La responsabilità ebraica nella morte di Gesù spiegata da Mons. Spadafora

Mons. Francesco Spadafora (1913-1997), chiarissimo esperto di Sacra Scrittura presso vari Seminarii italiani, dal 1950 insegnò a Roma, al Marianum e alla Lateranense. Uomo di grande dottrina, collaborò alla redazione della Enciclopedia Cattolica e pubblicò su prestigiosissime riviste scientifiche cattoliche. Già uomo di fiducia del Cardinale Ottaviani per le questioni di esegesi biblica, fu perito al Concilio nella Commissione preparatoria per gli Studi ed i Seminari. Combatté energicamente, con scritti d’alto, l’esegesi modernista in sede conciliare e durante la burrasca del post-conciliare che arriva addirittura a negare la storicità dei Vangeli e la storicità della resurrezione corporea di Gesù Cristo. Dagli anni Settanta scrisse anche per la nota rivista Si si No no fondata da don Francesco Putti. Il brano seguente è tratto da “Cristianesimo e Giudaismo” del 1987, ristampato da Amicizia Cristiana nel 2012.

Pilato si lavò le mani:  «Io sono innocente da questo sangue: a voi di pensarci. Non sono responsabile della morte di Gesù». La risposta: «Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli» toglie a Pilato ogni responsabilità: la responsabilità sia tutta nostra e dei nostri figli.

Ogni tentativo fatto, non dico di negare, ma di limitare la piena responsabilità collettiva dei Giudei, Capi e popolo, nella condanna a morte e quindi nell’esecuzione di Gesù Nostro Signore, e prima nel rifiuto di accettarne la predicazione, di riconosce in lui l’inviato del Padre, nonostante tutti i miracoli compiuti, contrasta con tutta la documentazione dei nostri quattro Evangeli.

E questo vale ancora più evidentemente per tutto il popolo giudaico, che – come rivelato pertinentemente il P. Benoit nella sua critica al libro di Jule Isaac (Rev. B., 1949, P. 610 s.) – ratificò completamente in pieno la sentenza dei loro Capi, opponendo dappertutto, e nella massa dei suoi membri, in Palestina e nella Diaspora questa resistenza feroce alla Chiesa nascente e continuando nei discepoli di Gesù l’opera di persecuzione e morte.

Nelle parole di Gesù, nel racconto dei quattro Evangelisti, risulta ineccepibilmente la responsabilità collettiva, per quel principio di solidarietà, ereditato da tutto il Vecchio Testamento, e fondamentale per il concetto di berit o alleanza, che lo prevede.

Nelle parole di Gesù in croce, riportate soltanto da s. Luca 23, 34: «Padre perdona loro, perché non sanno ciò che fanno», non vanno più in là dei testi riportati finora.

Lo confermano i commenti all’Evangelo di san Luca.

Nella collana Verbum Salutis, A. Valensin – G. Huby s.j. (trad. it. Ed. Studium, Roma, 1956, p. 456 s.), Vangelo secondo s. Luca così commentava.

L’evangelista, nel suo Evangelo della Misericordia, riferisce queste parole «per far conoscere l’infinita misericordia del Salvatore del mondo. Gesù ci dà l’esempio di quell’amore dei nemici e di quel perdono delle offese, di cui aveva fatto un dovere per i figli del regno (Mt. 5, 44). Si riferisce prima al popolo ebraico, poi a tutti quelli che, anche in maniera indiretta, sono causa della sua morte. (Knabenbauer in h. 1.).

Domanda perdono per loro in considerazione della loro ignoranza. Perché veramente in ogni peccato c’è un fondo di tenebre. L’uomo che pecca non sa completamente tutto ciò che fa …. Gli Ebrei non comprendevano tutta l’enormità del loro delitto. Questa ignoranza, in quanto era frutto della resistenza alla grazia e dell’accecamento volontario, non li assolveva della loro colpa; Gesù tuttavia la presenta al Padre come circostanza attenuante, e così farà più tardi san Pietro (Act. 3, 17)».

Il Lagrange (s. Lc., p. 588)  per l’omissione delle parole di Gesù in vari codici, si pone la domanda: «si è pensato che l’indulgenza di Gesù Salvatore fosse eccessiva, perché i Giudei sapevano bene quel che facevano?». In realtà, si poteva pensare ad una contraddizione con i testi evangelici che, come abbiamo visto, attestano la cosciente malafede dei Capi e la responsabilità del popolo.

I Capi, continua Lagrange, erano veramente colpevoli ed avevano grande bisogno di perdono; le prove dell’accecamento volontario, di odio e di doppiezza non mancano in Luca; tuttavia essi non comprendevano l’enormità del loro crimine. Si compiva in Gesù la predizione d’Isaia 53, 12: «intercede per i malfattori».

