si affitta l’uso (per compensarne il logorio) ma che il mutuatario può restituire senza nessun onere aggiunto.

Gli scolastici equiparavano la spesa del denaro al suo consumo, affermando quindi che la moneta fosse un ente in cui dominio e uso sono inseparabili e pertanto non rientrasse tra i beni affittabili.

L’obiezione dei liberalizzatori del prestito si basava sull’osservazione dei traffici commerciali e finanziari: essendo il denaro strumento di lavoro, che produce profitti, è possibile affittarlo, tanto più che non si logora con l’uso.

Bene comune.

Era osservazione accessibile a tutti che certe circostanze richiedessero capitali. In alcuni casi furono i bisogni dei Comuni e delle città a evidenziare il problema, superando così le discussioni legate alle finalità lucrative delle imprese private.

Ci si chiedeva: come è possibile raccogliere le somme necessarie senza un incentivo ai prestatori?

Non solo, senza un interesse moderato che potesse invogliare la gente comune all’investimento, il bisogno stringente avrebbe indotto i mutuatari a rifornirsi di denaro dai professionisti del prestito, tipicamente gli usurai ebrei che applicavano tassi esorbitanti.

E, dall’altra parte, molte opere caritative, istituti religiosi, vedove e orfani, senza il prestito a interesse si sarebbero ritrovati privi di mezzi di sostentamento.

Pertanto l’argomento del bene comune fu senza dubbio la punta di diamante fra gli argomenti dei liberalizzatori.

La risposta dei tradizionalisti andò sempre nella direzione di trovare forme alternative al prestito, cioè di risolvere i problemi con altri strumenti. Strumenti che spesso erano alternativi al mutuo da un punto di vista strettamente formale, ma nella sostanza equivalenti.

La forma per principio più accettabile di investimento finanziario consisteva nell’entrare in società col mutuatario e dividere gli utili con lui. Tuttavia questa operazione veniva condotta con clausole che garantivano la restituzione del capitale e stabilivano un piccolo utile certo in cambio della rinunzia a un utile maggiore ma non garantito: di fatto erano prestiti a interesse.

Venivano accolte tre eccezioni a una restituzione che si limitasse al puro capitale: Il damnum emergens, il lucrum cessans, e il periculum sortis et dilactionis.

Come esprimono i nomi stessi, si prevedeva un compenso per il danno che il mutuante avesse subito privandosi della somma prestata, un risarcimento per mancato guadagno a cui il prestatore avesse dovuto rinunziare, e un’indennità di rischio qualora le condizioni del ricevente mettessero in dubbio la restituzione del capitale in toto o nei tempi prefissati.

Anche in linea di principio vi fu discussione abbastanza serrata sull’ammissibilità delle eccezioni, più di quanto ci si possa immaginare oggidì che sono state pacificamente accettate.

Tuttavia le questioni maggiori vertevano sulle modalità di compenso: i rigoristi si chiedevano perché anziché saldare i danni o i mancati guadagni con un rimborso a piè di lista si dovesse pagare una percentuale annuale; e per quanto riguarda i rischi perché non si stipulasse un’assicurazione a spese del ricevente, anziché accordare un lucro al prestatore.

  Andando a rivisitare i tre argomenti in chiave moderna, si può dire che, pur con qualche ragione, i protagonisti delle dispute avessero complessivamente tutti torto.

Infatti l’argomento più utilizzato a sostegno del divieto di interesse, la sterilità del denaro, è errato, quanto meno se lo si riferisce al genere di denaro comunemente in uso.

Il cavallo di battaglia dei liberalizzatori, cioè il bene comune, si rivela al contrario essere l’argomento più forte in favore della proibizione.  

Infine le questioni di giustizia commutativa sembrano semplicemente un punto di vista infruttuoso, in base a cui non si può concludere nulla di definitivo né in un senso né nell’altro. Per secoli i pensatori si sono affannati per trovare una risposta, senza accorgersi che cercavano la risposta a una domanda sbagliata.

Le ragioni di questi fallimenti risiedono nell’imperfetta nozione di denaro di cui disponevano gli antichi, e nell’ignoranza di alcune sue caratteristiche.       

