La profezia di San Malachia: siamo davvero al capolinea della Chiesa?

di Luca Fumagalli

Poter conoscere il futuro è, da sempre, una delle tentazioni predilette dell’umanità. Dalle sibille di pagana memoria fino ad arrivare ai carnascialeschi “santoni” della modernità liquida, tutta la storia è attraversata dall’ansiosa rincorsa di vaticini e premonizioni. Persino oggi, in un mondo post-religioso, continuano ad avere cittadinanza – e spesso grande pubblicità – le più improbabili profezie alla Nostradamus, per non parlare poi delle visioni apocalittiche che, dal famoso 2012 in salsa maya, anno dopo anno si ripresentano a cadenza regolare.

Al netto di tali ridicole manifestazioni, non va però dimenticato che una dimensione escatologica è presente pure nella bimillenaria tradizione cattolica. L’annuncio dei tempi ultimi, infatti, è parte integrante del messaggio evangelico e della dottrina della Chiesa, la cui storia, oltre ad essere memoria dell’incarnazione del Messia, è al contempo quella di un’attesa, di un ritorno, di un compimento. Così i profeti dell’Antico Testamento hanno lasciato spazio alle numerosissime visioni dei santi, tra le quali, oltre all’Apocalisse giovannea, una menzione a parte – anche per la sua attualità – merita quella di San Malachia di Armagh, vescovo irlandese vissuto nel XII secolo e amico di San Bernardo di Chiaravalle (che ne fu il suo biografo più autorevole). 

San Malachia deve soprattutto la sua celebrità alle profezie sui papi che gli vennero attribuite a partire dal XVI secolo, esito di una visione ricevuta durante un pellegrinaggio a Roma. Si tratta, in buona sostanza, di una serie di brevi oracoli che illustrano le caratteristiche principali dei papi e la successione dei pontificati da quello di Celestino II – eletto nel 1143 – fino a Pietro II. Dopo le 111 descrizioni, si parla di un’ultima persecuzione che affliggerà il gregge cristiano, quando sul soglio pontificio siederà “Petrus Romuanus”; dopodiché sarà la fine del mondo.

Ora, secondo l’elenco di San Malachia – o chi per lui, dal momento che l’autenticità delle fonti è ancora oggetto di discussione tra gli studiosi –, i 111 papi sono trascorsi e Benedetto XVI corrisponderebbe all’ultimo. Con Francesco siamo dunque prossimi al capolino della Chiesa e del mondo? Del resto i segnali sembrerebbero non mancare e anche la Fede sta vivendo una crisi mai vista.

Questo e molti altri sono gli interrogativi che animano l’appassionante ricerca condotta del medico e saggista Paolo Gulisano, poligrafo di gran vaglia, che all’Irlanda e alla sua cultura ha già dedicato più di un volume. Malachia tra storia e misteri si pone dunque il duplice obbiettivo di far conoscere la parabola biografica di uno dei più suggestivi santi a cui l’isola di smeraldo abbia mai dato i natali, e, in seconda battuta, di valutare il grado di attendibilità delle profezie attribuite a Malachia e la loro reale applicabilità al tempo presente.

 L’esito è un libro godibile, di facile lettura, che tra l’altro ha il pregio di offrire al lettore una profonda riflessione sull’attuale situazione della Chiesa a partire da un punto di vista certamente peculiare e, proprio per questo, ancora più interessante.

Il libro: Paolo Gulisano, Malachia tra storia e misteri, Milano, Àncora, 2019, pp. 144, Euro 16.

