Declino demografico, servono misure per evitare l’abisso

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Girotondo attorno all’albero di Natale, a Torino, 6 dicembre 1954 (© Silvio Durante / LaPresse)

Se potessimo salire su una macchina del tempo e visitare l’Italia tra 50 anni, cosa troveremmo? È probabile che faticheremo a riconoscerla, specialmente perché la trasformazione più grande riguarderà gli stessi italiani. Che non ci saranno più. A leggere i dati Istat pubblicati una settimana fa, c’è da rabbrividire: il costante calo demografico che ha caratterizzato l’Italia dal positivo fenomeno del Baby-Boom, ha portato le nascite nel 2017 a sole 359mila. Poche, troppo poche per salvare il salvabile ed impedire al nostro paese una recessione inesorabile dal punto di vista demografico, finanziario e socio-culturale.

Si prendano alcuni dati: «Ci si sposa sempre meno e sempre più tardi. Il confronto tra le curve dei quozienti specifici di primo-nuzialità nei vari anni mostra chiaramente sia la posticipazione sia la diminuzione della propensione alle prime nozze. In particolare, tra il 2008 e il 2017, si riduce notevolmente la quota dei primi matrimoni di spose tra 20 e 34 anni sul totale dei primi matrimoni celebrati: il peso del tasso cumulato di primo-nuzialità delle donne giovani sul tasso di primo-nuzialità totale è passato dall’82,0 per cento al 74,0 per cento. […] Di generazione in generazione aumentano le donne senza figli. Il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere: si va dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni Venti (subito dopo la Grande Guerra), ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato Secondo dopoguerra (anni 1945-49), fino a raggiungere il livello stimato di 1,44 figli per le donne della generazione del 1977. Un calo così marcato della fecondità ha comportato profonde modificazioni sulla composizione della discendenza finale per ordine di nascita. […] Le coppie con figli sono il 34,0 per cento del totale delle famiglie; il valore massimo si osserva al Sud (39,3 per cento), il minimo nel Nord-ovest (30,8 per cento). Seguono le coppie senza figli (il 20,5 per cento delle famiglie), maggiormente diffuse nel Nord e le famiglie di genitori soli, prevalentemente di madri sole (10,0 per cento). Per quanto concerne le famiglie composte da due o più nuclei, queste rappresentano una percentuale piuttosto esigua (1,5 per cento)».

Insomma: il nostro paese è condannato ad una discesa demografica irrefrenabile, proprio perché da troppi anni ci siamo accontentati di un figlio per coppia (se va bene). Interi paesi si sono svuotati, tanto che oggi il governo deve mendicare che gli stranieri vengano a fare i pensionati nei paesini del Meridione; non che poi nei piccoli centri del Nord si stia meglio. Se poi a questo quadro di demenza demografica sommiamo l’omicidio predeterminato di migliaia, milioni di innocenti tramite l’aborto, abbiamo un quadro tutto sommato verosimile della penosa situazione nella quale versa l’Italia. Un’Italia nella quale ogni cittadino dovrebbe svegliarsi la mattina con il sogno di diventare genitore; invece, siamo un paese nel quale orde di minus habens inorridiscono non dell’abisso nel quale stiamo precipitando, ma di Radio Maria che pubblica una vignetta per denunciare il crollo della natalità.

Per costoro, che forse non capiscono la gravità della situazione, è bene immaginare come andranno le cose tra pochi anni. All’appello oggi mancano gli italiani che formeranno la schiena del paese del prossimo futuro. Mancano coloro che lavoreranno per pagare la pensione ad un esercito di pensionati sempre più numeroso, così che il problema pensionistico potrebbe incancrenirsi e diventare una spina nel fianco temibile quanto le crisi economiche stesse. E non si dica che, allo stato attuale, gli immigrati ci pagheranno le pensioni, per cortesia: perché gli immigrati nullafacenti che vediamo bighellonare ai lati della strada difficilmente potranno produrre un reddito tale da sostenere una macchina ormai rotta.