Le spiegazioni moderne

La funzione di base della moneta è evidentemente quella di mezzo di scambio.

Anche in un’economia primitiva, indirizzata all’auto sussistenza patriarcale o tribale, i vantaggi del denaro rispetto al baratto sono evidenti. Nello scambio in natura si devono incontrare i due soggetti detentori dei beni di rispettivo interesse e occorre che la qualità e quantità dei beni scambiati li soddisfi entrambi, pena l’impossibilità della transazione.

Il denaro ha invece due caratteristiche fondamentali per agevolare la mercatura: la multilateralità e la frazionabilità.

Multilateralità significa che se il soggetto A vende una merce al soggetto B la riscossione in merci del compenso per la vendita non avverrà necessariamente presso il soggetto B, ma presso uno qualunque dei componenti della comunità che accetta la moneta con cui A è stato pagato.

Frazionabilità significa che se A vende un bene grosso, ad esempio una mucca, potrà scambiare sottoinsiemi piccoli a piacere della mucca con soggetti diversi. In natura si potrebbe tagliare a fette la mucca e barattarne i pezzi, sopportando però il chiaro svantaggio di vendere la mucca morta che vale molto meno di quella viva; invece, grazie alla frazionabilità del denaro il venditore si ritrova in una situazione equivalente ad aver scambiato tante piccole mucche di numero e dimensioni a piacere, ciascuna adempiente in proporzione a tutte le funzioni della mucca reale, con l’unico vincolo che la somma totale dei sottoinsiemi bovini sia pari al bovino intero venduto.

Gli enti fisici non godono di queste caratteristiche e infatti il denaro è un bene immateriale, di natura fiduciaria, che vale per convenzione. Non bisogna confondere il denaro con il simbolo monetario, che nella storia è stato realizzato con ogni sorta di oggetti: conchiglie, legumi, metalli, legno, carta e ultimamente soprattutto impulsi magnetici. La moneta è un’istituzione sorta per facilitare le relazione umane e appartiene alla fattispecie giuridica.

Ciò che sviluppa un’economia fino al punto da garantire la prosperità alla società è la divisione del lavoro. Solo con la divisione e la specializzazione del lavoro nascono l’abbondanza, il progresso tecnologico, il tempo libero e persino la civiltà.

La divisione e specializzazione del lavoro impone però che tutte le merci vengano approntate con la finalità di scambiarle, infatti grazie alla crescita della produttività ciascun lavoratore fabbrica una quantità di merci molto superiore all’auto consumo, ma al tempo stesso le fa di una qualità sola, mentre ha bisogno di tutto.

In questo contesto il mercato assume un ruolo decisivo e il mezzo di scambio, la moneta, è rivestita di un’importanza centrale.

Importanza accresciuta ulteriormente dalla presenza del lavoro dipendente che si svolge in questo modo: il lavoratore cede tutto il suo lavoro in cambio di una quota prefissata di denaro, grazie a questa potrà appropriarsi di una minuscola frazione del lavoro di tutti gli altri.

La quantità di denaro che il lavoratore riceve determina la quantità di merci che diventerà sua e da ciò si capisce che il denaro svolge la funzione di unità di misura della proprietà.   

La moneta è dunque un titolo di proprietà in bianco e, in quanto ente giuridico ha delle caratteristiche molto diverse dalle merci fisiche. Queste sono soggette a deperimento, obsolescenza e usura, per cui una volta prodotte devono obbligatoriamente essere vendute; e non solo per non sprecare il lavoro, ma anche perché senza soldi l’impresa si ferma per l’impossibilità di pagare gli stipendi e acquistare le materie prime. La moneta invece non teme né tarli né ruggine e non passa mai di moda, per cui non deve essere obbligatoriamente spesa.

L’asimmetria che intercorre tra la moneta e le merci determina un vantaggio negli scambi della prima sulle seconde: il compratore può temporeggiare e ritardare l’acquisto inducendo il venditore ad abbassare il prezzo. Non deve sfuggire che la contrattazione è di natura ricattatoria e si basa sulla rendita di posizione che il denaro vanta rispetto alle merci; ne sono manifestazioni anche lo sconto per contanti e lo sconto quantità. Questo vantaggio del denaro, che dipende dalla sua natura e trova riscontro in tutta la catena degli scambi, si chiama premio di liquidità.

