Il medico argentino condannato per aver fatto il suo mestiere: salvare vite

di Caterina Giojelli (fonte: Tempi.it)

Un uomo stupra una ragazza, degli attivisti le somministrano illegalmente un abortivo, un dottore (non obiettore) salva la vita a lei e al piccolo. Chi ha commesso un crimine? L’assurdo caso del ginecologo argentino Leandro Rodríguez Lastra

I fatti: nel 2017 è nato un bambino che oggi ha quasi due anni e cresce sano con la sua famiglia adottiva. Secondo una deputata (pediatra e promotrice di una legge che depenalizza l’aborto illimitato in caso di stupro) la nascita di questo bambino non solo è stata un errore, ma addirittura un crimine che viola la legge. Per questo ha denunciato il medico che gli ha salvato la vita. E un giorno quel bambino potrebbe scoprire che un medico è finito in carcere perché lui è vivo.

LO STUPRATORE E GLI ATTIVISTI PRO-CHOICE

Accade in Argentina, dove il 13 maggio è iniziato il processo al dottor Leandro Rodríguez Lastra, primario di ginecologia dell’ospedale Pedro Moguillansky di Cipolletti (Río Negro). La storia inizia con un crimine vero, anzi due: quello commesso da un uomo che ha abusato di una ragazza di 19 anni mettendola incinta, e quello commesso da una associazione pro-choice che ha somministrato farmaci illegali per abortire alla ragazza al quinto mese e mezzo di gravidanza, mettendo a repentaglio la sua vita. Per questi due crimini nessuno, né l’aggressore, né gli attivisti che le hanno fornito irresponsabilmente il misoprostolo, si trova in carcere. Perché nessuno li ha denunciati.

LA RAGAZZA E IL MEDICO

Il ginecologo Leandro Rodríguez Lastra è di guardia il giorno in cui la ragazza in stato confusionale, in preda alla febbre e ai dolori viene portata all’ospedale di Cipolletti. Racconta di essere stata stuprata, di avere ottenuto il misoprostolo da una ong pro-aborto. Ma chi lo sa cosa possono averle dato davvero? Quello che Lastra sa è che quei farmaci non si assumono in fase così avanzata di gravidanza, e che sia la giovane, sia il bambino rischiano grosso. È vero che esiste un protocollo provinciale, promosso dalla deputata Marta Milesi, che giustifica l’aborto in caso di stupro senza indicare un limite alla gravidanza, tuttavia secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità un bimbo di 22 settimane e più di 500 grammi di peso è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno: cioè nasce vivo, a meno che qualcuno lo uccida o non lo soccorra, cioè commetta un crimine.

LA NASCITA E L’ADOZIONE

Il dottor Rodriguez fa dunque tutto quello che ci si aspetta da un medico, evitare una sepsi, riuscire a stabilizzare la donna, salvare lei e la creatura di quasi 23 settimane che ha in grembo. Radunata il giorno dopo una équipe di ostetriche, neonatologi, psicologi, assistenti sociali e dirigenti dell’ospedale stesso, tutti convengono che nelle condizioni della giovane la migliore opzione medica per “interrompere la gravidanza” sia aspettare fino a 35 settimane e da lì indurre il parto per poi dare il bambino in adozione. I medici spiegano alla donna la situazione: il suo bimbo non può venire al mondo subito in modo naturale, e un cesareo nelle sue condizioni nel secondo trimestre sarebbe più pericoloso che nel terzo, il bimbo inoltre corre più rischi di nascere disabile. La giovane accetta di proseguire la gravidanza per qualche altra settimana. Durante questo tempo le viene garantito tutto l’accompagnamento necessario, e quando nasce il piccolo una coppia di genitori è subito pronta ad adottarlo.

SALVARE LA VITA È UN CRIMINE

Questi i fatti. C’è un uomo che ha stuprato una ragazza, degli attivisti che le hanno somministrato un farmaco pericoloso al quinto mese e mezzo di gravidanza e un medico che ha salvato la vita a lei e al suo bambino. Chi ha adempiuto al suo dovere e alla legge e chi ha commesso un crimine? Secondo Milesi salvare la vita è un crimine e a commetterlo è stato il ginecologo Leandro Rodríguez Lastra. È stata infatti la deputata a presentare un reclamo contro il medico per aver violato la legge e ostacolato l’aborto, non la ragazza (che ha una storia di abusi in famiglia e autolesionismo alle spalle e ha affermato di essere stata stuprata solo dopo avere scoperto di essere incinta senza per altro mai denunciare lo stupratore), la stessa ragazza che secondo Milesi non solo è stata trattenuta contro la sua volontà, ma subendo un cesareo alla 35esima settimana, «ha sofferto un danno irreparabile alla sua psiche che ha portato a gravi sintomi di anoressia nervosa e tentativi di suicidio», «qui dobbiamo pensare alla vittima, a lei e a tutte le vittime dell’Argentina (…) qui non rispettavano le leggi e il protocollo. La vittima è stata violentata due volte, dal suo stupratore e dal sistema, che dovrebbe occuparsene». 

