Santa Caterina da Siena, “la più gran donna che abbia formata il Cattolicismo”

Giorgio Vasari, Gregorio XI torna a Roma da Avignone, 1572-73, Sala Regia, Palazzo Apostolico Vaticano. Il pittore raffigura santa Caterina nell’atto di guidare il Pontefice nel suo ritorna alla naturale sede del Papato

A niuno,che conosca la storia di S. Caterina da Siena, dovrà parere esagerato quell’elogio che ne pronunziò Cornelio a Lapide, chiamandola Portentum omnium saeculorum [1]. Svolgete pure gli annali del mondo, o diciam piuttosto, quei della Chiesa così fecondi di maraviglie e di maravigliose eroine; non sappiamo fra queste quale troverete più grande di Caterina da Siena. Quest’umile verginella, non illustre di sangue, non potente di attenenze, non ricca di quelle doti che il mondo suole unicamente apprezzare, esercitò a’ suoi di tale impero nel mondo, che non pure le moltitudini, mai personaggi più illustri, collocati in dignità anche supreme, pendevano riverenti da suoi cenni. La sua eloquenza era irresistibile; e ciò non per arte di studio umano, ma per virtù di quello spirito divino che l’animava, e il quale come le avea miracolosamente insegnato in estasi a leggere e scrivere, cosi aveala arricchita di maravigliosa sapienza e facondia. Di queste abbiamo anche oggidì un luminoso saggio negli scritti della Santa, specialmente nel suo Dialogo e nelle moltissime Lettere ch’ella indirizzò a Papi e Cardinali, a Principi ed a Repubbliche, ad ecclesiastici e laici, a persone di chiostro e di mondo, le quali non solo hanno lasciato alla nostra letteratura un tesoro preziosissimo di lingua, ma sono venerate nella Chiesa come monumenti della più squisita sapienza cristiana. Mentre poi ella visse, la virtù divina che parlava per bocca di lei era tanto manifesta ed efficace, che il Pontefice Gregorio XI non dubitò, con esempio unico nella Chiesa, di eleggerla ad uno straordinario apostolato, concedendole che andasse predicando per le terre di Siena, e seco recasse tre frati per udire le confessioni dei peccatori dalla sua predicazione convertiti. E la folla dei popoli a udirla era sì grande, e le conversioni ch’ella fece di anime anche perdutissime furono tante, che ella non rimase per avventura seconda a niuno de’ più insigni predicatori che il santo e dotto Istituto di S. Domenico, al cui terz’ordine Caterina apparteneva, abbia mai dato alla Chiesa.

Innumerabili furono le paci ch’ella compose, le inimicizie e gli odii che spense. I quali ognuno sa quanto fossero in quel secolo decimo quarto frequenti e feroci, specialmente in Toscana, dove le parti de’ guelfi e de’ ghibellini, de’ bianchi e dei neri, dei nobili e del popolani tenevano in continua agitazione e discordia quelle repubbliche. E a Caterina ricorrevano come ad efficacissima paciera non so lo i privati e le famiglie, male città e i Comuni; e lei interponeva no come mediatrice, lei mandavano in qualità di pubblico ambasciatore presso i Principi e i Governi a comporre questioni spinosissime o a trattare gravissimi affari. Così la Signoria di Firenze nel 1376 la mandò presso il Papa Gregorio XI ad Avignone a trattare la pace della Repubblica; e nell’anno seguente il medesimo Papa inviolla a Firenze, che si era di bel nuovo ostinata nella guerra e nella ribellione, affine di persuadere ai Fiorentini l’obbedienza e la sottomissione alla Chiesa. Indi a due anni Urbano VI, dopo averla chiamata in Roma per gli affari della Chiesa, allora travagliatissima pel grande scisma che già era scoppiato, disegnò di mandarla con Caterina di Svezia, figlia di S. Brigida e Vergine anch’essa di mirabile santità, presso la Regina Giovanna di Napoli, affine di staccarla dall’Antipapa Clemente; e l’ avrebbe mandata, se un giusto riguardo alla timida verecondia della Vergine svedese, la quale non meno bella che santa paventava insulti alla sua virtù dalla sfrenata corte di Giovanna, non l’avesse tolto giù da quel pensiero. Ma Caterina di Siena anche in questo fu mirabile, che parve immune da tutte le debolezze proprie del suo sesso e, senza niun pericolo di quella verginale onestà che serbò illibatissima , poté aggirarsi in mezzo al mondo, tra le plebi nelle piazze, come per le aule dei Grandi e nelle corti del Principi, dovunque lo zelo della gloria divina e il suo coraggio più che virile la chiamasse. Imperocché, oltre una speciale protezione di Dio, la fama straordinaria della sua santità e dei suoi prodigi le serviva come di scudo sicurissimo, e quel non so che di sovrumano che spiravale dal volto, dagli atti e dalle parole, la rivestiva quasi di un’aureola celeste che rendevala reverenda ed augusta ad ogni mortale.