Dalla spiegazione precedente si ricava che il denaro detiene un lucrum latens, il premio di liquidità, allorquando agisce sul mercato. E questo vantaggio intrinseco è la reale ragione per cui si pretende il pagamento degli interessi: il possesso del denaro produrrebbe un guadagno se adoperato negli scambi commerciali; allora il prestatore richiede al ricevente la somma che lui avrebbe guadagnato commerciando per tutto il tempo con il capitale prestato. L’esperienza storica attesta che il lucro derivato dal premio di liquidità si attesta fra il 3% e il 5% l’anno.

Naturalmente il capitalista si guarda bene dall’agire nel commercio reale, dove gli affari possono anche andare male, e pretende il compenso per un guadagno puramente virtuale.

Bisogna osservare però che il premio di liquidità non funziona con esigue quantità monetarie: per quanto si sventoli la moneta sotto il naso del barista non si otterrà lo sconto sul prezzo di un caffè.

Quindi è il capitale, cioè una quantità di denaro che raggiunga una certa massa critica, a godere effettivamente del premio di liquidità e a imporre conseguentemente il lucro dell’interesse.

Si potrebbero dire moltissime cose sulla finanza, sulla mentalità dominante che ne circoscrive la moralità al rispetto della proprietà (visione lockiana), ignorando ad esempio la portata morale della finalità dell’investimento (visione tomista).

In questa sede, in pertinenza con l’argomento, bisogna limitare le osservazioni a due aspetti.

Il punto più importante è il seguente: il denaro, pur con le sue peculiarità, è e resta uno strumento di intermediazione, capace di sostenere la divisione del lavoro nella società e per questo investito di un’importanza centrale. Concedere a monopoli privati la gestione di uno strumento così importante sembra una scelta oltre modo rischiosa e meritevole di ripensamento. Infatti sarà il gestore del capitale ad accaparrarsi tutti i vantaggi che questo conferisce, sia in termini di ricchezza, sia in termini di potere. La storia degli ultimi secoli boccia senza appello questa via.

Inoltre la moneta è un ente giuridico di natura fiduciaria. Poiché ciò che rende efficace lo strumento monetario è la fiducia di tutti i cittadini, nello spenderlo e soprattutto nell’accettarlo, parrebbe logico che i benefici della fiducia generalizzata nella collaborazione e nel mutuo scambio ricadessero su tutti, cioè che la finanza debba essere un’attività pubblica e mai privata.

Il secondo punto consiste in questo: detta 100 la massa monetaria, il fatto che un operatore presti 10 e ottenga 11 non significa che la ricchezza si sia accresciuta. Semplicemente è aumentata la sua percentuale di proprietà sull’esistente: prima aveva il 10% del totale, poi lo 11%, mentre gli altri vedono diminuire i propri possessi, da 90 a 89. Ma questo può avvenire persino con una diminuzione della ricchezza: quando il capitale è impiegato per acquisire un bene in rivendita non attiva lavoro e non crea nessun bene o servizio nuovo. Se poi per avvantaggiarsi il capitale ha approfittato di qualche stato di necessità (ottenendo ad esempio una vendita sotto costo), le conseguenze più prevedibili sono i fallimenti o le austerità. Dire dunque che “il denaro frutta” è profondamente sbagliato quando si parla di far denaro col denaro, in quanto molto spesso si limita a fruttare per qualcuno a danno di altri.

I tre argomenti rivisitati.

Per quanto riguarda la sterilità del denaro, ho spiegato che non appena il gruzzolo raggiunge una quota significativa matura il premio di liquidità e quindi non è sterile. Tuttavia neppure si può dire fruttifero in quanto il suo è non tanto un potenziale creativo, quanto un vantaggio competitivo o estorsivo nei confronti delle merci.

In ogni caso, con il denaro comunemente in uso, non si può proibire l’interesse in nome della sua natura costitutiva.

