Giovannino Guareschi: un grande maestro di cristianesimo

di Paolo Gulisano

1 Maggio 1908: a Fontanelle di Roccabianca, in provincia di Parma, nasce Giovannino Guareschi, che da quella fetta di terra in riva al grande fiume Po prese le mosse per diventare uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900, uno  scrittore del radicamento, che ha posto al centro della sua arte l’uomo concreto, la realtà quotidiana, facendola diventare la Poesia del Bello e del Buono.  Uno scrittore che ha divertito, che ha commosso, che ha insegnato a più generazioni, che è stato ed è ancora  un vero e proprio maestro di umanità, un maestro cristiano.

Tra le perle delle affermazioni che Guareschi fa pronunciare al Cristo Crocifisso cui don Camillo si rivolge, ci piace ricordare questa, che Gesù dice al pretone della Bassa, in “Il compagno don Camillo”: “L’eroismo del soldato di Cristo è l’umiltà e il suo vero nemico è l’orgoglio”.

Chissà se Guareschi si accorgeva di rieccheggiare i grandi santi del Medioevo, San Bernardo, San Francesco, in questa sua visione cavalleresca dell’impegno del cristiano nel mondo, senza macchia e senza paura?

Giovannino era venuto al mondo, dicevamo,  in un momento e in luogo che imponevano un sobrio realismo. Era il 1908, il Primo maggio, quando nella grassa terra attorno al fiume Po, nacque Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi, figlio di Lina Maghenzani, maestra elementare del paese, e di Primo Augusto, negoziante di biciclette, macchine da cucire e macchine agricole.  Nella casa natale dello scrittore aveva sede la Cooperativa Socialista locale. Giovannino, che diventerà da grande la voce più forte e più lucida dell’anticomunismo, decide di nascere in occasione della Festa dei lavoratori, mentre le bandiere rosse delle sezioni socialiste della Bassa si ammassano sotto le finestre della casa dove si odono i suoi primi vagiti. Il capo di quei rossi, tale Giovanni Faraboli, un omaccio alto e massiccio come una quercia, entra in casa, e decide di mostrare al popolo lavoratore quel bambino che sicuramente, essendo nato il primo maggio, sarebbe stato destinato a diventare un campione della causa socialista. Giovannino avrebbe poi scritto che “anni e anni passeranno carichi di travaglio da questo primo maggio, ma intatto mi rimarrà nella carne il tepore delle mani forti di Giovanni Faraboli.”(da Chi sogna nuovi gerani?, a cura di Carlotta e Alberto Guareschi, Rizzoli, Milano, 1993)

Giovannino Guareschi è autore strettamente legato alla sua terra, ai suoi umori, alla sua civiltà, al suo genius loci. Sembra un paradosso che uno scrittore dalla profonda religiosità sia nato in una terra ben nota per la sua innata vis polemica nei confronti della Chiesa.  Strana storia, quella dell’anticlericalismo emiliano-romagnolo. C’è forse una spiegazione: al momento dell’unificazione d’Italia, il governo sabaudo decise di usare la mano pesante nei confronti di quelle regioni dove la fede cristiana era profondamente radicata, che erano state da sempre un fiore all’occhiello del papato e della cultura cristiana, come l’Emilia e la Romagna. Quest’ultima in particolare  era stata nei primi dell’800, ai tempi dell’invasione napoleonica una sorta di Vandea italiana, con  una resistenza fortissima alle empie truppe giacobine che profanavano le chiese e innalzavano gli “alberi della libertà”. Le popolazioni romagnole avevano difeso strenuamente e ovunque, da Lugo a Rimini fino al Montefeltro, la fede dei loro padri, le reliquie dei loro santi, le antiche tradizioni locali di libertà.  L’Italia di Cavour applicò al nuovo Stato le leggi anti-religiose che erano già in vigore nel vecchio Regno di Sardegna, in particolare la Legge 29 maggio 1855 che metteva fuori legge e ne espropriava i beni numerosi ordini religiosi. Tali leggi che rappresentavano uno degli aspetti più vergognosi dal punto di vista del Diritto del nuovo Stato trovarono la loro più completa applicazione il 7 luglio 1866 quando il Regno d’Italia abolì tutti gli ordini religiosi e ne confiscò i beni. Il provvedimento sarebbe stato poi esteso a Roma dopo la sua conquista con la Legge 19 giugno 1873. Non più francescani nella terra di San Francesco, non più domenicani in quella Bologna che era diventata la patria d’adozione di San Domenico, e che da loro aveva visto nascere nel Medioevo una delle prime e più prestigiose università del mondo, e che ora era passata nelle mani della Massoneria. Niente più carmelitane o clarisse, niente gesuiti, niente benedettini nella terra stessa del patrono d’Europa.

