Quando la Madonna di Pompei guarì e convertì un prete apostata e massone

L’8 maggio, memoria dell’Apparizione di san Michele Arcangelo, si festeggia anche la Vergine del Santissimo Rosario di Pompei e la si onora con la recita della potentissima Supplica scritta dal beato Bartolo Longo e approvata con indulgenze da Leone XIII. Invocata sotto questo augusto Titolo, Nostra Signora da più di cent’anni elargisce grazie a tutti coloro che la invocano e per dimostrare la sua potenza compie miracoli strepitosi. Il primo fu quello trarre dallo spiritismo il Longo per costituirlo Apostolo del Santo Rosario e Fondatore della Nuova Pompei, onde là dove Satana divorava le anime sorgesse il Trono di Maria per Contrapporre una riparazione nazionale agli oltraggi che i protestanti e gli increduli fan pubblicamente alla nostra Religione ed alla Vergine Madre di Dio in questa Italia che è sede del Papato, ossia fonte di vera civiltà” (Bartolo Longo, Storia del Santuario di Pompei, p. 377). Delle altre altre grazie e miracoli, innumerabile invero, alcuni si trovano nel libro de I Quindici Sabati da cui è tratta anche la seguente storia.

Il primo giorno dell’anno 1890, in cui la Vergine di Pompei doveva avere la massima esaltazione dal Pontefice del Rosario, Leone XIII, perché ne rendeva il culto universale nel mondo, nella gentile e pia città di Lecce avveniva un fatto di misericordia, il cui simigliante si legge nelle prime pagine della storia del Cristianesimo. Esso fu pubblicato ne IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI nel quaderno VI, 1890.

Nella vasta chiesa del Rosario di Lecce, essendo spettatrice una folla di signore, di avvocati, di studenti e di artisti, ond’è composto il popolo di quella colta cittadinanza, si presentava all’Altare pel Sacrificio divino un sacerdote il quale, dopo trent’anni di ignobile divorzio con la sua illibata Sposa, la Chiesa di Gesù Cristo, tra le lagrime di pentimento e una confessione pubblica delle sue colpe, offriva a Dio la prima volta, dopo sì lungo intervallo, la Vittima dell’espiazione e del perdono.

Quel popolo colà gremito confuse le lagrime sue con le lagrime di quel pentito, il quale, novello Saulo, da persecutore di Cristo, era divenuto, per un insigne miracolo della pietosa Regina di Pompei, un vaso di elezione.

Il nome di quel sacerdote, che rendeva al mondo novella testimonianza della potenza della Madre di Dio invocata sotto il titolo del Rosario di Pompei, era noto per la sua pubblica ritrattazione e per la pubblica sua confessione. Era il Rev. Pasquale Bortone.

Il fatto straordinario, che venne pubblicato nel ROSARIO E LA NUOVA POMPEI , non è scritto dall’autore di questo libro, neppure da alcuno dei testimoni che benedissero Dio e la Vergine nostra Madre in quel giorno ricordevole; ma è scritto dal venerando Pastore di quella Diocesi, dall’Eccellentissimo Monsignor Salvatore Luigi Zola, Vescovo di Lecce: il quale, per sentimento di tenero affetto che portava alla nostra Regina della Valle del Vesuvio, si riputava avventurato di poter testimoniare al mondo un insigne prodigio da cotanta Vergine largito nella sua diletta città di Lecce, onde ritornava all’ovile una sua pecorella smarrita.

Era l’anno 1860 e D. Pasquale Bortone, sacerdote della città di Lecce, preso dalla novità dei tempi, e allettato da giovanili passioni, volle scuotere il giogo soave del Signore. Dimentico della eccelsa dignità a cui Iddio lo aveva sublimato, nulla curando i vincoli indissolubili che lo legavano a Cristo e alla Chiesa, volle miseramente apostatare.

Ed eccolo, novello figliuol prodigio, andar ramingo di qua e di là lungi dalla casa paterna, e portando sempre seco nell’animo il crudele rimorso che dì e notte lo straziava al ricordo del tradimento fatto al suo Dio.

Invano (egli diceva nella pubblica confessione) cercavo di distrarmi in passatempi e divertimenti: invano io cercavo la pace in quanto di lusinghiero e dilettevole potesse offrirmi il nuovo mio stato: i rimorsi erano sempre lì a straziarmi l’animo, e a cacciarmi il sonno dagli occhi.

È superfluo dire come, dato il primo passo, egli precipitò poi di abisso in abisso; e però il Bortone, rotta la fede a Dio giurata nella Ordinazione, aggiunse traviamenti a traviamenti.

Passò trent’anni in questa vita di peccato. Una sola cosa ritenne della sua vita giovanile: in tale stato miserabilissimo non si dimenticò di Maria. Notino bene quanti leggeranno questa relazione, la misericordia della eccelsa Signora!

