Ciò che la stampa non ha detto, il caso Modena: la processione, don Camillo e le manovre (?) della diocesi

Ci giunge questa lettera aperta sui fatti di Modena e volentieri la pubblichiamo:

Cari amici di Radio Spada,

Come sapete, sabato 1º giugno scorso si è svolta a Modena una processione di riparazione per lo scandalo del “gay-pride” organizzato nello stesso giorno nella città estense.

Tale processione, come accaduto nelle ormai numerose precedenti occasioni in diverse città, è stata organizzata da un Comitato di fedeli cattolici, riunitisi volontariamente sotto il nome di San Geminiano Vescovo, per difendere pubblicamente i diritti di Dio, della Sua Chiesa e per riparare alle gravi ferite inferte al Sacro Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo da una manifestazione blasfema, perversa e satanica quale deve essere definita il “gaio-pride”.

La marcia dell’orgoglio contro natura, vorremmo ricordare, si fonda su tre assunti fondamentali per i suoi partecipanti e sostenitori: la “fierezza” di essere ciò che si vuole, l’esistenza di innumerevoli “orientamenti” sessuali visti come dono e non come deviazione di cui vergognarsi, e infine, il carattere innato e “naturale” della condizione omosessuale, considerata come una normale variazione della sessualità umana.

Queste folli congetture non solo vengono sostenute da gran parte di coloro che vivono questa condizione miserevole, sostenuti dall’apparato politico e ideologico che li protegge, ma ormai vengono continuamente imboccate al popolo lattante, che le accoglie gaiamente bisognoso di nuovi dogmi a cui prestare fede.

Tutto ciò avviene ormai pubblicamente, alla luce del sole, senza alcuna vergogna, con il sostegno trasversale delle forze politiche, anche quelle più insospettabili; come avvenuto appunto a Modena, dove, per l’occasione, in concomitanza con le elezioni amministrative, Stefano Prampolini, il candidato sindaco della parte politica comunemente identificata come più vicina alle istanze cattoliche, ha partecipato ad un incontro pubblico contestuale al “Pride” organizzato dai circoli LGBTQI modenesi, arrivando persino a giustificare la cosiddetta Stepchild Adoption, l’adozione da parte del partner omosessuale del figlio naturale del “compagno”.

Questa sfacciata sudditanza delle autorità politiche e civili nei confronti dell’associazionismo “arcobaleno” svela una volta per tutte un elemento importantissimo: in assenza dell’unica e vera autorità morale e spirituale deputata per vocazione e per ordine divino ad insegnare agli uomini a saper discernere il Bene e il Male nella società, nella famiglia e nella propria intimità, ebbene questa voragine infinita di silenzio e di pusillanimità degli uomini di Chiesa viene riempita dal vitello d’oro dell’inclusività, dell’accoglienza, dell’accompagnamento, della non discriminazione e dell’ammore (“mm” volute): e chi meglio incarna questi falsi valori, chi meglio li può dispensare, chi meglio li può detenere se non coloro che ideologicamente vogliono sovvertire quell’Ordine Naturale e Soprannaturale ormai rimasto indifeso e incustodito?

Parole dure ci direte, noi pensiamo proprio di no; in assenza dei sacerdoti di Cristo, sono e saranno i militanti omosessualisti a “predicare” al potere civile l’agenda da seguire, in assenza dei Vescovi pronti al martirio per la Verità saranno costoro a chiamare la violenza e il disordine morale “amore” e a chiamare la vera Carità “odio”, in assenza della Gerarchia di Santa Romana Chiesa saranno i loro apparati infiltrati in tutti i gangli delle istituzioni finanziarie, educative e sovranazionali a modificare irrimediabilmente il DNA antropologico dei nostri figli e delle generazioni a venire, che non conosceranno più il segreto della Felicità, quella complementarità procreatrice tra uomo e donna, uniti nel Sacramento del Matrimonio che, secondo la Mente infinita del Creatore li ha da sempre resi suoi araldi di bellezza nel tramandare il dono della Vita.