LA CONDANNA, «SONO INNOCENTE»

Dopo tre audizioni, il 18 maggio il giudice Alvaro Meyne riconosce colpevole di reato di violazione dei doveri di un pubblico ufficiale il ginecologo Lastra. Che ora rischia due anni di carcere e la sospensione dall’esercizio alla pratica della medicina. Durante il processo una dottoressa dell’ospedale Fernandez Oro, al quale si era rivolta in prima battuta la ragazza, ha ammesso non solo di non aver registrato dettagli clinici a proposito della sua fragilità psicologica, ma di averla indirizzata insieme ai colleghi al gruppo femminista La Revuelta dove avrebbe reperito i farmaci. Nessuno ha approfondito la vicenda, né cercato di dare una identità allo stupratore. Lastra ha cercato invano di difendersi sostenendo di non avere eseguito l’aborto per ragioni mediche e di avere obbedito a tutte le leggi provinciali e nazionali che garantiscono protezione alla vita fin dal suo concepimento: «Il sistema giudiziario che ha dato origine a questo processo punta a permettere che le decisioni del medico siano messe in discussione, mette in discussione il nostro atteggiamento e la nostra capacità di lavorare e garantire la sicurezza. So di non aver commesso alcun crimine», ha aggiunto il dottore.

«DOPO LE 20 SETTIMANE NON CHIAMATELO ABORTO»

Dopo il caso Lastra, tutti i ginecologi dell’ospedale si sono dichiarati obiettori di coscienza. Sottolineando infatti che l’imputato non era iscritto nel registro degli obiettori, da che «si può dedurre che almeno in quel momento egli non avesse una posizione personale pubblica contraria alla pratica dell’aborto», il giudice ha ritenuto ancora più deprecabile il ginecologo, negligente a considerare l’interruzione di gravidanza sulla paziente, «ma dopo le 20 settimane non si può e non si deve nemmeno parlare di aborto – si è difeso il medico – . Per interrompere una gravidanza così avanzata si deve uccidere il bambino nel grembo materno prima di rimuoverlo». Oppure si fa partorire la ragazza, ma il rischio che il bambino nasca vivo e vada in corso a gravissime disabilità è altissimo. In entrambi i casi a rischiare è anche la madre, «in emergenza un medico deve prendere la decisione migliore possibile. E per me in quel momento la decisione migliore possibile era salvare due vite, non metterle a repentaglio entrambe» ha spiegato il ginecologo. Con la sua decisione si sono trovati d’accordo anche autorità e istituzioni preposte allora alla salute e alla famiglia.

DA QUANDO L’ABORTO È LEGGE ASSOLUTA?

Anche i professionisti della salute della Costa Rica hanno espresso il loro sostegno al medico, per lui hanno manifestato organizzazioni come CitizenGo Argentina, Avvocati per la vita, Medici per la vita, March for Life, Medical Students for Life e Independent Federal Women. Ma sarebbe un errore relegare a battaglia prolife quella in difesa del medico argentino. Il caso smaschera tutti i paradossi dell’aborto, proposto come migliore opzione medica e senza tollerare alcuna alternativa. In base alla sentenza né i medici né la giovane donna sembrano liberi di non abortire. Ma da quando l’aborto è legge assoluta e salvare vite un crimine?

«NON ERO OBIETTORE. LO SONO DIVENTATO»

Oggi Lastra si è registrato come obiettore di coscienza, «prima non lo ero, perché ero d’accordo con quanto stabilito dal codice penale, con l’interruzione di gravidanza a tutela dalla salute della donna». Ma dopo essere stato trascinato alla sbarra per aver fatto il suo dovere, ha cambiato idea: come medico è rimasto scioccato dal fatto di essere stato condannato per «non aver praticato un’azione aberrante: strappare un ragazzino dal ventre di sua madre, sapendo che se fosse sopravvissuto avrebbe avuto conseguenze molto gravi. La decisione che ho preso è stata la migliore e lo rifarei di nuovo».

Un commento a "Il medico argentino condannato per aver fatto il suo mestiere: salvare vite"

  1. #Maria Grazia Miccheli   23 Maggio 2019 at 3:36 pm

    Mi sembra allucinante che un medico sia stato condannato a pena detentiva per ave rispettato la deontologia professionale e salvato due vite. Maria Grazia Miccheli

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