Deporre un Papa. Don C. Nitoglia puntualizza, con una lettera esclusiva a Radio Spada

Con piacere pubblichiamo un contributo che don Curzio Nitoglia ci ha inviato in esclusiva, come risposta allo studio che Guido Ferro Canale ha messo a disposizione dei nostri lettori qui.

di don Curzio Nitoglia

Spettabile Redazione di “Radio Spada”,

ho letto con attenzione, sul vostro sito, l’interessante articolo del dr. Guido Ferro Canale, che è serio e ben argomentato. Tuttavia mi permetto di precisare alcuni punti soprattutto quanto al Decreto di Graziano (I parte, distinzione 40, canone 6 “Si Papa”).

Il Decreto di Graziano

Innanzitutto preciso che non sono io a ritenere spurio il canone 6 “Si Papa” (I pars, distinzione 40) del Decreto di Graziano. Non ho né la capacità né l’autorità per affermare ciò. Mi son basato, semplicemente, su vari autori – molto qualificati sia in Teologia Dommatica che in Morale e in Diritto Canonico – dai quali ho ripreso tale asserzione. Li cito: 

Antonio Piolanti

Monsignor Piolanti (1911-2001), una delle massime autorità della Teologia Dogmatica italiana, scrive: “Il Conciliarismo è un errore ecclesiologico, secondo cui il Concilio ecumenico è superiore al Papa. L’origine remota del Conciliarismo si trova nel principio giuridico, secondo cui il Papa può essere giudicato dalla Chiesa in caso di eresia (Decreto di Graziano, pars I, dist. XL, canone 6). […]. Quando lo Scisma d’Occidente (1378 – 1417) funestò la Chiesa, molti, anche bene intenzionati, trovarono in queste teorie la via d’uscita da tanti mali. […]. Il Papa può dirsi Capo della Chiesa […] ma siccome può errare, e perfino cadere in eresia, dovrà in tal caso essere corretto e anche deposto” (A. Piolanti, Dizionario di Teologia Dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, pp. 82-84, voce “Conciliarismo”; VI ed. Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2018).

Si legga a questo proposito (crisi ecclesiale del XV secolo) Rodolfo Dell’Osta, Un teologo del potere papale e i suoi rapporti col cardinalato nel secolo XV. Teodoro De’ Lelli Vescovo di Feltre e Treviso: 1427-1466, (Belluno, Tipografia Silvio Benetta, 1948). Il cardinal Pietro Parente (1891-1986) e Monsignor Antonio Piolanti (in Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed. 1957, p. 84, voce Conciliarismo; V ed. Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2018) hanno definito il De’ Lelli “uno dei pochi difensori del Primato pontificio nel secolo XV” anche contro le pretese di una parte del Cardinalato, che riteneva di essere successore degli Apostoli e di poter condizionare il Papa.

Vittorio Mondello

Monsignor Mondello, ora Arcivescovo-emerito di Reggio Calabria, nella sua brillante Tesi di Laurea discussa nel 1963 presso l’Università Gregoriana, che meritò di essere pubblicata a Messina nel 1965 (La dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice, Messina, Istituto Arti Grafiche di Sicilia, 1965), spiega che l’ipotesi della possibilità del Papa eretico deriva dal Decreto di Graziano (dist. XL, cap. 6, col. 146) composto tra il 1140 e il 1150, in cui si trova riportato un frammento creduto erroneamente di S. Bonifacio († 5 giugno 754), un monaco benedettino dell’Exeter in Inghilterra inviato da papa Gregorio II ad evangelizzare la Germania, consacrato arcivescovo di Magonza e martirizzato dai Frisoni, che è considerato l’apostolo della Germania e il cui corpo riposa a Fulda. Questo frammento si intitola “Si Papa” ed esprime la dottrina secondo cui “a nemine est iudicandus, nisi deprehendatur a Fide devius / il Papa non può essere giudicato da nessuna autorità umana, tranne che sia caduto in eresia”.