Di fronte al grido dei semplici fedeli indignati dallo scandalo pubblico e decisi a porvi rimedio nell’ordine soprannaturale, il silenzio imbarazzato dei presuli e degli episcopi riesce il più delle volte ad essere momentaneamente interrotto da flebili comunicati in stretto curialese con accenti spiccatamente bergogliani, come è accaduto anche in quest’ultimo caso nella città emiliana, dove l’Arcivescovo Mons. Erio Castellucci, dopo essersi rintanato per mesi nel silenzio col timore “di essere strumentalizzato” ha partorito un comunicato a poche ore dalla processione di riparazione in cui, con incredibile abilità dialettica, tipica dei democristiani di una volta, è riuscito a smarcarsi contemporaneamente sia dall’evento arcobaleno che dalla processione di riparazione organizzata dai fedeli; poco importa se a questi ultimi, nel corso dei contatti privati intercorsi nei mesi precedenti, sia stato concesso “misericordiosamente” il sagrato del Duomo come arrivo della processione liturgica; questo fatto non può far dimenticare l’immobilismo ingiustificato di Castellucci, il suo mancato sostegno esplicito e paterno dell’iniziativa lodevole dei suoi figli, anche con il rischio di essere attaccato dai benpensanti del delirio contemporaneo.

Niente, il silenzio, per mesi, e l’uscita inaspettata di un comunicato in extremis dal forte carattere cerchiobottista.

Una città che la mattina di sabato 1 giugno 2019 ha visto invadere le sue vie principali non da inutili slogans accompagnati da fischietti e manifesti, i quali, a prescindere dal loro contenuto si prestano solo a rendere le idee rivendicate, democraticamente tollerabili dalla maggioranza (ma ancora per poco tempo) che le fagocita nel pentolone democratico delle idee a basso costo, bensì da una moltitudine ordinata di fedeli in preghiera, fatti oggetto di grida provocatorie e offensive, di sorrisi beffardi e dell’ostilità di diverse persone lungo il tragitto; tutto preventivato negli animi preparati dei cattolici militanti dei giorni nostri, che con dignità e fervore si sono presentati davanti al sagrato della Cattedrale proprio sotto le finestre sigillate degli appartamenti episcopali, innalzando al Cielo, come conclusione dell’atto liturgico, il canto liberatorio che tanto piaceva a don Camillo e alla fu Chiesa Cattolica da Lui rappresentata: il “Noi vogliam Dio”, il cui testo rappresenta vera pietra d’inciampo per gli uomini di Chiesa aggiornati al Vaticano 2.0

Comprendiamo molto bene che la Diocesi di Modena non abbia molto caro il modello di prete alla don Camillo. Don Camillo, che forse di là dal Secchia non vorrebbe nemmeno mettere il naso, starebbe effettivamente scomodo ai nuovi teologi del dialogo, dell’inclusione e della #misericordiapourtous.

Don Camillo, il Crocifisso, lo portò in Processione da solo, contro tutto e tutti, come ci insegna Guareschi. I nuovi teologi delle nuova teologia vaticansecondista, che vanno da San Pietro a Bergoglio senza ammettere che, tutto sommato, la sodomia, oggi, non si sa come mai – o forse sì – non è più chiamata sodomia per non urtare il dialogo che porta alla nuova distinzione antropologica fra soggettivo ed oggettivo.

Ma, detto questo, speravamo che almeno un certo tipo di giornalisti modenesi potesse aver appreso a fare giornalismo non da don Camillo – dal quale, tuttalpiù, dovrebbero prender esempio i novelli preti in jeans e camicetta un po’ gaia – ma dal padre di don Camillo: Sir Giovannino Guareschi.

Illusi che eravamo.

