“Guardava con lieto viso la sua dissoluzione”. Il beato transito di san Pio V raccontato da von Pastor

Corpo di san Pio V, Cappella Sistina della Patriarcale Basilica di Santa Maria Maggiore. La salma indossa il rocchetto che Napoleone Bonaparte donò a Pio VII

La domenica 28 ottobre [1571] il papa celebrò in S. Pietro la Messa di ringraziamento per la vittoria di Lepanto, il lunedì intervenne alle esequie pei caduti nella battaglia e il mercoledì compì il pellegrinaggio alle sette basiliche di Roma.

Anche l’inverno 1571-72 passò in principio in modo soddisfacente.  Pel Natale Pio V intervenne alla Messa di mezzanotte, disse due Messe basse, distribuì ai suoi famigliari la sant a comunione e finalmente tenne anche il pontificale in S. Pietro. L’8 gennaio 1572 ricomparve l’antico male della pietra, ma il pericolo passò. Alla metà di marzo il male riapparve all’improvviso molto violento. II papa cercò un mitigamento a mezzo d’una cura con latte d’asina: in realtà questo rimedio, che nel passato gli aveva spesso giovato, portò un lieve miglioramento, ma intaccò talmente il suo stomaco, che egli non poteva più digerire cibo alcuno.  

Vi si aggiunse che il papa digiunava troppo rigidamente per la sua età e che s’affaticava eccessivamente nell’esercizio dei suoi doveri d’ufficio. Ne conseguì naturalmente una grande debolezza. Alla fine di marzo la maggior parte dei medici opinava che il papa potesse vivere al più altri pochi mesi. Solo i più intimi famigliari, avanti tutti Rusticucci e Bonelli, ritornato il 4 aprile dalla sua legazione, avevano ora accesso al malato, che non poté intervenire alla Messa pontificale per la Pasqua (6 aprile). Volle però, sebbene soffrisse grandi dolori, impartire al popolo romano la solenne benedizione. A tale notizia accorse alla piazza di S. Pietro una folla incalcolabile, che voleva vedere ancora una volta la faccia del santo pontefice. Grande fu la meraviglia quand’egli pronunziò le parole della benedizione in modo chiaro e percettibile fino alle ultime file. Molti piansero di gioia e s’abbandonarono alla speranza che venisse conservata la cara vita di lui. II papa poi si sentì meglio per alcuni giorni. Ma non poteva parlarsi di reale miglioramento del suo stato

di salute.3 Lo stomaco rifiutava assolutamente il suo servigio e intanto aumentavano i dolori causati dal male della pietra, che il papa sopportava con somma pazienza. Un’operazione proposta dai medici non fu ammessa dal papa, probabilmente per pudore. Ai corporali s’aggiunsero i dolori spirituali. Grandi pensieri causava al papa principalmente la condotta delle grandi potenze cattoliche. Filippo II portavagli astio per il suo contegno nel processo dell’arcivescovo Carranza; l’ambasciatore del re cattolico minacciava inoltre la rottura delle relazioni diplomatiche qualora

Pio V concedesse la dispensa matrimoniale per Enrico di Navarra, che l’ambasciatore francese cercava di ottenere minacciando la sottrazione dell’obbedienza. A tutto ciò aggiungevansi i dissapori coll’imperatore a causa dell’innalzamento di Cosimo de’ Medici a granduca di Toscana. Era ardente desiderio del papa di poter fare ancora una volta il pellegrinaggio a lui sì caro delle sette basiliche di Roma: invano i medici e i più prossimi famigliari cercarono di distornamelo ed ai 21 di aprile, sebbene spirasse dal mare un forte vento, egli intraprese la lunga processione, nella quale anzi percorse a piedi più d’un miglio italiano. Andando a S. Paolo si incontrò in un pastore, che gli regalò un agnello mentre un altro gli offerse alcune quaglie. Alla Scala Santa si imbatté in alcuni profughi inglesi, dei quali fece prendere i nomi per poter fare loro pervenire dei soccorsi, e guardando verso il cielo esclamò: «Mio Dio, tu il sai che io sono pronto a versare il mio sangue per la salute di questa nazione». Amabilmente egli impartì la benedizione alla folla accorsa a migliaia, che concepì nuova speranza al vedere come l’ammalato procedesse vigorosamente.