Ma non soltanto le pensioni: mancano i futuri panettieri, i fruttivendoli, gli edicolanti, i macellai… già oggi, i negozi chiudono, spesso senza essere sostituiti. In un futuro prossimo vedremo sempre meno negozi, e questo significherà la condanna a morte specialmente dei piccoli centri, nei quali il calo demografico renderà controproducente mantenere aperta una attività o rilevarla. Alla fine, i migliaia di piccoli comuni italiani moriranno per mancanza di servizi; e con l’estinzione dei piccoli centri assisteremo al degrado della nostra rinomata agricoltura, con la trasformazione delle campagne in boschi per la gioia di Greta e dei gretini al suo seguito. Gioia stolta, perché – come stiamo imparando – l’incuria e l’abbandono provocano aree senza controllo, nelle quali piromani e criminali possono agire indisturbati provocando danni considerevoli. Altro che boschi verdi e decrescita felice.

In questo quadro, dovremo tener conto – ammesso che un miracolo ci salvi – della inevitabile sostituzione etnica del popolo italiano, rimpiazzato da soggetti diversamente colorati che – ci hanno assicurato – già anticipano la nostra cultura futura. Difficilmente queste “risorse” si interesseranno alla musica di Mozart o apporteranno significativi passi avanti alle ricerche astronomiche; difficilmente apprezzeranno Manzoni e si commuoveranno di fronte alla Pietà di Michelangelo. Ed è evidente il motivo: in buona parte questi immigrati non hanno gli strumenti culturali per comprendere un Beethoven o un Tolstoj; non hanno la sensibilità per capire la bellezza del duomo di Firenze o dell’Ultima Cena di Leonardo. Non ce l’hanno perché provengono da pianeti diversi, e soprattutto perché qui da noi non trovano una società che comunica loro la bellezza della nostra cultura millenaria: al contrario, si trovano immersi in un mondo che disprezza la cultura di un tempo, che ai Vivaldi di un tempo preferisce i deprimenti Sfera Ebbasta di oggi. Si trovano, questi immigrati che «saranno il nostro futuro», in un paese senza futuro che disprezza intimamente la propria cultura, le proprie origini etniche, ovviamente la propria religione. Quale rispetto verso la nostra storia pretenderemo da chi crescerà in un paese che quella storia la sta rinnegando?

E allora, signori, diventeremo musulmani. O indù, o quel che vi pare. Perché questi immigrati una ricchezza ce l’hanno: non disprezzano se stessi e le proprie origini. La loro religione la difendono con i denti. Ma non ditelo alla Cei, perché potrebbe rallegrarsene a tal punto da anticipare i tempi e trasformare di punto in bianco le chiese in moschee per fare un favore ai nostri cari fratelli migranti.

Siamo in mano a questa gente, d’altronde. In mano ad una Chiesa che ha rinunciato a “far figli” (si legga, con orrore dei nostri pastori: fare proselitismo) e ad una classe politica che non capisce un problema più grande di lei, oppure che tutto sommato lo considera il male minore. Perché il sogno nel cassetto è da trecento anni a questa parte quello di eliminare la Chiesa, e la Chiesa italiana non potrà salvarsi dall’apocalisse demografica che si prospetta.

Come uscire da questo vicolo cieco? Altrove, nel mondo, stanno almeno tentando delle strade per invertire la rotta. In Russia, ad esempio. O in Ungheria e Polonia. Paesi cattivi, nemici di quell’Europa che, se davvero ci fosse e volesse fare qualcosa di buono, dovrebbe mandare le “letterine” chiedendo misure per incentivare la natalità prima che si raggiunga il disastro. Invece, siamo nelle mani di burocrati che le “letterine” le mandano per stigmatizzare ridicoli sforamenti dello zerovirgola. Vogliono sapere, lorsignori, l’entità del disastro economico che a lungo andare produrrà la denatalità in questo continente martoriato? La domanda è retorica. Ci affidiamo ad una speranza: quella che al governo, oggi, qualcuno improvvisamente si svegli e si renda conto del problema. Che vengano urgentemente approvate delle misure che incentivino le nascite. Salvini, se vorrà passare alla storia, dovrà occuparsi principalmente di far rinascere l’Italia. Letteralmente.

2 Commenti a "Declino demografico, servono misure per evitare l’abisso"

  1. Pingback: NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 11 LUGLIO 2019 - Detti e Scritti

  2. #bbruno   28 Agosto 2019 at 5:02 pm

    i Popoli, come le persome muoiono, finiscono… e tutti per espiare una colpa. Anzi il popolo italiano è già morto: quello che ne resta, è solo un’ ombra di quello che fu…(Vedi Vivadli vs. Ebbasta)

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