La necessità della devozione mariana in cinque esempi.

La Vergine Santissima è la “Onnipotente per grazia”. Per divina disposizione, in nostro favore Ella può tutto:  per i suoi meriti infiniti, per l’amore che l’ha unita e l’unisce al Figlio divino, per l’amore che Egli le ha portato e le porta, per la potenza cui Dio l’ha sublimata: onde giustamente cantò il Poeta “qual vuol grazia e a te non ricorre, sua disïanza vuol volar sanz’ ali”. E non si tratta solo di parole … Sant’Alfonso, nel suo immortale Le glorie di Maria, offre ai Lettori vari Esempi per inculcare quanto sia potente l’intercessione della Madonna e quando sia necessario alla nostra salvezza esserLe devoti e seriamente tali.

1. Si narra nella vita di suor Caterina di sant’Agostino che, nel luogo dove viveva questa serva del Signore, si trovava una donna chiamata Maria, la quale in gioventù era stata peccatrice e anche nella vecchiaia seguitava ostinatamente a essere perversa tanto che, scacciata dai cittadini e confinata a vivere in una grotta fuori del suo paese, vi morì quasi putrescente, abbandonata da tutti e senza sacramenti e perciò fu sepolta in campagna come una bestia. Suor Caterina, che era solita raccomandare a Dio con grande affetto tutte le anime di coloro che trapassavano all’altra vita, avendo appreso la morte disgraziata di questa povera vecchia, non pensò affatto a pregare per lei, ritenendola, come tutti la ritenevano, dannata. Passati quattro anni, un giorno le si presentò dinanzi un’anima purgante, che le disse: «Suor Caterina, che mala sorte è la mia? Tu raccomandi a Dio le anime di tutti coloro che muoiono e solamente dell’anima mia non hai avuto pietà?». «Chi sei tu?» disse la serva di Dio. «Io sono – rispose – quella povera Maria che morì nella grotta». «Ma come, tu sei salva?» riprese suor Caterina. «Si, sono salva per misericordia di Maria Vergine». E come?». «Quando mi vidi vicina alla morte, sentendomi così piena di peccati e abbandonata da tutti, mi rivolsi alla Madre di Dio e le dissi: “Signora, tu sei il rifugio degli abbandonati; io sono adesso abbandonata da tutti; tu sei l’unica speranza mia, tu sola mi puoi aiutare, abbi pietà di me”. La santa Vergine ottenne per me un atto di contrizione, morii e mi salvai. E la mia Regina mi ha ottenuto anche un’altra grazia: che l’intensità delle mie sofferenze abbreviasse la durata della mia espiazione che avrebbe dovuto prolungarsi per molti più anni; ma ho bisogno di alcune messe per liberarmi dal purgatorio. Ti prego di farmele dire e ti prometto di pregare poi sempre Dio e Maria per te». Suor Caterina fece subito celebrare le messe e dopo pochi giorni le apparve di nuovo quell’anima, più luminosa del sole, e le disse: «Ti ringrazio, Caterina. Ecco, io me ne vado già in paradiso a cantare le misericordie del mio Dio e a pregare per te». [1]