L’argomento della giustizia commutativa appare quanto mai dipendente dalle situazioni: diverso sarebbe prestare poco o tanto denaro, diverso prestare per attività produttive o per una semplice spesa, diverso investire finanziariamente a seconda dell’impiego del capitale. Pertanto da questo argomento non si può ricavare nessuna norma generale e le lunghe dispute dei secoli passati non aiutano a far chiarezza sull’argomento.

In materia di prestito appare oggi decisivo l’argomento del bene comune, che può essere compreso adeguatamente solo con il giusto stile di analisi.

Si distinguono infatti l’approccio riduzionista (analizzando il comportamento di una parte si vuole ricostruire il funzionamento del sistema, ipotizzando che risulti dalla semplice somma delle parti) dall’approccio olistico (l’analisi dell’insieme getta luce sul significato dell’azione delle singole parti).

Per comprendere le ragioni del bene comune conviene adottare una prospettiva olistica.

Ebbene parlando in termini generali i grandi mali economici sono: 1) l’eccessiva concentrazione della ricchezza in poche mani, 2) la disoccupazione forzata e 3) lo stato di povertà di una quota scandalosamente ampia della popolazione, talvolta semplicemente emarginata, ma spesso ingiustamente sfruttata.

Al punto 1) si richiama lo studio del 2007 dei ricercatori dell’Istituto Federale di tecnologia di Zurigo, che ha dimostrato come una rete di 147 aziende possiede le 43.060 multinazionali più importanti del mondo per un totale del 40% della ricchezza mondiale. Queste 147 società (in realtà ancora di meno perché alcune di esse sono proprietà delle altre) sono tutte finanziarie (banche, fondi, assicurazioni) cioè soggetti che lucrano sugli interessi.

Un altro studio che conferma questa interpretazione fu condotto nella Germania federale negli anni ’90, basato sul calcolo della quota interessi compresa nel prezzo dei beni più comunemente usati per vivere (gli imprenditori non possono fare altro che scaricare sul prezzo del loro prodotto le spese per interessi che sostengono). Risultò che i beni e servizi di più largo uso avevano un prezzo quasi raddoppiato dalla quota interessi.

Andando ad analizzare chi pagava e chi guadagnava sugli interessi, risultò che lo 80% della popolazione era in perdita, il 10% in pareggio e il 10% in attivo. In realtà, un controllo più dettagliato su quel 10% che guadagnava grazie agli interessi, mostrò un’ulteriore suddivisione dei profitti per cui un 1% introitava quindici volte tanto e uno 0,1% oltre duemila volte tanto.

Quindi si può concludere che l’interesse è causa dell’eccessivo arricchimento di pochi.

Per il punto 2)

Il tasso di disoccupazione (eufemismo tecnocratico per intendere una massa di persone messe in difficoltà, con famiglie in miseria e vite allo sbando, affinché siano ricattabili) viene presentato nei manuali di macroeconomia come elemento di equilibrio, avente la funzione di abbassare i salari. Già questo fatto ci fa comprendere come la disoccupazione sia costitutiva del sistema capitalistico.

In effetti l’esistenza della disoccupazione forzata (gente che vorrebbe lavorare ma non può) è condizione necessaria e sufficiente per garantire l’investimento produttivo. Ovvero se l’imprenditore non potesse ridurre le sue spese per i salari non avrebbe la capacità di indebitarsi o, a causa delle spese finanziarie, rischierebbe il fallimento. Naturalmente una massa di diseredati è il più comodo serbatoio di mano d’opera a basso costo (chi non ha nulla preferisce il poco al nulla) ed è, in ultima analisi, il soggetto che paga gli interessi degli investimenti produttivi.

Il punto 3) è la risultante dei primi due. Innanzitutto bisogna delineare la portata del fenomeno e per farlo basta citare un dato del centro studi del Credit Suisse, tratto da un’importante pubblicazione del 2014. A livello mondiale lo 0,7% più ricco della popolazione possiede il 44% della ricchezza. La seconda fascia costituita da un 7,9% della popolazione dispone del 41,3% della ricchezza totale.