Io pregavo sempre la Madonna, quantunque senza fiducia – così scrive egli stesso. Ed oh, bontà di Maria! Tu vegliavi, o Vergine pietosissima, alle salute di questo tuo figlio traviato, sol perché ti pregava, quantunque senza fiducia. Tu gli andavi appresso con più materna sollecitudine di quella con cui la tua serva Monica seguiva il suo Agostino!

Nel 1888 il Bortone si ridusse in sua patria, Lecce, ma così male andato in salute, che faceva pietà.

Dal certificato medico, che venne pubblicato nel detto Periodico, si rileva che l’infelice, per errori dietetici, soffriva disturbi gravi del siste­ma nervoso, paralisi incompleta di senso e di moto in quasi tutta la persona, per cui aveva un tremore continuo agli arti inferiori e superiori con indebolimento considerevole di forze. Non sentiva dolore neppure dalle punture con lo spillo, neanche quando gli si mortificavano in qualsivoglia modo le gambe

Aveva altresì disturbi intellettivi, poiché credeva che tutti gli volessero del male, diffidava quasi sempre di ogni persona e di ogni cosa. Senza salute, senza la grazia di Dio che infonde la pazienza e la rassegnazione nella infermità, Pasquale Bortone si dié in braccio alla disperazione, e per ben due volte tentò perfino di suicidarsi!…

In tale stato venne trovato dal medico dottor Luigi Sellitto di Lecce, il quale, chiamato per curano, visto lo stato dell’infelice tanto grave, francamente dichiarò che disperava la guarigione di lui.

Lo curai per circa quattro mesi con nessun buon risultato – scriveva il medico nel suo attestato.

Anzi la paralisi invadendo le braccia e le mani, lo ridusse a tale, da non poter apporre la propria firma al certificato della pensione che doveva riscuotere ogni mese. Per il che fu astretto a delegare il proprio fratello, signor Giuseppe Bortone, a firmare per lui e a riscuotere la pensione, come apparisce dall’Istrumento del 23 Luglio 1889 redatto dal Notaio Enrico Rizzo di Lecce, cui egli neppure poté sottoscrivere per aver dichiarato, come si dice nell’Istrumento, di essere inabilitato a ciò.

Lo sciagurato per sua buona ventura era stato accolto nella famiglia di un suo nipote, avvocato del Foro leccese, Sig. Nicola Bortone. Questi, che ad una soda pietà congiunge lo zelo apostolico pei Santuario di Pompei e una tenera devozione alla SS. Vergine invocata sotto tale portentoso titolo, da più tempo si era rivolto a questo Santuario per raccomandazioni di preghiere a tutta la Confraternita, e massime alle Orfanelle della Madonna di Pompei.

Giunse la solennità del Rosario del 1889, ed egli vi si apparecchiò con la Novena alla Vergine del Rosario di Pompei per ottenere la grazia nei casi più disperati. E per fare maggior violenza al Cuore della clemente nostra Regina, univa le preghiere che si facevano in sua casa con le preghiere che si facevano dalle Orfanelle in questo Santuario.

L’effetto di tanta fede e di tante preghiere fu che la Beata Vergine non abbandonò mai quell’anima, tuttoché traviata. Pasquale Bortone, lacerato dai rimorsi, provò pure qualche volta di rinconduarsi con Dio con la sacramentale confessione; ma quando gli si ingiungeva di fare pubblica ritrattazione in riparazione dei pubblici scandali, rifuggiva tenacemente restio, e dava anche in escandescenze ed in furie. Egli era iscritto alla Massoneria.

Così durarono le cose sino alla scorcio di Novembre 1889.

Era il 29 di quel mese, in cui tutti i fedeli rivolgono il loro animo affettuoso alla Vergine Immacolata, intraprendendo la Novena di apparecchio alla sua festa degli 8 Dicembre.

La famiglia dell’Avv. Bortone si fa coraggio di proporre all’infermo di incominciare tutti insieme una Novena alla prodigiosa Vergine di Pompei, perché potesse ottenere almeno un lenimento a tante corporali sofferenze, e conse­guire almeno il beneficio del sonno.

L’infermo acconsente; e incomincia anche egli insieme coi suoi nipoti, la Novena alla Vergine di Pompei secondo il metodo del libretto in uso in questo Santuario.

Il primo triduo è compiuto. Era la notte sopra la Domenica, primo giorno di Dicembre, quando il Bortone vede in sogno, ma distintamente, la Beatissima Vergine tal quale si venera in Pompei, che gli dice:

Confessati e riconciliati con Dio, che sei ancora in tempo di farlo.

Si desta egli con una certa impressione che sul principio gli dà a pensare; ma poi finisce col non dare altra importanza alla visione, che quella che merita un sogno, e quindi non ne parla, e non ne fa conto alcuno.