Siccome poi all’ardore ed al coraggio del suo zelo era uguale l’altezza del suo intelletto, non è maraviglia che i personaggi più eccelsi egli stessi Pontefici l’adoperassero per consigliera, e la seguissero come ispiratrice ne’ più rilevanti affari della Chiesa. Gregorio XI in Avignone ed Urbano VI in Roma chiamaronla più volte in solenne Concistoro a dire il suo parere: e l’intrepida Vergine dinanzi a quel consesso, il più venerando e augusto che sia in terra, favellava con tale sublimità ed eloquenza, che i Cardinali, benché non tutti dovessero approvare in cuor loro i rigidi pensieri della Santa, pure esclamavano: nunquam sic locutus est homo et absque dubio ista non est mulier quae loquitur, imo Spiritus Sanctus loquitur in ea [2]. Anzi non vi fu negozio di grave momento pel governo universale della Chiesa, durante gli ultimi cinque anni della sua vita, in cui ella non ponesse mano e non avesse parte eziandio principalissima. Iddio che l’avea mandata come straordinario aiuto alla sua Chiesa in que’ tempi di straordinario bisogno, e voleva nel debole strumento di una tenera verginella mostrare in modo insolito la sua potenza, ornò Caterina non pure di que’ doni di estasi, di rapimenti, di comunicazioni intime, che ammiriamo in tante vergini contemplative, ma di quelle doti ancora che Egli suole riserbare più specialmente ai Pastori e Reggitori della Chiesa, il consiglio, la sapienza pratica degli affari, l’ampiezza e perspicacia nelle previdenze, l’indomabile gagliardia e la fortezza nell’operare. Con queste qualità Caterina fu posta dalla Provvidenza ai fianchi del Vicario di Cristo, affinché l’aiutasse a timoneggiare la nave di Pietro in tempi burrascosissimi e condurla salva fuori dei mali passi, in cui erasi avvenuta. Così la donna, che nel paganesimo era caduta al più infimo grado di abbiezione, fu dal Cristianesimo elevata a tanta dignità, che essa meritò in Caterina di essere fatta partecipe col Gerarca Supremo del governo universale della Chiesa e di entrare quasi arbitra e moderatrice nei destini del mondo. Certo è che nel mirare la missione altissima e le virtù e le opere meravigliose di Caterina, ella ci appare la più gran donna, cui abbia formata il Cattolicismo.

Riformare i costumi universalmente scaduti nel laicato e nel clero, esterminare fino agli ultimi avanzi delle eresie de’ patarini, dei fraticelli e di altri cotali che andavano tuttavia infestando l’Italia, pacificare le inimicizie e le guerre che ardevano per tutto fierissime, risvegliare nei popoli e nei Principi cristiani l’eroico spi rito delle Crociate, e unirli tutti sotto il vessillo della Croce a combattere il nemico comune che si avanzava dall’Oriente sempre più minaccioso, difendere la gloria e l’unità del Papato: questi furono i grandi pensieri che occuparono la mente di Caterina, e nei quali essa impiegò tutte le forze della sua vita. Ma tra queste il più grande, e per cui parve essere stata specialmente suscitata da Dio, fu la restituzione della Corte Pontificia da Avignone, dove nel 1306 aveala trasferita Clemente V,troppo ligio a Filippo il Bello e troppo pauroso delle turbolenze d’Italia, a Roma sua naturale e propria sede. Questo era già stato il desiderio de’ più grand’uomini di quel secolo, Dante e Petrarca, i quali, deplorando l’esilio de’Papi in Avignone, conobbero il ritorno del Papato in Roma essere necessario a restaurarne la maestà e l’indipendenza, non meno che al bene d’Italia, e colla potenza della loro parola vi si adoperarono, benché indarno. A questo pure eransi adoperati parecchi uomini santi, come S. Brigida di Svezia e specialmente Pietro di Aragona, il quale, dopo aver mutato le pompe regali coll’umile tonaca di S. Francesco, era salito in tal grido di santità, ch’era universalmente chiamato l’uomo delle rivelazioni e de’ miracoli. Anzi egli era giunto ad ottenere che Urbano V, predecessore di Gregorio XI, ritornasse di fatto, come fece nel 1367, a Roma. Se non che Urbano, dopo tre anni di dimora in Italia, si restituì ad Avignone, dove indi a due mesi morì; e coll’esempio di questo suo ritornare quasi pentito in Francia, ebbe aggiunta una nuova difficoltà alla restituzione della Sede pontificale in Roma.