Juan Leal s.j., Ev. s. Lucas, (La S. Escritura), BAC 207, Madrid, 1961, p. 764:

«Gesù ha presenti i Capi del Giudaismo, responsabili della sua morte. Essi sapevano come nessun altro quello che facevano. E perché lo sapevano, peccarono ed avevano bisogno di perdono. In ogni peccato umano c’è sempre qualche ignoranza e Gesù si richiama a questa scusa. La preghiera di Gesù per i Giudei poteva risultare contraddittoria con Mt. 27, 25 «il suo (di Gesù) sangue sia su di noi e sopra i nostri figli» e con i testi in cui si predice il suo ripudio definitivo.

Una preghiera in queste circostanze, che chiede perdono per i nemici è autenticamente cristiana: è in armonia con la dottrina del Signore nel discorso del Monte (Mt. 5, 44), col suo esempio (Lc. 22, 48.51 con il traditore Giuda!)».

«Santo Stefano ha pregato nello stesso spirito di carità, ma non con gli stessi termini (Act. 7, 60). San Giacomo di Gerusalemme, prima del martirio, «i n ginocchio pregava così: – Ti supplico, o Signore, Dio e Padre, perdona ad essi (Scribi e Farisei), perché non sanno quello che fanno» (Eusebio, Storia Eccl. 1, II, c. 23, s. 15).

San Pietro se ne fa eco, nel secondo discorso al popolo, dopo la guarigione dello storpio, alla porta del Tempio detta la Bella: «E ora, fratelli, so che avete agito per ignoranza come i vostri Capi». Il Boudou commenta: «Pietro non vuole gettarli (gli «Uomini d’Israele» accorsi numerosi intorno a Pietro e Giovanni, all’ingresso del Tempio, per la guarigione istantanea dello storpio) nella disperazione e trova per loro delle scuse … si direbbe l’eco delle parole … cadute dall’alto della Croce, raccolte da tutti i veri discepoli di Gesù, ripetute spesso … nelle stesse tragiche circostanze, in testimonianze della stessa eroica carità». S. Pietro infatti all’inizio del discorso aveva rivelato l’enorme peccato d’Israele nel ripudio e nella uccisione del Salvatore, la loro piena colpevolezza e responsabilità collettiva.

«Il Dio dei nostri Padri, o Uomini d’Israele, ha glorificato il suo servo, Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato davanti a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo. Ma voi avete rinnegato il Santo e il Giusto e avete chiesto che fosse graziato un assassino, e avete fatto morire l’autore della vita. Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni …. La fede che viene da lui, la fede nel nome di lui, ha dato a questo infermo la piena salute in presenza di voi tutti. E ora, o fratelli, so che avete agito per ignoranza … Pentitevi, ecc. ».

Nel primo discorso che Pietro, nel giorno della Pentecoste, ai numerosi Giudei accorsi nell’atrio del Tempio, colpiti dal miracolo della glossolalia degli Apostoli (circa tremila aderirono all’Evangelo), è affermata senz’altro la consapevolezza e la responsabilità collettiva dei Giudei (Act. 2, 23.36): «Gesù di Nazareth, da Dio approvato con opere potenti e prodigi e miracoli … quest’uomo … voi l’avete crocifisso e per mano degli empi l’avete fatto morire … Lo sappia dunque sicuramente tutta la casa d’Israele: Dio ha fatto Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». [1]

Per Act. 13,27 ritengo esatta la traduzione del Boudou [2] : «Gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi hanno misconosciuto Gesù e condannandolo adempirono le parole dei profeti che si leggono ogni sabato». È san Paolo che così parla alla Sinagoga di Antiochia. Non si tratta di «ignoranza» (Gesù aveva detto loro chiaramente chi era: Giov. 5, 18; Mt 26, 65; 27, 44 e Giov 19, 7: «si è detto Figlio di Dio» perciò deve morire, dicono i Sinedriti a Pilato): ma di rifiuto di fede nella sua persona. Il verbo greco aghnoé ha anche tale significato. Così nella lettera ai Romani 10, 3 gli esegeti traducono lo stesso verbo: «Misconoscendo infatti la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio».  Pur conoscendo, pur avendo appreso il contenuto dell’Evangelo: 10, 16-21.

«Si potrà dire che Israele non ha capito di che si trattava nella predicazione dell’Evangelo? No, risponde san Paolo, ha capito bene che l’Evangelo si presentava come il compimento delle promesse messianiche, ma per cattiva volontà ha rifiutato di accoglierlo, lo ha conosciuto per misconoscerlo. Mentre i Gentili, che non si preoccupavano molto di trovare Dio, lo hanno riconosciuto quando è stato manifestato loro; Israele, preparato da una Provvidenza speciale all’avvento del Messia, ha rifiutato di credere» [3].


[1] Adriano Boudou sj, nella collana Verbum Salutis: Atti degli Apostoli, tr. it. Ed. Studium, Roma, 1957, pp. 38 ss. 67-70.

[2]  Ivi, pp. 287-293 ss

[3] È il commento e la traduzione di del P. J. Huby, Epistola ai Romani, (coll. Verbum Salutis, Ed. Studium, Roma, 1961, pp. 310- 312, 325, 327)

Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

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