Bontà di Maria! Ella siede in Pompei, Regina di Misericordie, e però non si stanca coi peccatori! La notte seguente ecco di nuova la stessa Beata Vergine che con più pressanti parole lo anima alla totale riconciliazione con Dio, e lo assicura che trionferà. L’amorosa Madre voleva alludere al trionfo sulla irresolutezza e sui rispetti umani che lo trattenevano di riconciliarsi con Dio ed al fare pubblica ritrattazione. E egli poiché mostrava sfiducia del perdono:

Fa’ presto, – ripiglia la Madonna, – chiama il Confessore, confessati, ed avrai il trionfo. Nel giorno della mia festa ti dovrai comunicare.

Si desta il Bortone tutto mutato in altro. E la benedetta Regina che suole largheggiare non solo in grazie spirituali, ma anche largisce benefizi temporali pel fine di richiamare le anime perdute al Cuore di suo Figlio, con la salute dell’anima gli ha ridonata anche quella del corpo.

La paralisi è sparita di repente da quella persona estenuata e stanca. Quell’infermo, divenuto insopportabile a se stesso, tanto che era condotto sino al suicidio, si leva diletto sano!

Gli tardava di vedere la luce. Fatto appena giorno, manda per il Parroco di Santa Maria della Porta, Rev. D. Giuseppe Caprioli, con lagrime narra quanto ha fatto la Vergine per lui, chiede un foglio di carta; e quello stesso Bortone che, come consta da atto notarile, non poteva segnare né anco la propria firma, scrive con pugno fermo la sua ritrattazione e la rimette al suo Vescovo. Ecco la sua testuale dichiarazione:

«Io qui sottoscritto Sacerdote Pasquale Bortone, preso dalla grazia di Dio, e per il patrocinio di Maria SS. di Pompei, mi ritratto di tutto ciò che ho potuto dire, o fare contro di Dio, della Chiesa e degli obblighi del mio stato. Prego Iddio e Maria Santissima aiutarmi sempre, onde con una buona vita possa riparare lo scandalo dato, e morire in seno della Chiesa Cattolica. Lecce, il 3 Dicembre 1889. BORTONE PASQUALE, Sacerdote»

La notte dormì placidamente. Era la prima volta, dopo trent’anni di rimorsi che gustava la dolcezza del riposo di una coscienza riabilitata dalla grazia divina. Pochi giorni dopo scrisse anche di proprio pugno una relazione della grazia miracolosa avuta dalla Vergine.

La conversione fu completa; e quegli che prima per rispetto umano non solo non voleva far pubblica ritrattazione, ma raccomandava al Parroco Caprioli, che quando lo visitava, non si lasciasse vedere da altri nello entrare in casa sua, pubblicata appena la ritrattazione, comprò varie copie del Periodico leccese il VESSILLO DELLA VERITÀ che la pubblicava, per mandarle in quei luoghi, dov’egli aveva dato scandalo vivendo da secolare, laddove era Sacerdote.

Adempito finalmente a quanto in simili occorrenze prescrive la Chiesa, l’Ecc.mo Vescovo di Lecce, Mons. Zola, poté riabilitarlo al mini­stero sacerdotale. Innanzi altro Io fece ritirare per alquanti giorni per un corso di spirituali esercizi. Quindi lo ammise alla celebrazione del divino Sacrificio. Venne ordinata a ciò una giornata solenne, il Capodanno del 1890. La chiesa scelta alla tenera funzione fu quella vasta del SS. Rosario di Lecce.

La novella del fatto e dell’avvenimento al tutto nuovo che andrebbe a compiersi, trasse a quel tempio innumerevole popolo non solo di artisti e di operai che formano la cittadinanza di Lecce, ma ancora l’aristocrazia e la gioventù studiosa e le più nobili celebrità del foro.

Ed in quel giorno solennissimo il Sacerdote D. Pasquale Bortone, riconciliato con Dio e con la Chiesa, celebrò, dopo quasi trent’anni d’interruzione, il Santo Sacrificio.

Egli nel mattino di Martedì, tre di Dicembre, nell’impeto del fervore della sua recente conversione aveva significato essere sua determinazione, a riparare il pubblico scandalo, di volersi confessare in pubblica piazza.

Il prudente Vescovo approvò la disposizione di quella volontà mutata da mano onnipotente, ma invece della piazza assegnò la Chiesa.

Ed il Rev. Bortone, compiuto il Sacro Mistero, volle egli stesso di propria bocca narrare al numerosissimo uditorio i prodigi di Maria del Rosario di Pompei, che lo aveva convertito e guarito, chiedendo a tutti perdono degli scandali dati. Quanti erano in chiesa non seppero trattenere le lacrime per la commozione; riconoscevano tutti in quell’uomo un portento della Misericordia di Maria.

E così ne uscivano da quel tempio lodando e benedicendo la potenza di quella Signora, che oggi a pro dei peccatori ha aperto una novella fonte di grazie dal suo Trono di Pompei. lì convertito si ritirò dal mondo, si rinchiuse nel Santuario di Lecce, ed attese a riparare con una vita veramente penitente gli scandali dati.


(Bartolo Longo, I Quindici Sabati del Santissimo Rosario, Pompei, 1950, pp. 237-245)


Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

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