L’Italia nasceva rinnegando la propria stessa storia, disconoscendo la tradizione dei santi, dei maestri di fede e di cultura, abbandonando la propria tradizione millenaria. Nello Stato liberale, per quanto paradossale ciò possa sembrare, è lo Stato l’unico detentore della libertà, facoltà di cui fa uso e abuso nei confronti dei sudditi. Eppure ancora Mazzini in quegli anni proclamava che l’abolizione del potere temporale della Chiesa avrebbe portato all’emancipazione delle menti umane dall’autorità spirituale.  In sostanza il carattere di questa unificazione fu quello di conflitto anti-cattolico.                                                

L’Emilia e la Romagna, che erano state una sorta di Vandea italiana, subirono durante la rivoluzione risorgimentale la vendetta dei nuovi giacobini, attraverso un durissimo trattamento “rieducativo” da parte dei nuovi padroni liberali; se la massiccia propaganda ideologica antireligiosa, che trovò i consueti appoggi dalla Massoneria che aveva il proprio centro di irradiazione a Ravenna, potè ottenere l’allontanamento  del popolo dalla fede, non riuscì mai ad averne il pieno consenso, e questo può spiegare perché le papiste Emilia e Romagna divennero la culla del Socialismo e del Comunismo: meglio rossi che liberalmassoni, pensò il popolo, che percepiva nella ribellione sociale una rivalsa contro quel potere che gli aveva tolto Dio e lo aveva reso servo sulla propria terra.

Giovannino Guareschi, cattolico a tutto tondo e di sicuri sentimenti anti-comunisti, ha descritto in modo impareggiabile nei suoi capolavori della saga di “Mondo Piccolo” questa religiosità profonda dell’anima emiliana, che anche nel caso del comunista Peppone viene a galla allorquando le sovrastrutture ideologiche imposte dalla propaganda di partito vengono meno davanti ai richiami della coscienza cristiana, risvegliata spesso da Don Camillo. 

E’ dunque in questa Emilia che Giovannino muove i primi passi della sua vita. A sei anni lascia il paese natale per recarsi in città, a Parma. Sua madre infatti, di professione maestra, è stata trasferita a Marore, un paesino confinante con Parma.  Il padre è un uomo che spesso si trova a  cambiare lavoro, vivendo commerciando con poca fortuna. Un uomo con tanti sogni, ma che sembra incapace di affrontare con successo la vita, finisce vittima di personaggi furbi e con pochi scrupoli, si insabbia nei debiti, Un Don Chisciotte simpatico, un po’ guascone, forse troppo buono. Un fallito, per il mondo. La famiglia di Giovannino soffrirà di questa situazione.  Lo stesso scrittore guarderà con imbarazzo a questo padre che definirà “squinternato”, salvo rendersi conto – anni dopo – che c’era della vera grandezza in questo uomo sempre sconfitto, e che comunque non stava a lui giudicarlo e condannarlo.

Riscoprire Guareschi vuol dire riscoprire l’uomo e tutta la sua opera: oltre ai numerosi racconti del ciclo di Mondo piccolo – quelli di Peppone e Don Camillo – ci sono i romanzi: quelli dell’anteguerra (la scoperta di Milano; Il destino si chiama Clotilde; Il marito in collegio) e quelli che seguirono gli anni delle vicende belliche, che furono anche vicende tragiche per Giovanni Guareschi, il quale venne internato due anni nei lager nazisti. Tornato a casa dalla sua famiglia, ricominciò a scrivere, raccontando quello che aveva vissuto sotto forma di testimonianza storica ma anche di racconto.

Nacque quel “Mondo Piccolo” che è un riflesso del mondo grande,  come egli descriveva nell’introduzione a Don Camillo: “Il piccolo mondo del Mondo piccolo non è qui però: non è in nessun posto fisso: il paese di Mondo piccolo è un puntino nero che si muove assieme ai suoi Pepponi e ai suoi Smilzi, in su e in giù lungo il fiume per quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino: ma il clima è questo. Il paesaggio è questo, e in un paese come questo basta fermarsi nella strada e guardare una casa colonica affogata in mezzo al granturco e alla canapa, e subito nasce una storia”.

Questo sano realismo proveniva dalle salde radici cristiane di Guareschi. Sottolineare questo aspetto non significa voler piantare un’etichetta o una bandiera sopra l’opera dello scrittore emiliano, ma vuole semplicemente rilevare tutto lo spessore della sua arte, che ovvero riconoscere la fonte di origine.

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