La terza fascia consta del 21,5% della popolazione che è proprietaria del 11,8% della ricchezza.

Il restante 69,8% della popolazione mondiale possiede il 2,9% della ricchezza. I dati sono riferiti alla sola popolazione adulta, la ricchezza è calcolata in dollari.

Bisogna capire che la legge fondamentale dei prezzi è la legge della domanda e dell’offerta. In un’ottica di mercato, cioè di divisione del lavoro e scambio di tutte le merci prodotte in scala, i prezzi determinano il potere d’acquisto relativo delle merci, le une rispetto alle altre. Se una merce è richiesta (utile necessaria) sarà la sua rarità a farne salire il prezzo. Per questa ragione anche il capitale inteso come merce, per ottenere un lucro, deve essere disponibile in misura inferiore alla richiesta.

Cosicché la povertà diffusa è una risultante del sistema capitalistico, ovvero quel sistema che facendo scarseggiare gli investimenti se ne assicura i profitti. Quando il lucro del capitalista scarseggia, egli si ritrae dall’investimento, la rarefazione monetaria induce una crisi deflattiva e il bisogno induce gli operatori ad accettare nuovamente l’indebitamento oneroso.

Questo ciclo avviene in maniera del tutto spontanea e non studiata e dipende dalle caratteristiche del denaro e del sistema monetario.

Le crisi, ovviamente, assieme alla disoccupazione, sono le principali cause della povertà ed entrambi questi fattori sono funzionali al lucro degli interessi.

Il danno emergente è un’eventualità assolutamente teorica, infatti chi presta il denaro non si priva delle somme che utilizza per la sua vita consueta. Qualunque evenienza inattesa che gli causi un bisogno di denaro, che può corrispondere a tutto o a una parte di quello che ha prestato, lo costringerà a prendere a prestito a sua volta. Pertanto l’eventuale danno consisterebbe negli interessi che il mutuante dovrebbe pagare su un prestito che ha dovuto contrarre contro le sue previsioni. Non può sfuggire che il danno emergente deriverebbe dalla previa esistenza dell’istituto dell’interesse.

Analogamente il lucro cessante procede dall’esistenza dell’interesse: se infatti esistesse anche un solo caso ammesso di remunerazione del capitale, qualunque altro prestito potrebbe invocare il mancato guadagno derivante dalla collocazione del denaro nel contesto di quel caso ammesso.

Insomma qualunque prestito o investimento potrebbe invocare gli interessi in nome della perdita del lucro degli interessi stessi.

Questi due casi sono in massima parte autoreferenziali e non possono giustificare la liceità degli interessi in quanto, per lo più, li presuppongono.

Diverso il discorso per il rischio.

Le consuetudini finanziarie ci hanno a tal punto abituato a considerare la proporzionalità inversa tra rischio e lucro, sull’impiego dei soldi, da farci dimenticare perché è lecito il guadagno (cioè l’appropriazione di ricchezza). Il principio afferma che è di proprietà ciò che ciascuno si fa da sé.

In una società che attua la divisione del lavoro, diventa di proprietà di Tizio una quota della ricchezza totale (suddivisa a piacere in merci e servizi proprio grazie all’uso del denaro) corrispondente all’apporto alla creazione della ricchezza totale che Tizio ha prodotto.

Il fatto che Tizio voglia rischiare o meno le sue proprietà non ha nulla a che vedere con la creazione di nuova ricchezza, ma ha piuttosto a che vedere col gioco d’azzardo, cioè con la ripartizione delle proprietà in un gioco a somma zero. Di sicuro il rischio non è un criterio che possa legittimare il guadagno.

Se anche si contempla il caso di Sempronio che, in una brutta situazione, pur di ricevere un aiuto promette un compenso, resta il problema della razionalità della scelta: un contributo a perdere è contrario al bene comune, mentre se è ragionevole soccorrere un’impresa in difficoltà  che svolge un lavoro utile con buone prospettive di successo, non si vede perché un tal prestito andrebbe trattato diversamente dagli altri.

Le analisi olistiche che abbiamo presentato, inquadrano l’istituto dell’interesse come un grave danno al bene comune.