2. Nella storia delle fondazioni della Compagnia di Gesù nel regno di Napoli [2] si parla di un giovane nobile scozzese, chiamato Guglielmo Elfinstonio, parente del re Giacomo[3]. Nato nell’eresia, ne seguiva gli errori; ma la luce divina gli scoprì a poco a poco la falsità di quella dottrina. Venne in Francia, dove, con l’aiuto di un buon padre gesuita, suo compatriota, e soprattutto grazie all’intercessione della santa Vergine, conobbe infine la verità, abiurò l’eresia e si fece cattolico. Si recò poi a Roma. Lì un suo amico lo trovò un giorno afflitto e piangente e gli chiese quale fosse la causa del suo dolore. Il giovane rispose che durante la notte gli era apparsa la madre dannata e gli aveva detto: «Figlio, buon per te, che sei entrato nella vera Chiesa. Io, morta nell’eresia, sono perduta per sempre». Da quel giorno la sua devozione verso Maria divenne ancora più fervida. Egli la considerò come sua unica madre e, ispirato da lei, fece il voto di entrare in religione. Essendosi poi ammalato, andò a Napoli sperando che il cambiamento d’aria lo avrebbe guarito, ma il Signore volle che a Napoli morisse e che morisse gesuita. Infatti, poco dopo il suo arrivo si aggravò e all’avvicinarsi della morte, con preghiere e lacrime ottenne di essere ammesso dai superiori. Così quando, alla presenza del Sacramento, gli fu amministrato il viatico, pronunziò i voti e fu dichiarato membro della Compagnia di Gesù. A partire da allora egli commuoveva tutti per lo slancio con il quale ringraziava sua madre Maria di averlo strappato all’eresia portandolo a morire nella vera Chiesa e nella casa di Dio in mezzo ai religiosi suoi fratelli. «Come è bello, esclamava, morire in mezzo a tanti angeli!». Esortato a riposare, rispondeva: «Non è tempo di riposare ora che si avvicina la fine della mia vita!». Prima di morire, disse ai presenti: « Fratelli, non vedete qui gli angeli del cielo che mi assistono?». Uno di quei religiosi, avendolo sentito sussurrare alcune parole, gli domandò che cosa diceva. Rispose che l’angelo custode gli aveva rivelato che doveva stare pochissimo tempo in purgatorio e che subito sarebbe passato in paradiso. Poi riprese a intrattenersi con la sua dolce madre Maria e ripetendo: «Madre, Madre», come un bambino che si abbandona a riposare nelle braccia della madre, serenamente spirò. Poco dopo un devoto religioso seppe, grazie a una rivelazione, che Elfinstonio era già in paradiso. [4]

3. Il padre Bovio [5] racconta che una donna di malaffare, chiamata Elena, entrata in una chiesa, udì per caso una predica sul rosario. Uscì e ne comprò uno, ma lo portava nascosto per non farlo vedere. Cominciò poi a recitarlo, ma dapprima senza devozione. La santa Vergine le fece tuttavia gustare tali consolazioni e tali dolcezze in questa pratica, che non si stancava mai di dire il rosario. Così arrivò a concepire un tale orrore per la sua cattiva condotta che, non trovando pace, fu come costretta ad andare a confessarsi, e lo fece con tale contrizione, che il confessore ne fu stupito. Fatta la confessione, andò a inginocchiarsi davanti a un altare di Maria per ringraziare la sua avvocata e, mentre recitava il rosario, udì la voce della divina Madre che da quell’immagine le diceva: «Elena, hai molto offeso Dio e me. Da oggi in poi cambia vita e ti concederò in abbondanza la mia grazia». Tutta confusa, la povera peccatrice rispose: «Vergine santa, è vero che finora sono stata una sciagurata, ma tu che tutto puoi, aiutami. Io mi dono a te e voglio impiegare il resto dei miei giorni a far penitenza dei miei peccati». Aiutata da Maria, Elena distribuì tutti i suoi averi ai poveri e si diede a una vita di rigorosa penitenza. Era tormentata da terribili tentazioni, ma si raccomandava incessantemente alla Madre di Dio e così ne usciva sempre vittoriosa. Arrivò ad avere molte grazie anche soprannaturali, visioni, rivelazioni, profezie. Infine, dopo averla avvertita qualche giorno prima della sua morte ormai prossima, la Vergine con suo Figlio venne a visitarla e, quando la peccatrice morì, fu vista la sua anima volare verso il cielo in forma di bellissima colomba. [6]

