di Giorgio Enrico Cavallo

Inevitabilmente il discorso di Matteo Salvini sabato in piazza Duomo a Milano ha suscitato l’ira e lo sconcerto del mondo fanta-cattolico. Salvini ha indubbiamente dimostrato coraggio: perché ci vuol davvero coraggio, oggi, nell’invocare la protezione dei santi Benedetto da Norcia, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Cirillo e Metodio, Teresa Benedetta della Croce e chiedere che il Cuore Immacolato di Maria protegga l’Italia. Siamo nel XXI secolo, viviamo in una società rivoluzionata nella quale la fede è mantenuta alla stregua di un grazioso orpello. Ci vuol coraggio davvero nel chiedere la protezione dei santi e della Madonna. Tanto più perché è ben difficile che la maggior parte dell’elettorato italiano (e leghista) arrivi a comprendere l’esatta portata di quell’affermazione.

Come era evidente, anche la galassia catto-fantasy non ha compreso le parole di Salvini, anche perché gli “adoratori del dialogo” con il leader leghista non vogliono proprio aver niente a che fare. Non lo capiscono essenzialmente perché lo guardano come un nemico da combattere, anche quando le sue idee sono non soltanto dotate di buon senso, ma pure di buon senso cattolico. Enzo Bianchi ha commentato: «Sono profondamente turbato: come è possibile che un politico oggi, in un comizio elettorale, baci il rosario, invochi i santi patroni d’Europa e affidi l’Italia al Cuore immacolato di Maria per la vittoria del suo partito? Cattolici, se amate il cristianesimo, non tacete, protestate!». A dirla tutta, i cattolici dovrebbero essere turbati proprio da Enzo Bianchi, la cui teologia ha ben poco di cattolico. E avanti: l’iper progressista Andrea Grillo, parla di “farsa al cuore immacolato” (ovviamente lui scrive in minuscolo). Padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica (sic!!) evidenzia che «Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio». Qualcuno gli dica che nell’Ancien Régime sovrani e politici non facevano mistero della loro fede cattolica, ricorrevano pubblicamente senza problemi ai simboli sacri e nessuno aveva da ridire. Il papa regnante non ha (ancora) commentato, ma si sa che lui non è un fan di Salvini. Bergoglio avrebbe affermato che «non vuole e non può» stringergli la mano. Pare una barzelletta del glorioso Non possumus pronunciato da Pio VII al momento dell’invasione francese degli Stati della Chiesa. Inutile dire che il papa di Santa Marta accoglie, abbraccia e si prostra davanti a comunisti, protestanti, musulmani, buddisti e via dicendo. Vale la pena ricordare la grande amicizia del soggetto vestito di bianco con l’ateo militante Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica e paludato inventore di interviste papali nelle quali scrive un po’ ciò che gli pare, senza ovviamente alcuna replica da parte di una imbarazzata sala stampa vaticana. Vale la pena di ricordare anche l’amicizia con Emma Bonino, forse tra tutti i soggetti politici italiani quello più lontano dall’orizzonte cattolico. La Bonino, la «grande italiana», secondo Bergoglio. Esponente di spicco del Partito Radicale (oggi, nella nuova veste di +Europa), recentemente beneficiato dal mefistofelico George Soros con 200mila euro di finanziamento in vista delle elezioni europee. Lei sì, che è un modello per noi cattolici. Anche Giorgio Napolitano è ammirato da Bergoglio. E recentemente, il vescovo di Roma lo ha ribadito: grandi italiani, la Bonino e Napolitano. «Mi dicono: è gente che la pensa in modo molto diverso da noi. Vero, ma pazienza. Bisogna guardare alle persone, a quello che fanno». Eh sì: la prima, materialmente artefice di aborti con pompe da bicicletta, sostenitrice di tutte le campagne più antitetiche rispetto al cristianesimo, è misteriosamente eletta al rango di «grande italiana». Napolitano, in gioventù acceso sostenitore dell’Unione Sovietica e poi, da presidente della Repubblica, fautore del golpe bianco che mise in sella in Italia Mario Monti, è anch’egli un «grande italiano». Vanno bene tutti, dunque. Ma Salvini, no. Vade retro!

Ora, ben lungi dall’attribuire patenti di cattolicità integerrima al leader della Lega e dal considerarlo un alto esempio di moralità, non è possibile non prendere le distanze dal mondo catto-progressista che lo vede come fumo negli occhi. Semmai, sono quei cattolici «au caviar» che devono essere intesi come fumo negli occhi, in quanto esponenti di un cattolicesimo sessantottino che ormai suona come un disco inceppato, proponendo sterili prediche sull’accoglienza degli immigrati e buttando a mare duemila anni di storia, di tradizione, di filosofia e di cultura cattolica. Prediche sterili, sostenute oltretutto da una teologia fai-da-te, che strumentalizza il Vangelo peggio di quanto non abbia fatto il capo della Lega dal palco, baciando il rosario.  Salvini, nel discorso di Milano, ha ripescato qualche cosa di ciò che la Chiesa ha smesso a partire dal Vaticano II: ha ripreso a parlare con chiarezza, senza paura di apparire controcorrente, tornando a parlare di Cuore Immacolato di Maria. Che abbia un progetto politico chiaro e definito, è ancora presto per saperlo (ma, per come vanno le cose nella politica italiana, chissà se potremo mai vederlo applicato). Di certo, quel richiamo al Cuore Immacolato ci lascia sorpresi. Perché, indirettamente, fa pensare a Fatima ed alla promessa che il Cuore Immacolato trionferà. Salvini lo sa? Perché le sue parole non possono essere lette alla leggera, alla luce della sola politichetta italiana: scomodando il Cielo, si sta proponendo come un piccolo combattente contro le forze del male rappresentate, oggi, dall’Europa anticristiana, da una certa Chiesa apostata e dall’islamizzazione impetuosa. Insomma: la tentazione è di vedere in Salvini un piccolo, umanissimo katéchon. Dovremmo domandarci fino a quanto il ministro dei selfie e delle felpe ne sia consapevole. E soprattutto vorremmo che ad assolvere questo ruolo non fosse un solo ministro della Repubblica italiana, ma che fossero i vertici della Chiesa, quei cardinali, vescovi (ognuno continui l’elenco) che specialmente dal 2013 in poi hanno dimostrato platealmente di giocare nella squadra avversaria. Vorremmo una Chiesa veemente, combattiva, in prima linea contro l’eresia e la deriva sociale dell’Europa e del mondo. Vorremmo una Chiesa Sposa di Cristo, non in combutta con i servi di Soros. Vorremmo una Chiesa che testimoni la Verità e che non la svenda per un piatto di lenticchie, asservita ai potenti del mondo. Vorremmo, insomma, una Chiesa che faccia la Chiesa. Forse, oggi, è chiedere troppo.