Mons. Mondello scrive: “Graziano inserisce nel suo Decreto un frammento, creduto di S. Bonifacio Arcivescovo di Magonza, nel quale si dice che il Papa può essere giudicato dal Concilio in caso di eresia. […]. Il cardinale Deusdedit († 1100 c.ca) l’ha inserito nella sua Collezione canonica, sotto il Pontificato di Vittorio II (1055-1057). Di qui è passato nelle raccolte giuridiche di S. Ivo di Chartes (1040-1115) dalle quali Graziano lo ha ripreso ritenendolo autentico[1]” (V. Mondello, La dottrina sul Romano Pontefice, cit., p. 24 e p. 164).

Secondo tale teoria, fondata su questo canone spurio del Decreto di Graziano, il Concilio ecumenico “imperfetto”, ossia l’Episcopato senza il Papa sarebbe superiore al Sommo Pontefice. Quindi il Papa potrebbe essere giudicato dal Concilio ecumenico “imperfetto” in caso di eresia e poi deposto[2]. È per questo motivo che il CIC del 1917 (e anche quello del 1983) non ha ripreso tale canone “Si Papa” del Decreto di Graziano ed ha insistito sul principio secondo cui “la Prima Sede non è giudicata da nessuno”, altrimenti non sarebbe la “prima” Sede, ma la “seconda”, dopo l’Episcopato o il Concilio imperfetto (cfr. A. Villien – J. de Ghellinck,  Dictionnaire de Théologie Catholique, vol. VI, coll. 1727 ss., voce “Gratien”).

Antonio Vellico

Secondo l’ottimo Manuale di Ecclesiologia (molto apprezzato dal Cardinal Pietro Parente) di Monsignor Antonio Vellico “a partire da questo Decreto spurio, attribuito erroneamente a San Bonifacio e ripreso come tale da Graziano, i teologi medievali e controriformistici hanno ritenuto possibile l’ipotesi e non la certezza del Papa eretico. Da qui si sono divisi nel discettare come risolvere la questione di un Papa eventualmente caduto in eresia come persona privata” (cfr. A. M. Vellico, De Ecclesia Christi, Roma, 1940, p. 395, n. 557, nella nota 560 vi è un’amplia bibliografia).

Alberto Pighi

Anche il famoso teologo del XV secolo Albert Pigge detto Pighi[3] (1490-1542) nel suo Hierarchiae Ecclesiasticae assertio (lib. IV, cap. 8, fol. 76) esprimeva i suoi forti dubbi intorno all’autenticità del canone 6 Si Papa” attribuito a Graziano (cfr. don Pacifico Massi, Magistero infallibile del Papa nella teologia di Giovanni da Torquemada, Torino, Marietti, 1957, pp. 117-119).

Pacifico Massi

Don Massi nel suo libro Magistero infallibile del Papa nella teologia di Giovanni da Torquemada (Torino, Marietti, 1957) sostiene che l’opinione della possibilità del Papa eretico come dottore privato “trae la sua lontana origine dal Decreto di Graziano (Si Papa, pars I, dist. XL, canon 6) attribuito erroneamente a San Bonifacio, arcivescovo di Magonza” e che “da questo canone dipese tutto il coro unanime dei canonisti medievali che non dubitarono affatto della possibilità di un Papa eretico” (cit., p. 118).

Pietro Ballerini

Don Pietro Ballerini (1698-1769) è stato un famoso teologo di Verona, che ha scritto due opere sul Primato del Papa (De vi ac ratione primatus Romanorum Pontificum, Verona, 1766) e sui rapporti tra Papa e Concilio ecumenico (De Potestate ecclesiastica Summorum Pontificum et Conciliorum generalium, Verona, 1765; II ed., Roma, De Propaganda Fide, 1850)[4].