4 Commenti a "La profezia di San Malachia: siamo davvero al capolinea della Chiesa?"

  1. #Michele O.   19 Maggio 2019 at 9:39 am

    Mio piccolo REGALO DI NATALE
    » sab 23 dic 2017, 9:47
    LO SCRISSI NEL 2005. On Tue, 19 Apr 2005 14:41:32 +0200
    Quanto manca?
    (le rivelazioni sui prossimi pontefici)
    Ogni tanto, in specie ad ogni “morte di Papa” (come Andreotti intitolò un suo celebre libro) si torna a parlare di profezie che girano dal 1590, attribuite a San Malachia. Chi scrive, non vuole prendere posizione, circa tali testi. Per ora mi limito a notare alcuni particolari. In primo luogo, sana dottrina e buon senso, esigono che vada messo in chiaro ciò che la Chiesa ha sempre insegnato in materia di rivelazioni private.
    Nessuna di esse può costituire materia di Fede. In altri termini, è perfettamente lecito dubitare di tutte le rivelazioni private, comprese quelle approvate. Del resto, l’approvazione ecclesiastica è garanzia di ciò che più dovrebbe interessare il credente, cioè che non vi è nulla di contrario alla Fede e/o ai costumi, ma non di veridicità dei contenuti, e men che meno dell’origine soprannaturale degli stessi. Fatta questa doverosa premessa, presentiamo un po’ chi è stato San Malachia. I biografi sono stati avari di particolari, circa questo santo monaco irlandese. Sono concordi nel ritenerlo vissuto tra il 1094 ed il 1148. Il nome stesso sembra che abbia subito delle deformazioni con il passar del tempo (come vedremo, tale particolare non è il meno importante).
    Gli annalisti più antichi lo indicano con il nome celtico- vichingo di Maoldhog Ua Morgair. Fin da bambino dimostrò grande amore per la preghiera e per lo studio. Divenne prima vescovo ausiliare di Ceallach, quindi vescovo di Connor ed infine legato pontificio per l’Armagh e Primate di tutta l’Irlanda. In tale veste si adoperò affinché le Chiese nordiche realizzassero tutto ciò che potevano per avvicinarsi alla Chiesa Romana. Tra l’altro introdusse i Cistercensi in Irlanda. Si recò a Roma, dove fu accolto con tutti gli onori da papa Innocenzo II. Lungo la strada si fermò dal suo grande amico, San Bernardo di Chiaravalle. Nel 1138, ritenendo terminato il suo compito di vescovo, e sentendo le forze venirgli meno, chiese ed ottenne di tornare ad essere soltanto il semplice monaco che era sempre stato e si ritirò proprio a Chiaravalle.
    San Bernardo ne raccolse l’ultimo respiro e ne scrisse una biografia, in cui si parla di preclare virtù, ma non si fa mai cenno alcuno a doti profetiche. Sarà canonizzato da Clemente III nel 1190. La festa liturgica cade il 3 novembre. Dicevamo del nome. Data la difficoltà di trascrivere i nomi nordici, con il tempo s’iniziò a chiamarlo “Malachia”, o forse era il suo nome religioso.
    L’ultimo dei Profeti dell’Antico Testamento portava tale nome. Forse la coincidenza lo legò, presso i posteri, ad un ruolo di Profeta. Secondo una tradizione, infatti, è l’ultimo dei Profeti dell’era del Nuovo Testamento. Ultimo, non come numero, né come importanza, ma con riferimento tanto alla lontananza dai suoi giorni degli eventi profetizzati, quanto all’argomento escatologico di tali profezie. In concreto gli sarebbe apparso San Pietro che gli avrebbe dato l’elenco dei suoi successori dal Papa allora regnante, Celestino II,
    all’ultimo Pontefice Pietro II. In tutto sarebbero 112,
    ciascuno indicato da un motto, tranne l’ultimo, indicato con il nome. In tale lista, chi sarà eletto nel prossimo Conclave, figura al 111° (CENTOUNDICESIMO; CXI) posto, ovvero, sarebbe il penultimo Vicario di Cristo. Il motto che lo indica è “De Gloria olivae”, la gloria dell’olivo (forse si riferisce allo stemma di Tettamanzi, alla pelle olivastra di un cardinale di colore, o forse ad un’eventuale vittoria elettorale di Romano Prodi?). Come abbiamo detto, tale elenco salta fuori nel XVI secolo, molto tempo dopo la morte del presunto Autore. Né San Bernardo, né altri biografi, prima di tale secolo, fanno il benché minimo cenno a particolari virtù profetiche.
    L’opera che ne parla per prima è il “Lignum Vitae”, del monaco benedettino Arnoldo Wion. Si tratta di un’opera, a sua volta al centro di una sorta di “giallo”
    bibliografico. Sarebbe stato stampato a Venezia nel 1505, con una nota introduttiva dell’editore, che già manifesta non pochi dubbi sull’autenticità del testo. Certo è che, chi ne possedesse copie, delle quali si possa dimostrare che sono anteriori al 1590, avrebbe tra le mani non solo un immenso valore venale, ma anche una rarità paragonabile al tulipano nero. Il testo conosce una vera diffusione solo in occasione del Conclave del 1590, diffuso dai seguaci del Cardinale Simoncelli. I sostenitori dell’autenticità e dell’origine soprannaturale del testo, dichiarano di sentire il fascino di definizioni calzanti, impastate di schietta franchezza al posto degli “ibis redibis” degli altri presunti vati. Non servono chiavi.