Sepolcro di santa Caterina sotto l’altare maggiore della Basilica romana di Santa Maria sopra Minerva

Non è facile il dire quante e quanto gravi si attraversassero a quell’impresa le difficoltà, quando Caterina mossa dallo spirito di Dio si pose all’opera di liberare il Papato da quella che gl’Italiani. chiamarono la cattività babilonese. L’indole dolce e irresoluta di Gregorio, le lagrime dei parenti che l’assediavano e del vecchio genitore, il quale giunse fino a gettarsi boccone sulle soglie del palazzo papale, per attraversare il passo al Pontefice già mosso per uscirne, la renitenza della maggior parte de’Cardinali e de’cortigiani, a cui erano troppo care le delizie avignonesi, le caldissime pratiche del Re di Francia, a cui troppo caleva di ritenere in Avignone il Papa, le condizioni turbolentissime d’Italia, tutta lacera da fazioni e da guerre, i mali umori di Roma e dello Stato papale, di cui molte città erano in aperta ribellione; oltre a ciò l’esempio di oramai sei Pontefici e la prescrizione di settant’anni, le incertezze dell’esito, i timori dell’avvenire e mille altri impedimenti che veri o immaginati sempre si frappongono all’uomo in sulle mosse di qualche grande impresa; erano tutti ostacoli più che bastevoli a sgomentare dall’impresa qualunque gran cuore. Ma non se ne sgomentò Caterina. Colla sovrumana potenza della sua parola e della sua santità ella combatté e vinse tutti gli ostacoli umani; e per opera di lei Gregorio XI, lasciata nel 1376 la Francia, ricondusse e ristabilì fermamente in Roma il seggio papale.

Giorgio Vasari in quel mirabile affresco della Sala Regia del Vaticano, ove dipinse il trionfale ingresso di Gregorio in Roma tra i plausi e le feste del popolo e del clero, diede con savissimo accorgimento di arte alla gran Vergine senese il posto meritato, ritraendola in mezzo al campo in atto di precedere e guidare ispirata i passi del Pontefice. Ma il vero si è, che l’umilissima Santa, ottenuto che ebbe il grande intento, si dileguò dalla scena; e partita da Avignone lo stesso di che il Papa, ma per altra via, mentre questi riceveva in Italia e in Roma gli ossequi e i plausi universali, ella già si era ritirata a Siena nell’umile sua dimora. Donde non usci, se non quando Gregorio la mandò a Firenze sua ambasciatrice per ridurre all’obbedienza i Fiorentini, e più tardi, quando, già morto Gregorio, il suo successore Urbano VI l’ebbe chiamata a Roma, per valersene di consiglio e di aiuto nella terribile lotta ch’ebbe a sostenere dalla defezione dei Cardinali francesi e dall’Antipapa Clemente, il quale diè principio al funestissimo scisma che lacerò per ben quarant’anni la Chiesa.

Ma Caterina, benché in quei sedici mesi che sopravvisse in Roma si adoperasse contro lo scisma con tanto zelo, che a lei si deve in gran parte l’essersi tutta Italia mantenuta nella fede di Urbano solo e vero legittimo Papa; non ebbe tuttavia la consolazione di vedere spento lo scisma stesso, e lddio la sottrasse al desolante spettacolo delle stragi che quello dovea fare nella Chiesa. Ella avea adempita la straordinaria missione assegnatale dalla Provvidenza, riconducendo il Papato dall’esilio avignonese nella sua sede di Roma, e restituendo in tal guisa al Vicario di Cristo la pienezza della sua maestà e autonomia. Quindi ella era matura pel cielo, in cui erano sempre stati i verginali suoi amori e le sue ardentissime speranze. Ella mori in Roma il 29 Aprile del 1380, avendo in soli 33 anni di vita consummato imprese maravigliose, empito il mondo colla fama della sua santità e dei suoi prodigi, e reso all’Italia, al Pontificato e alla Chiesa tali servigi, che in niun cuore italiano e cattolico potrà mai perirne la memoria e la gratitudine. Il corpo di lei riposa in Roma, dove sembra posto come a speciale protezione del Papato e della Santa Sede: e quanto sia viva anche oggidì nei Romani e nei Papi la divozione e l’amore per Caterina di Siena, splendidissima prova ne fu il trionfo con cui, due anni or sono,le sue ossa, portate in solenne pompa per la città, furono dal regnante Pontefice Pio IX, collocate in magnifica urna sotto l’ara massima della chiesa della Minerva.

(La Civiltà Cattolica, Anno VIII, Serie III, Vol. VIII, 4 dicembre 1857, pp. 589-595)


[1] Comment. in Proph. Minor. e Comment. in Zachar., cap. lX.

[2] Processus Contestat. de Sanct. et Doctr. S. Catharinae , p. 1378.


Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

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