Tuttavia resta il quesito di come abolire il saggio di interesse.

Si presentano due difficoltà fondamentali.

La prima difficoltà consiste nel fatto che il denaro sviluppa naturalmente il premio di liquidità e da esso, altrettanto naturalmente discende l’interesse.

Cercare di impedire ciò che è naturale difficilmente produce dei risultati efficaci, basti pensare che nella prima metà del 1700, dopo secoli di proibizione dell’interesse, Lodovico Antonio Muratori così si esprimeva al riguardo: Quello in fine, che merita non lieve riflessione, si è, che costì si potrebbono far mille divieti; e ciò non ostante il mondo camminerà sempre, come cammina adesso; perché non può star senza di tali contratti e consuetudini.

La seconda difficoltà consiste nel fatto che, senza una remunerazione, tutti sono restii a investire il capitale, pertanto si potrebbero incontrare seri ostacoli nello sviluppo dell’economia, anche se la partecipazione azionaria risulterebbe sempre lecita. In ogni caso, la “trappola della liquidità” sarebbe in perenne agguato, perché in mancanza di prospettive chiare ciascuno terrebbe il proprio denaro inoperoso.

Si proporrebbe dunque un dilemma tra equità ed efficienza? Ciò che è giusto sarebbe dunque macchinoso e disfunzionale?

Come si potrebbe abolire l’interesse in un modo economicamente virtuoso?

Nel 1917 Silvio Gesell pubblicava a Berna il suo “Sistema economico a misura d’uomo”.

A lui dobbiamo la soluzione del problema degli interessi ed anche alcune delle analisi presentate sopra.

Se è vero, come è vero, che l’interesse deriva dal premio di liquidità e se è vero, come è vero, che il premio di liquidità deriva dalla disparità nella natura delle merci e del denaro, deperibili quelle e indeperibile questo, per abolire l’interesse per via naturale occorre sopprimere il premio di liquidità, ovvero rendere il denaro deperibile al pari delle merci.

A questo fine Gesell inventava il suo freigeld detto anche icemoney, cioè una moneta gravata di una piccolissima tassa settimanale (1 per 1000) che ne fa evaporare lentamente ma inesorabilmente il valore, così come succede con le altre merci.

Gli esiti di una tale metodo sono molteplici e benefici per tutto il ciclo economico. In particolare gli effetti dell’icemoney sul prestito sono abbastanza evidenti: tenere i soldi fermi non conviene perché evaporano, prestandoli si otterrà la restituzione della somma intatta con un vantaggio del 5,2% annuo, dato che la tassa settimanale sarà passata in carico al mutuatario.

Avendo trasformato il denaro in una merce deperibile come le altre, si potrà applicare con piena coerenza ed efficacia il principio sul prestito che vale per tutti i beni di consumo, ovvero che il bene andrà restituito nella stessa quantità e nella stessa qualità (o nelle stesse condizioni) in cui è stato ricevuto.

Infatti, il prestito in natura è un vantaggio per chi lo fa: se presto un uovo che non uso mi verrà restituito fresco tra due settimane, quando il mio uovo originale sarebbe marcito.

Gesell arriva a proporre un confronto esemplificativo tra il prestito di un ombrello, che viene fatto con leggerezza e con un sorriso, e il prestito di denaro, che viene fatto con gravità e a precise condizioni, ma che se riguardasse il denaro deperibile sarebbe come il prestito dell’ombrello.

La cosa importante da notare è che il progressivo azzeramento degli interessi avverrebbe in forza esclusivamente della legge della domanda e dell’offerta: essendo conveniente prestare il denaro deperibile, ci sarebbe una gran massa di denaro offerto in prestito tale da pareggiare o persino superare le richieste; e in queste condizioni la remunerazione del prestito non avrebbe senso.

Una volta affermatosi l’uso dell’icemoney sarebbe il debitore a dire al prestatore: “vi faccio il piacere di accettare questi soldi”.