Abbiamo notato infatti uno splendido articolo uscito mercoledì 5 giugno scorso sulla Gazzetta di Modena, a firma di tal Paolo Seghedoni. Titolo inequivocabile: «I tradizionalisti contro don Erio: ‘Pavido, misero di contenuti’». Per quanto il «misero di contenuti» fosse riferito al comunicato (ovvero: un comunicato misero di contenuti), il Nostro Seghedoni, che da Guareschi non ha imparato, decide di accorpare tutto insieme facendo passare le critiche ad un oggetto (comunicato) per critiche ad un soggetto (“don Erio”) – distinzione fra oggettivo e soggettivo, ricordate? Ma va bene così.

Piuttosto, crediamo ci sia sfuggito – e forse è sfuggito anche a don Camillo, di solito molto attento alle dinamiche ecclesiali – un passaggio: credevamo che “don Erio” non si fosse fermato all’ordinazione sacerdotale, ma fosse passato dalla consacrazione episcopale. Pazienza, avremo perso un pezzo.

Torniamo al Nostro articolista, lo stesso che un giorno prima della Processione, a seguito del comunicato dell’Arcivescovo, pardon, don Erio, titolava così: «Il vescovo (Seghedoni, non si sbagli: don Erio! NdA= Nota del Comitato) si dissocia dal corteo anti-gay, ‘Mai fomentare, l’altro non è un nemico’».

In pratica, il Nostro Seghedoni prima dice che il Vescovo, pardon, don Erio, ha detto; poi, qualche giorno dopo la Processione, quasi se la prende con noi perché in un comunicato confermiamo ciò che di fatto lui stesso aveva interpretato e bensì riportato nell’articolo pubblicato sulla Gazzetta di Modena venerdì 31 maggio.

Curioso, si direbbe. Tuttavia non così sorprendente. Chi è Paolo Seghedoni? Forse a Guareschi non sarebbe sfuggito e avrebbe, chissà, gridato al “conflitto d’interessi”. Seghedoni, infatti, che titola contro il Comitato è nientepopodimeno che coordinatore della Redazione del settimanale “Nostro Tempo”, ovvero l’organo ufficiale della Diocesi di Modena, che esce sostanzialmente insieme ad Avvenire.

Il magheggio è dunque svelato, e non è stato nemmeno così difficile in effetti. Notevole, poi, la chiaroveggenza del Seghedoni giornalista, il quale ci “attacca” proprio sui contenuti che un giorno prima l’Arcivescovo, pardon, don Erio, in uno scambio di mail private ci aveva contestato. Un indizio – ça va sans dire– molto importante. Pure è una coincidenza che Paolo Seghedoni abbia un fratello prete in Diocesi di Modena.

C’è inoltre un altro simpatico dettaglio su cui vorremmo soffermarci solo un istante: domenica 2 giugno, cioè il giorno dopo la Processione, nella Parrocchia dello Spirito Santo di Modena, durante una delle Messe del giorno il parroco, lo stesso che ha guidato la Processione su nostra richiesta il giorno prima (con placet arcivescovile), ha parlato ai suoi fedeli, durante l’omelia, del significato della riparazione – in particolare rivolgendosi ai giovani per rimarcare la gravità del messaggio del “Modena Pride”, un messaggio che parla sostanzialmente della “libertà” del fare ciò che si vuole, senza limite e senza rispetto per la Legge di Dio. Il giorno dopo, puntualmente, sulla Gazzetta di Modena arriva l’articolo che narra dell’omelia del giorno prima, riaccendendo le polemiche sulla Processione. Ora, tolto il fatto che un giornalista può andare dove vuole, riteniamo quantomeno poco corretto andare ad infiltrarsi in chiesa per sentire le omelie dei preti per poi scriverci sopra gli articoli, senza eventualmente rivolgersi direttamente e personalmente alla persona verso la quale si ha interesse, attaccandola in casa sua ed in modo che non possa difendersi o controreplicare. Se questo è il meno (si fa per dire!), il dato interessante è però un altro. L’articolo che parla esclusivamente dell’omelia del parroco dello Spirito Santo, pubblicato lunedì 3 giugno scorso, porta la firma di Gabriele Farina. Andando a curiosare fra i segreti di Pulcinella, si scopre che pure il Farina è puntualmente collaboratore di Nostro Tempo, il settimanale della Diocesi. Come diceva Agatha Christie, «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