    Ora, ammesso e non concesso che sia un argomento valido, in realtà si tratta proprio di ciò che gioca a favore degli scettici. Tale “schietta franchezza” è ben visibile nei motti che identificano i pontefici prima del 1590. Per i successivi, il discorso cambia. Facciamo alcuni esempi:
    il secondo papa dell’elenco è indicato con il motto “Inimicus expulsus” Lucio II, si chiamava Gherardo CACCIANEMICI; il sedicesimo Onorio III, che era stato canonico del Laterano, è chiamato “Canonicus de Latere”.
    Andiamo a dopo il fatidico 1590. Il N° 79, Paolo V,
    (1605-1621) è indicato come “Gens Perversa”. Il successore, Gregorio XV (1621-1623) è chiamato “In tribulatione pacis”. Si tratta d’espressioni dai molteplici adattamenti. Andiamo al centesimo: Bartolomeo Cappellari, l’ultimo pontefice ad essere eletto prima della consacrazione episcopale, Gregorio XVI (1831-1846), “De balneis etruriae” (motto su cui avremo occasione di tornare). Trovare un nesso con l’origine toscana dell’Ordine Camaldolese, di cui era Abate, interpretazione più diffusa, a ben riflettere, è un’arrampicarsi sugli specchi. La diffusione, a livello popolare, di tali testi, risale agli anni ’50 e ’60 del secolo passato. L’indubbio fascino delle profezie, in specie perché ci si avvicinava al giro di boa di fine millennio, ebbe la sua parte.
    Inoltre, curiosamente, i motti dei papi del XX secolo, sembrarono di più facile attribuzione, quasi come quelli anteriori al fatidico 1590. Leone XIII è indicato “Lumen de Coelo”. In effetti, nello stemma episcopale c’è la cometa. La Fede viva di San Pio X, è subito identificata nello “Ignis ardens” del 103° papa dell’elenco. Benedetto XV, il genovese Giacomo Della Chiesa, regnò durante la prima Guerra Mondiale. Il motto “Religio depopulata”, è perfettamente calzante. La “Fides Intrepida” di Pio XI, il papa che si misurò con nazismo e comunismo, non ha bisogno di presentazioni. Stesso discorso per il “Pastor Angelicus” Pio XII, il pontefice della II Guerra mondiale e della difficile ricostruzione, al centro di doni mistici, non ancora beatificato, solo per le interferenze ebraiche. L’origine contadina e la residenza veneziana del “Pastor et nauta” Giovanni XXIII, saltano agli occhi.
    “Flos florum”, subito richiama ai fiordalisi presenti nella stemma episcopale di Giovanbattista Montini (Paolo VI). “De meditate lunae”, circa Papa Luciani, invece è di nuovo oscuro. Certo è che, sia la sera dell’elezione, sia trentatre giorni dopo, in occasione della morte, c’era la mezza luna. Per Karol Woitlya, il motto “De labore solis”, fu subito accostato alla sua origine orientale, quindi da dove sorge il sole. Altri autori, invece, hanno notato che “Labor solis” è un’espressione con cui gli antichi astronomi indicavano l’eclisse di sole. Circa Pietro II, l’ultimo dell’elenco, l’unico indicato con il nome, si tratta di una figura che ha ispirato diversi scrittori. Ne cito due. Negli anni ’40, lo scrittore americano Harold Frysne scrive il romanzo “Petrus Secundus” (trad. It. A cura di Luigi Cripta, Genova, 1953, per i tipi delle Edizioni “All’insegna della Rovere”). Si tratta di una tipica opera da “Guerra fredda”. Il pontificato di Pietro II, in tale romanzo, va dal 1955 al 1960. III Guerra mondiale, Togliatti spietato dittatore comunista in Italia, fuga del Pontefice a New York, feroce caccia al cattolico per le vie di Torino, (città di cui Frysne dimostra una non comune conoscenza topografica) che si conclude con la crocifissione di un giornalista che, da una radio cercava di narrare al mondo tali eventi, funestano tale periodo. Il 27 ottobre del 1960, mentre Pietro II muore esule a New York, Roma, è distrutta da un bombardamento atomico. Il romanzo si chiude con l’apparizione di Cristo e dei due Pietro, nelle catacombe, dove si erano tornati a rifugiare i Cristiani, (che così si erano salvati), e che misticamente nominano Pontefice un giovane monaco benedettino, don Placido, che tanto si era adoperato per aiutare e confortare i perseguitati.
    Colpisce il particolare che, tra i successori di Pio XII, Frysne, curiosamente, indica due papi chiamati Giovanni XXIII e Paolo VI, ma invertiti di posto (Giovanni successore di Paolo), rispetto a com’è andato nella realtà. Negli anni ’60, Gianfranco de Turris, scrive un racconto sullo stesso tema: “Petrus Romanus”. Le vicende sono molto simili, ma meno tragiche. Si chiude, semplicemente, con la proclamazione della Repubblica socialista del Vaticano.