4. È celebre quell’avvenimento che riferisce il P. Paolo Segneri nel suo Cristiano Istruito[7]. Andò a confessarsi in Roma al P. Niccolò Zucchi un giovane carico di peccati disonesti e di mali abiti. Il confessore l’accolse con carità, e compatendo la sua miseria, gli disse che la divozione alla Madonna poteva liberarlo da quel vizio maledetto: onde gl’impose per penitenza che sino all’altra confessione, ogni mattina e sera, in alzarsi e porsi a letto, recitasse un’Ave Maria alla Vergine; offrendole gli occhi, le mani e tutto il suo corpo, con pregarla a custodirlo come cosa sua, e baciare tre volte la terra. Il giovane praticò questa penitenza, e da principio con piccola emendazione. Ma il padre continuò ad inculcargli che non la lasciasse mai, dandogli animo a confidare nel patrocinio di Maria. Fra questo tempo il penitente si partì con altri compagni ed andò per più anni girando il mondo. Tornato che fu in Roma, fu di nuovo a ritrovare il suo confessore, il quale, con giubilo grande e maraviglia, lo trovò tutto mutato e libero dalle antiche sozzure. Figlio, gli disse, come hai ottenuto da Dio sì bella mutazione? Rispose il giovine: «Padre, la Madonna con quella piccola divozione che voi m’insegnaste, m’ha ottenuta la grazia». Ma non finiscono qui le maraviglie. Il medesimo confessore narrò dal pulpito questo fatto; l’intese un capitano, il quale da molti anni aveva una mala pratica con una certa donna, propose anch’egli di fare la stessa divozione per liberarsi da quella orribil catena che lo teneva schiavo del demonio – il qual fine è necessario in tutti quei peccatori, acciocché la Vergine possa aiutarli – e così anch’egli lasciò la pratica e cambiò vita. – Ma che più? In capo a sei mesi egli scioccamente, e troppo fidandosi delle sue forze, volle andare un giorno a trovar quella femmina per vedere se ell’ancora avesse mutato vita. Ma nell’accostarsi alla porta della casa dove correva manifesto pericolo di tornare a cadere, si sentì da una forza invisibile respingere indietro, e si trovò tanto lontano dalla casa quanto era lunga quella strada, e fu lasciato avanti la casa propria; e conobbe allora con un lume chiaro che Maria così lo liberava dalla sua perdizione. – Dal che si scorge quanto è sollecita la nostra buona Madre non solo a cavarci dal peccato, se noi con questo buon fine a lei ci raccomandiamo, ma anche a liberarci dal pericolo di nuove cadute. [8]

5. Si narra dal Tritemio, Canisio ed altri, che in Magdeburg città della Sassonia vi fu un certo chiamato Udone, il quale da giovane fu di così scarso intendimento, ch’era la derisione di tutti gli altri suoi condiscepoli. Egli perciò un giorno, stando più afflitto di questa sua incapacità, andò a raccomandarsi alla Vergine SS. avanti di una sua immagine. Maria l’apparve in sogno e gli disse: «Udone, ti voglio consolare, e non solo ti voglio ottenere da Dio un’abilità che basti a liberarti dagli scherni, ma di più un talento tale che ti renda ammirabile: e in oltre ti prometto che dopo la morte del vescovo tu sarai eletto in suo luogo». Così gli disse Maria e così tutto si avverò. Si avanzò presto nelle scienze ed ottenne il vescovato di quella città. Ma Udone ne fu così ingrato a Dio e alla sua benefattrice, che lasciata ogni divozione divenne lo scandalo di tutti. Mentre una notte egli stava in letto con sacrilega compagnia, intese una voce che gli disse: «Udo, cessa de ludo: lusisti satis, Udo: Udone, cessa dal giuoco dell’offesa di Dio: basta quanto hai giocato». La prima volta egli si adirò a queste parole, pensando che fosse alcun uomo che gliene dicesse per correggerlo. Ma sentendosele replicare la seconda e la terza notte, entrò in qualche timore che quella fosse voce del cielo. Con tutto ciò non pertanto seguitò la mala vita. Ma dopo tre mesi che Dio gli diede di tempo per ravvedersi, ecco il castigo. Stavasene una notte nella chiesa di S. Maurizio un divoto canonico chiamato Federico pregando Dio che volesse rimediare allo scandalo che dava il prelato, quand’ecco aprirsi da un gran vento la porta della chiesa. Entrarono poi due giovani con torce accese in mano, e si posero da’ lati dell’altar maggiore. Indi seguirono altri due che stesero avanti all’altare un tappeto, con porvi sopra due sedie d’oro. Venne appresso un altro giovane in abito di soldato colla spada in mano, il quale fermatosi in mezzo alla chiesa gridò: «O voi santi del cielo, che in questa chiesa avete le vostre sacre reliquie, venite ad assistere alla gran giustizia che farà il sovrano giudice». A questa voce comparvero molti santi ed anche i dodici Apostoli, come assessori di questo giudizio: ed in fine entrò Gesù Cristo che si andò a sedere in una di quelle due sedie. Comparve poi Maria corteggiata da molte sante vergini, che fu posta a sedere dal Figlio in quell’altra sedia. Allora ordinò il giudice che si conducesse ivi il reo e questo fu il misero Udone. Parlò S. Maurizio e domandò giustizia per la di lui vita infame da parte di quel popolo scandalizzato. Tutti alzarono la voce: «Signore, merita la morte». «Via su muoia, disse l’eterno Giudice». Ma prima di eseguire la sentenza – vedasi quanto è grande la pietà di Maria – ella la pietosa Madre, per non assistere a quell’atto tremendo di giustizia, si partì dalla chiesa, ed indi il celeste ministro ch’entrò frai primi colla spada, si avvicinò ad Udone e gli spiccò ad un colpo il capo dal busto; e sparì la visione. Era il luogo rimasto all’oscuro. Il canonico tutto tremante va ad accendere il lume ad una lampada che ardeva sotto la chiesa, ritorna e vede il corpo di Udone col capo tronco e il pavimento tutto insanguinato. Fatto dì e concorsovi nella chiesa il popolo, il canonico narrò tutta la visione e ‘l fatto di quella orribil tragedia. E nello stesso giorno comparve il povero Udone dannato nell’inferno ad un suo cappellano, che niente sapeva del fatto avvenuto nella chiesa. Fu pertanto il cadavere di Udone gettato in una palude il sangue suo restò a perpetua memoria in quel pavimento che si tiene sempre coperto con un tappeto. E d’indi in poi si prese costume di scoprirlo al tempo che prende possesso il nuovo vescovo, acciocché alla vista di tal castigo egli pensi a ben ordinare la sua vita, e a non essere ingrato alle grazie del Signore e della sua Madre santissima. [9]