Nonostante tutti questi magheggi carpiati, riteniamo, con questa umile Processione, di aver adempiuto ai doveri a cui ogni cattolico è chiamato a rispondere: il Diritto di Dio sulla società intera, perché se è vero che i nostri singoli peccati personali troveranno giusta e piena soddisfazione solo dopo la nostra morte corporale, e chi non si pentirà sarà giudicato da Dio nell’aldilà, i peccati dei popoli e delle nazioni vengono puniti e castigati da Dio (avete letto bene: Dio castiga, proprio perché giusto e misericordioso, «Iustus et misericors Dominus»), qui in terra. 

Questo perché le nazioni non sono organismi personali dotati di un’anima, eppure sono formati da uomini e perciò stesso la società umana, essendo la modalità fondamentale in cui Dio ha voluto che l’uomo vivesse (zoòn politikòn), è soggetta al giudizio di Dio.

Abbiamo fatto partire “dal basso” qualcosa che sarebbe dovuto partire “dall’alto”. 

Don Camillo, ne siamo certi, ci chiederà come mai i cattolici di oggi fanno passare le notizie o ciò che vogliono dire sui quotidiani di Peppone.

Don Camillo, se ci legge ci ascolti: deve aggiornarsi! La scandalizzeremo anche: non c’è nessun conflitto d’interessi, caro Reverendo, perché sono proprio i giornali di Peppone a fare da megafono a ciò che Lei crede ancora cattolico. Si aggiorni e, soprattutto, si adatti. Altrimenti per quelli come Lei non ci sarà più posto. Si tolga quella talare che rappresenta Cristo e per la quale il giovane Rolando Rivi, adulato da tutti i nuovi teologi della nuova chiesa in camicetta trendy e jeans, è morto in odio alla Fede ammazzato da quei rossi criminali.

Molli il latino, molli l’idea del peccato, molli le processioni, molli tutto ciò che si rifà a 1962 anni di Chiesa Cattolica e riparta dal ‘62 o, al più, dal ‘68.

Solo così, caro don Camillo, potrà sopravvivere fra i nuovi teologi della #nuovachiesadelleperiferieesistenziali, che hanno sostituito il Sacrificio di Cristo con la mensa, che hanno sostituito l’altare con la tavolozza grezza, che hanno, infine, deciso di essere funzionari di una nuova grande associazione di promozione sociale invece che Pastori della Chiesa Cattolica Romana.

Alessandro Corsini e Cristiano Lugli

PS – don Camillo, sabato 15 giugno a Vicenza ci sarà un’altra Processione di Riparazione per lo scandalo dei sodomiti. Se per caso non è interessato agli aggiornamenti della #novellachiesa2.0, prenda un treno e ci raggiunga: abbiamo bisogno di preti come Lei e non dei don Chichì che albergano ormai ovunque.

2 Commenti a "Ciò che la stampa non ha detto, il caso Modena: la processione, don Camillo e le manovre (?) della diocesi"

  1. #bbruno   11 Giugno 2019 at 10:22 pm

    ma che arcivescovo vescovo prete del cavolo queto Castellucci… Andasse a lavorare, farebbe una migliore figura… Impariamo una buona volta a non considerarli nemmeno, questi ar-ci-ves-co-vi di conio fuori corso…

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  2. #Miles C. Terni   15 Giugno 2019 at 9:41 am

    …..bella a buasserie, bello l’armadio, belle ‘e cassapanche… bello, bello, bello tutto… bravi , però bisogna piantarla di fare le processioni , i meeting le conferenze il sabato mattina, perchè tanta gente L A V O R A .
    Facciamole di domenica chè viene più gente.
    grazie
    tagliente ma puntuale.

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