Un simile provvedimento non equivale alla proibizione degli interessi, ma ne determinerebbe la  scomparsa per via naturale e quindi da tutti condivisa e accettata. Al tempo stesso il denaro manterrebbe e anzi migliorerebbe le sue funzioni di mezzo di scambio, depurate dall’immobilizzo ricattatorio della moneta. La sintesi di questo metodo è espressa dalle parole di Gesell: perché e per chi si dovrebbero pagare i profitti di capitale, dato che la divisione del lavoro – sola a innescare il benessere generale – continuerebbe ad assicurarlo anche in presenza di un tipo di denaro deperibile, che cioè non li consentisse?

Un primo esito del denaro geselliano sarebbe quello di incoraggiare gli scambi commerciali: la merce deve essere venduta tanto quanto il denaro deve essere speso perché entrambi deperiscono. Quindi vendite e acquisti procederebbero senza esitazioni nel modo più rapido.

(Si scongiurano le crisi da sovraproduzione).

Un secondo vantaggio è quello di consentire all’autorità monetaria di regolare la massa monetaria totale, cosa oggi impossibile dato che non si sa quanto denaro circoli e quanto stia nei forzieri. Con l’icemoney tutto il denaro sarebbe in circolazione e quindi se ne potrebbe verificare l’adeguatezza della numerosità. Aggiungendone se manca e togliendone se è troppo.

(Governo monetario)

Altro vantaggio è quello di separare il mezzo di scambio dal mezzo di risparmio: non potendosi conservare il denaro senza perdita, il risparmio convergerebbe su altri beni, titoli e valori. In questo modo si eviterebbe l’accumulo inoperoso di denaro che costituisce “domanda dormiente” (così Gesell) , e che mette in pericolo la stabilità dei prezzi nel momento in cui, per un qualunque motivo,  cominciasse a riversarsi sul mercato, con effetto a cascata.

(Si scongiurano le crisi inflattive)

Il risparmio verrebbe davvero a coincidere con l’investimento per ragioni strutturali e non per i pii desideri mai realizzati degli economisti.

(Si elimina la “trappola della liquidità)

Poiché il denaro deperibile viene sistematicamente “respinto in circolazione” ovvero speso in continuazione, impone un aumento di vendite di beni e servizi che devono quindi essere forniti.

Pertanto avvantaggia l’economia reale sulla finanza e incrementa l’occupazione.

Anche la speculazione riceverebbe un duro colpo dal denaro deperibile, perché i prezzi sarebbero molto più stabili, influenzati solo da cause reali, offrendo dunque pochi appigli ai parassiti che allungano la filiera (chiamano questo parassitismo “intermediazione mobiliare”) traendo vantaggio dalle fluttuazioni dei prezzi.

Infine tutti avrebbero convenienza a pagare ogni cosa, comprese le tasse, il più presto possibile, con vantaggi per l’erario e per gli industriali che potrebbero dismettere gli odiosi “castelletti” usurari.

Conclusioni.

Un semplicissimo rovesciamento di prospettiva, ovvero punire il denaro se non circola tramite la tassa settimanale, anziché premiarlo per circolare attraverso gli interessi, induce una rivoluzione finanziaria che in modo del tutto naturale elimina i profitti da capitale.

Il denaro indeperibile produce l’interesse, il denaro di Gesell lo annienta.

Il recupero della dottrina sulle usure può dunque avvenire senza nuocere all’economia, ma anzi favorendola di numerosi benefici descritti sopra.

La posizione dell’Autorità religiosa dovrebbe essere semplicemente quella di raccomandare fortemente al potere politico, in vista del bene comune, l’adozione dell’icemoney.

Una volta istituito il denaro deperibile, le conseguenze benefiche si produrrebbero spontaneamente senza imposizioni extraeconomiche, come le antiche proibizioni sempre aggirate o disattese.

Il denaro “aureo”, cioè indeperibile, non corrispondeva alle definizioni degli antichi, mentre l’icemoney è il vero mezzo di scambio, “sterile” che non consente di far denaro col denaro, ma che introduce nel mondo del benessere attraverso il lavoro, anche e soprattutto per i lavoratori.

Attraverso l’icemoney fede e ragione tornerebbero a coincidere anche nel campo economico-finanziario.

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