Fu questa l’ultima volta che la forte anima del papa obbligò a servitù il debole corpo. Nei giorni seguenti il pontefice non fu più in grado di sbrigare gli affari correnti. La sera del 26 aprile fu colto da grave deliquio, dal quale però si riebbe rapidamente, potendo la mattina dopo dare udienza al principe di Urbino: con la sera intervenne un nuovo deliquio alquanto più leggiero. Il mattino seguente Pio V voleva tornare a celebrare la santa Messa, ma la sua debolezza gli tolse questa consolazione, egli però non rinunziò ad assistere ad una Messa ed a ricevere la santa comunione. Verso mezzodì soffrì un nuovo deliquio e sì grave che i famigliari lo reputarono morto. In Vaticano si chiusero le porte, si presero tutte le misure di precauzione e vennero convocati i cardinali, seguendo in breve un contrordine perché il papa si riebbe, pur rimanendo disperate le sue condizioni.

Pio guardava con lieto viso la sua dissoluzione. Mentre i suoi famigliari piangevano e singhiozzavano, egli addimostravasi del tutto tranquillo cercando anzi di confortarli, dicendo che il Signore Iddio in caso di necessità avrebbe suscitato dalle pietre l’uomo, di cui in sì difficile tempo la sua Chiesa abbisognava. Fra le preghiere, che si faceva leggere senza interruzione anche la notte, Pio preferiva i sette salmi penitenziali e la storia della passione del Signore. Ogni qualvolta ricorreva il nome di Gesù, egli, pieno di riverenza, si scopriva il capo, facendone almeno il segno quando le mani più non glielo permisero. La difesa della cristianità contro l’IsIam lo tenne occupato fino all’ultimo. Ripetutamente incitò a continuare la crociata contro i Turchi. L’ultimo suo atto di governo fu di consegnare al tesoriere una cassetta con 13.000 scudi, dai quali egli soleva cavare l’occorrente per le sue elemosine private, dicendogli che avrebbe prestato buoni servigi per la lega.

Addì 30 aprile il papa sentì che s’avvicinava la sua fine. Per morire come semplice religioso, egli si fece mettere l’abito di San Domenico. La sera il sagrista gli amministrò l’estrema unzione. Poiché tormentavalo un violento catarro, Pio V dovette rinunziare al ricevimento del santo Viatico. Il papa, così riferisce ai 30 di aprile Aurelio Zibramonti, giace immobile a mani giunte. Soltanto alcuni penitenzieri sono inginocchiati attorno a lui. Violenti dolori lo tormentano continuamente. Ritornando egli un momento in sé, lo si udiva pregare con voce sommessa : «Signore, aumenta i miei dolori, ma anche la mia pazienza». Fra simili atti di eroico abbandono a Dio Pio V rese la sua santa anima la sera del 1° maggio 1572.Aveva raggiunto l’età di 68 anni e tenuta la cattedra di San Pietro 6 anni, 7 mesi e 23 giorni. Dal primo all’ultimo giorno del suo governo tutte le forze dì Pio V erano state dedicate alla tutela della Chiesa contro i nemici della fede cattolica, alla sua purificazione da tutti gli abusi, alla sua diffusione nei paesi d’oltremare come alla difesa della cristianità europea dall’assalto dell’IsIam. Anche solo per ragione del breve pontificato di lui non poterono raggiungersi successi definitivi su tutti questi campi, ma il santo padre è ciò nonostante arrivato a cose grandi. I suoi successori mieterono, sotto molti rispetti, ciò che egli aveva seminato. Nel periodo immediatamente seguito apparve sempre più chiara l’importanza della sua instancabile, profonda attività non solo per la riforma cattolica, ma anche per la restaurazione cattolica. Del resto già i contemporanei sentirono quale grave perdita fece la Chiesa colla sua morte. Fu generale il sentimento che un santo avesse abbandonato questo mondo. A Roma specialmente si vide quale profonda impressione aveva fatta la vita del papa. Gli abitanti dell’eterna città, in cui regnò calma completa, accorsero a migliaia presso la salma esposta in S. Pietro. Tutti cercavano di avere come preziosa reliquia qualche cosa che avesse appartenuto al defunto. Da ultimo le guardie dovettero impedire lo zelo esagerato di questi veneratori.

Chi non poté avere qualche reliquia, cercò almeno di toccare con rosarii o altri oggetti di devozione il feretro. Uno che conosceva esattamente la Curia giudicò che alla morte di Pio V la Chiesa aveva perduto un pastore veramente pio e santo, un ardente difensore della religione, un terribile punitore dei vizi, un sacerdote sommamente vigilante e instancabilmente attivo, che tutti i suoi sforzi aveva rivolti alla gloria di Dio ed all’esaltamento della fede santa. Ciò che un asceta sì rigido come Carlo Borromeo aveva detto nel 1568, cioè che da lungo tempo la Chiesa non aveva avuto un capo migliore e più santo, s’era avverato.

(Ludwig von Pastor, Storia dei Papi, Vol. VIII, Roma, 1929, 581-585)

Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

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