Roma, Costantinopoli e la Divina Provvidenza

a cura di Giuliano Zoroddu

Varie volte abbiamo trattato il tema del legame fra Roma e la Religione di Gesù Cristo (vedi qui e qui ) e ci ritorniamo oggi in occasione dell’anniversario della fondazione e dedicazione di Costantinopoli (la Nuova Roma) da parte del primo imperatore cristiano Costantino Magno l’11 maggio del 330. Proponiamo pertanto al lettore una profonda lezione di teologia della storia del grande Papa Leone XIII.

L’autorità del sommo Pontificato istituita da Gesù Cristo e conferita a S. Pietro, e per esso ai suoi legittimi Successori, i romani Pontefici, destinata a continuare nel mondo, fino alla consumazione dei secoli, la missione riparatrice del Figlio di Dio, arricchita delle più nobili prerogative, dotata di poteri sublimi, propri e giuridici, quali si richiedono pel governo di una vera e perfettissima società, non può per la sua stessa natura e per espressa volontà del suo divin Fondatore sottostare a veruna potestà terrena, deve anzi godere della più piena libertà nell’esercizio delle sue eccelse funzioni. E poiché da questo supremo potere e dal libero esercizio di esso dipende il bene di tutta quanta la Chiesa, era della più alta importanza, che la nativa sua indipendenza e libertà fosse assicurata garantita difesa attraverso i secoli, nella persona di chi ne era investito, con quei mezzi, che la divina Provvidenza avesse riconosciuti acconci ed efficaci allo scopo. E così, uscita la Chiesa vittoriosa dalle lunghe ed acerbe persecuzioni dei primi secoli, quasi a manifesto suggello della sua divinità; passata l’età, che può dirsi d’infanzia, e giunto per essa il tempo di mostrarsi nel pieno sviluppo della sua vita, cominciò pei Pontefici di Roma una condizione speciale di cose, che a poco a poco, pel concorso di provvidenziali circostanze, finì collo stabilimento del loro Principato civile. Il quale con diversa forma ed estensione, si è conservato pur tra le infinite vicende di un lungo corso di secoli fino a’ dì nostri, recando all’Italia e a tutta l’Europa, anche nell’ordine politico e civile, i più segnalati vantaggi. Sono glorie dei Papi e del loro Principato i barbari respinti od inciviliti; il despotismo combattuto e frenato; le lettere, le arti, le scienze promosse; le libertà dei Comuni; le imprese contro i Musulmani, quando erano essi i più temuti nemici non solo della religione, ma della civiltà cristiana e della tranquillità dell’Europa. Una istituzione sorta per vie sì legittime e spontanee, che ha per sé un possesso pacifico ed incontestato di dodici secoli, che contribuì potentemente alla propagazione della fede e della civiltà, che si è acquistata tanti titoli alla riconoscenza dei popoli, ha più di ogni altra il diritto di essere rispettata e mantenuta: né perché una serie di violenze e d’ingiustizie è giunta ad opprimerla, possono dirsi cambiati, riguardo ad essa, i disegni della Provvidenza. Anzi, se si considera che la guerra mossa al Principato civile dei Papi fu opera sempre dei nemici della Chiesa e in quest’ultimo tempo opera principale delle sette, che, coll’abbattere il dominio temporale, intesero spianarsi la via ad assalire e combattere lo stesso spirituale potere dei Pontefici, questo stesso conferma chiaramente essere anche oggi, nei disegni della Provvidenza, la sovranità civile dei Papi ordinata, come mezzo al regolare esercizio del loro potere apostolico, come quella che ne tutela efficacemente la libertà e l’indipendenza.
Quanto si dice in generale del civil Principato dei Pontefici, vale a più forte ragione ed in modo speciale di Roma. I suoi destini si leggono chiaramente in tutta la sua storia; che, come nei consigli della Provvidenza tutti gli umani avvenimenti furono ordinati a Cristo e alla Chiesa, così la Roma antica e il suo impero furono stabiliti per la Roma cristiana; e non senza speciale disposizione a quella metropoli del mondo pagano, rivolse i passi il Principe degli Apostoli S. Pietro per divenirne il Pastore e trasmetterle in perpetuo l’autorità del supremo Apostolato. Per tal guisa le sorti di Roma furono legate, di una maniera sacra ed indissolubile, a quelle del Vicario di Gesù Cristo: e quando, allo spuntare di tempi migliori, Costantino il grande volse l’animo a trasferire