    La gran diffusione popolare di queste profezie, però, avviene alla fine degli anni ’60. In particolare, tra il
    1967 ed il 1975. In quegli anni, assurgono agli onori della cronaca i signori Renzo & Stefano Baschera (padre e figlio? fratelli? Solo omonimi?o addirittura la stessa persona?). Per loro (e per il loro “collega” Renuccio Boscolo, esperto di Noostradamus) si conia il neologismo “profetologi”. Loro articoli cominciano ad uscire ovunque.
    Inizialmente su rotocalchi che oggi chiameremmo da “Gossip”, e che allora, però, si piccavano di darsi arie, o forse alibi, culturali (infatti, portavano scritto “settimanale d’attualità, politica e cultura”), in seguito anche da parte di riviste di divulgazione storica, per altro benemerite. Sono i Baschera che hanno reso celebri i “messaggi” della Monaca di Dresda, del Ragno Nero, di Rasputin, di Mago Merlino, del nostro San Malachia, di Edgard Caiyce, di Jeanne Dixon e di tanti altri. Tali articoli costituirono l’ossatura su cui fu organizzata, nei primi anni ’80, per le esotericheggianti Edizioni Armenia, l’enciclopedia a fascicoli: “I Grandi Profeti”.
    Il filo conduttore dei loro commenti, mi sembrava un’ideologia di tipo filo-massonico. Infatti, per il dopo Pietro II, mentre altri autori, come Alfred Tyler, (“Le profezie di Malachia” Edizioni MEB, 1978), prospettano semplicemente la fine del mondo, i Baschera parlano (mi riferisco in particolare ad un articolo uscito su “Historia” delle Edizioni Cino del Duca nel novembre 1974), d’una federazione di Chiese locali autonome, guidate da uomini che non rivendicano particolari autorità e/o, tanto meno, legami con la divinità e che, oltre e più che promettere il Paradiso nell’altra vita, si interessano essenzialmente ad aiutare a vivere dignitosamente in questa. Torniamo alla lista di San Malachia. Molti interpreti, tra coloro che ne sostengono l’autenticità (che, come abbiamo visto, è tutt’altro che scontata), ritengono che tale lista sia un elenco di pontefici, a prescindere dalla loro legittimità. Pertanto, non solo non trovano strano, che vi figurano anche degli antipapi, ma, altresì, hanno avanzato ipotesi sulla legittimità anche di papi lontani dai loro giorni. Stranamente, non sono pochi coloro che elencano tra gli antipapi, sulla base di non so quali considerazioni, “De Labore solis”. Altri ancora, invece, giustificano l’inserimento degli antipapi, semplicemente ritenendo che, non avendo la Chiesa stabilito chi era il papa legittimo e chi no, circa periodi di particolare confusione, come lo Scisma d’Occidente del XIV secolo, tanto valeva inserirli tutti.
    Si tratta di osservazioni che hanno lasciato perplesso il Professor Salvatore Panzica. Ritenendo che non ha senso una lista che comprenda anche gli antipapi (oltre tutto, se volessimo inserire anche tutti gli antipapi, andiamo ben oltre 112, solo oggi hanno un minimo di visibilità, almeno su Internet, oltre la decina di pontefici), senza scendere nel merito dei singoli casi, ma in base alla considerazione evidente che il papa legittimo è solo uno alla volta, e, quindi, depennando i “doppioni” capita una cosa curiosa. La lista torna indietro di dieci posti. Sul sito http://www.salpan.org, è possibile trovare tale lettura alternativa. Ne consegue che Giovanni Paolo II non è “De Labore solis”, ma è “De balneis etruriae”. In tal caso, il nesso consisterebbe nelle spiccate attitudini sportive di Karol Woitlya e “Etruria”, più che la Toscana, indicherebbe genericamente l’Italia centrale, dove sorge Roma (città, non dimentichiamolo, nelle cui origini l’elemento etrusco ha giocato un ruolo importante).
    Cosa pensarne. Penso che il miglior commento sia ciò che San Domenico Savio disse a coloro che gli chiedevano cosa avrebbe fatto, se avesse saputo di dover morire di li a poco. Rispose:”Continuerei a fare ciò che sto facendo. Se sto giocando, continuerei a giocare”. Non sostituiamoci a Dio.

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  2. #angela   19 Maggio 2019 at 8:11 pm

    Trovo molto fantasiosa la lunga descrizione che include romanzi e supposizioni. Mentre esclude interpretazioni realistiche della tradizione. Mi sa molto di pensiero unico orwelliano, ma devo ringraziare Michele O. perché l’eclisse riferita a GPII in effetti fa pensare molto al segreto di La Salette :la Chiesa sarà eclissata. E se vero è che sotto il suo regno morì il papato la cosa quadrerebbe anche in tal modo. Inoltre nella lista ci sono solo gli antipapi che hanno regnato come papi, gli altri non fanno testo. Sulla conclusione della lista c’è anche questa tesi.
    http://www.extremamente.it/2013/02/13/la-profezia-di-san-malachia-il-prossimo-papa-sara-lultimo/

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