Testi raccolti da Giuliano Zoroddu


[1] Sant’Alfonso Maria de  Liguori, Le Glorie di Maria, Parte Prima, Capitolo I, § 1.

Maria Caterina di Sant’Agostino Symon de Longprey (Saint-Sauvuer-le-Vicompte, Francia, 3 maggio 1632 – Quebéc, Canada, 8 maggio 1668), vergine delle Suore Ospedaliere delle Misericordia dell’Ordine di Sant’Agostino. Ebbe molte grazie soprannaturali. È celebre specialmente per l’aiuto che diede a molte anime del purgatorio. La sua Vita fu scritta dal padre gesuita Paul Ragueneau.

[2] SCHINOSI, Istoria della Compagnia di Gesù appartenente al regno di Napoli. Parte prima, lib. 5, cap. 7, anno 1584. Tutto quel capitolo è consacrato alla memoria di quel piissimo giovane, il quale, nato nel 1563, morì ai 16 di aprile 1584, nel Collegio de’ Gesuiti di Napoli, due anni incirca prima che S. Luigi Gonzaga venisse ad imbalsamare quella casa col profumo delle sue angeliche virtù, accompagnato da un altro Elfinstonio, per nome Giorgio: se della stessa parentela, non sappiamo.

[3] Giacomo VI di Scozia, I d’Inghilterra; nato nel 1566, incoronato re di Scozia nel 1567, re d’Inghilterra nel 1603, come successore della regina Elisabetta, in virtù del testamento di Enrico VIII; morì nel 1625.

[4] Sant’Alfonso Maria de  Liguori, op. cit., Parte Prima, Capitolo I, § 2.

[5] CARLO BOVIO, S. I., Esempi e miracoli della SS. Vergine Madre di Dio Maria, detti nella Chiesa del Gesù di Roma. Parte prima, Esempio 2. Venezia, 1716. – Il P. Bovio indica la fonte: «il Rupense, nel cap. 66 del SS. Rosario», cioè, Coppenstein, O. P., Beati F. ALANI REDIVIVI RUPENSIS tractatus mirabilis (altre edizioni: Opus vere aureum) de ortu atque progressu Psalterii Christi et Mariae, (cioè del SS. Rosario), pars 5, cap. 66, (altre ediz.: pars 5, II, exemplum 8).

[6] Sant’Alfonso Maria de  Liguori, op. cit., Parte Prima, Capitolo II, § 1.

[7] PAOLO SEGNERI, S. I., Il Cristiano istruito, parte 3, ragionamento 34, n. 12. – Daniello BARTOLI, S. I., Vita del P. Nicolò Zucchi, lib. 2, cap. 6 (Opere, 1825, XXI, pag. 53, 54, 55.)

[8] Sant’Alfonso Maria de  Liguori, op. cit., Parte Seconda, Discorso IV. Dell’Annunziazione di Maria.

[9]Ivi, Discorso II. Della Nascita di Maria.

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