in Oriente la sede del romano impero, con fondamento di verità può ritenersi che la mano della Provvidenza lo guidasse, perché meglio si compissero sulla Roma dei Papi i nuovi destini. Certo è che, dopo quell’epoca, col favore dei tempi e delle circostanze, spontaneamente, senza offesa e senza opposizione di alcuno, per le vie più legittime i Pontefici ne divennero anche civilmente signori, e come tali la tennero fino ai dì nostri. Non occorre qui ricordare gl’immensi benefici e le glorie procacciate dai Pontefici a questa loro prediletta città, glorie e benefici, che sono scritti del resto a cifre indelebili nei monumenti e nella storia di tutti i secoli. È pur superfluo notare che questa Roma porta in ogni sua parte profondamente scolpita l’impronta Papale; e che essa appartiene ai Pontefici per tali e tanti titoli, quali nessun Principe ha mai avuto su qualsivoglia città del suo regno. Importa però grandemente osservare che la ragione della indipendenza e della libertà Pontificia nell’esercizio dell’apostolico ministero, piglia una forza maggiore e tutta propria quando si applica a Roma, sede naturale dei Sommi Pontefici, centro della vita della Chiesa, capitale del mondo cattolico. Qui, dove il Pontefice ordinariamente dimora, dirige, ammaestra, comanda, affinché i fedeli di tutto il mondo possano con piena fiducia e sicurtà prestargli l’ossequio, la fede, l’obbedienza che in coscienza gli debbono, qui, a preferenza, è necessario che Egli sia posto in tale condizione d’indipendenza, nella quale non solo non sia menomamente impedita da chicchessia la sua libertà, ma sia pure evidente a tutti che non lo è; e ciò non per una condizione transitoria e mutabile ad ogni evento, ma di natura sua stabile e duratura. Qui, più che altrove, deve essere possibile e senza timore d’impedimenti, il pieno esplicamento della vita cattolica, la solennità del culto, il rispetto e la pubblica osservanza delle leggi della Chiesa, l’esistenza tranquilla e legale di tutte le istituzioni cattoliche.
Da tutto ciò è agevole comprendere, come s’imponga ai romani Pontefici, e quanto sia sacro per essi il dovere di difendere e mantenere la civile sovranità e le sue ragioni; dovere reso anche più sacro dalla religione del giuramento. Sarebbe follia pretendere che essi stessi consentissero a sacrificare, colla sovranità civile, ciò che hanno di più caro e prezioso; vogliam dire la propria libertà nel governo della Chiesa, per la quale i loro Predecessori hanno in ogni occasione sì gloriosamente combattuto.
Noi certo col divino aiuto non falliremo al Nostro dovere, e fuori del ritorno ad una vera ed effettiva sovranità, qual si richiede dalla Nostra indipendenza e dalla dignità del Seggio Apostolico, non veggiamo altro adito aperto agli accordi e alla pace. La stessa cattolicità tutta quanta, sommamente gelosa della libertà del suo Capo, non si acquieterà giammai finché non vegga farsi ragione ai giusti reclami di Lui.
[…] Fino ad ora l’unico mezzo, di cui si è servita la Provvidenza per tutelare, come si conveniva, la libertà dei Papi, è stata la loro temporale sovranità; e quando questo mezzo mancò, i Pontefici furono sempre o perseguitati, o prigioni, o esuli, o certo in condizione di dipendenza ed in continuo pericolo di vedersi respinti sopra l’una o l’altra di queste vie. È la storia di tutta la Chiesa che lo attesta.

Leone XIII, Epistola “Quantunque le siano” al Signor Cardinale Mariano Rampolla Segretario di Stato, 15 giugno 1887.


Nota sulla dicitura Nuova Roma: “Gl’Imperadori fecero quella distinzione per stare a pari con Augusto: i Patriarchi per non comparire da meno di san Pietro. Ma come agl’Imperadori bastava, ad argomento di distinzione, il non esservi più seggio imperiale nell’antica Roma, ai Patriarchi non bastava, perché in quella era il papale seggio. Quindi un irragionevole studio a distinguersi dai Latini; e si afferrarono alla barba, alla moglie, al pane col lievito nell’eucaristia, e, quel che è peggio, al non voler credere lo Spirito Santo procedente dal Figliuolo” (Luigi Tosti, Storia dell’origine dello scisma greco, Le Monnier, Firenze, 1856, Vol. II, pp. 5-6. Cit in La Romanità della Chiesa: da Cesarea di Filippo al dominium mundi )

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