Secondo don Ballerini (cfr. Tarcisio Facchini, Il Papato principio di unità e Pietro Ballerini di Verona, Padova, Il Messaggero di S. Antonio, 1950), se l’Episcopato potesse giudicare con autorità giuridica e deporre il Papa, il Primato di Giurisdizione dato da Cristo a Pietro e ai suoi successori (i Papi) non sarebbe sufficientemente “Primato”, ossia “supremazia, superiorità, predominio, prevalenza e principato”, ma sarebbe piuttosto “Secondariato”, cioè “subalternità, inferiorità, secondarietà e marginalità”. Ora ciò equivale a dir che Cristo avrebbe dato, con molta solennità (cfr. Mt., XVI, 18), un potere inefficace e “deficiente” a Pietro e ai suoi successori.

Dal 1870 è un Dogma di fede rivelata e definita che Pietro e il Papa come suo successore hanno ricevuto da Cristo un’autorità di Giurisdizione “piena, suprema, universale, immediata o diretta e ordinaria” (Concilio Vaticano I, DB, 1831), non soggetta a nessun’altra autorità umana, neppure all’Episcopato o al Collegio cardinalizio, ma solo a Dio del quale il Papa fa le veci e del quale deve trasmettere il Deposito della fede e dei costumi come gli è stato consegnato. Questo è l’unico limite che il Papa non può valicare. Egli non può cambiare la fede e la morale divina, ma la deve custodire inalterata e tramandare incorrotta sino alla fine dei tempi (P. Ballerini, De vi ac ratione primatus Romanorum Pontificum, Verona, 1766, cap. XIV, n. 26).

Juan de Torquemada

Il cardinale Torquemada (1388-1468[5]) insegna che le azioni del Papa sono riservate soltanto al giudizio autoritativo e giurisdizionale di Dio (Summa de Ecclesia, II, 94-96, f. 229v-232r, Colonia, 1480) poiché il suo unico superiore è Cristo. Gli uomini, compresi i Vescovi, possono emettere solamente un giudizio privato o “dottorale” riguardo al Papa, ossia una ammonizione e non una condanna giuridica (Torquemada, Summa de Ecclesia, II, 97-103, f. 232-244).

Tuttavia il Papa è il Vicario di Cristo e non può mutare l’autorità che Gesù gli ha data come se il Papa fosse il Capo di Cristo (Torquemada, Summa de Eccl., III, 50; II, 104, f. 244-245r; San Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 64, a. 5, ad 2um; q. 67, a. 1, ad 2um; In IV Sent., dist. 2, qq. 1-4, qcl. 4c; dist. 4, q. 3, a. 3, qcl. 4c; dist. 5, q. 1, qcl. 1c; dist. 7, q. 3, qcl. 1). Il Pontefice Romano non può pubblicare nuovi articoli di fede, abrogare quelli esistenti, istituire nuovi sacramenti, perché tutto ciò rientra nella potestas excellentiae dovuta solo a Cristo in quanto Dio, mentre il Papa è il Suo Vicario e non può, perciò, contraddire le leggi di Cristo: “Il Sommo Pontefice non può far leggi, canoni, o stabilire alcunché contro la divina Scrittura, la dottrina del Vangelo” (Pacifico Massi, Il Magistero infallibile del Papa nella teologia di Giovanni da Torquemada, Torino, Marietti, 1957, p. 55). Perciò obbedire ai voleri di papa Bergoglio che sono in contrasto con la Legge di Dio (cfr. Amoris laetitia) non sarebbe virtù, ma peccato di Servilismo.

Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange citando la frase di S. Tommaso d’Aquino (1224-1274): “L’obbedienza  è perfetta quando ci si sottomette  nelle cose permesse; sarebbe indiscreta qualora portasse l’anima a sottomettersi nelle cose illecite” (S. Th., II-II, q. 104, a. 5, ad 3), insegna che “l’obbedienza deve essere cieca; basta essere certi che l’ordine datoci non è contrario alla Legge divina, né colpevole, né contrario all’ordine espresso da un autorità più alta” (R. Garrigou-Lagrange, Vita spirituale, Roma, Città Nuova, 1965, p. 163; II ed. Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2019).

Il Papa è soggetto di un potere ministeriale, ossia agisce come ministro e Vicario di Cristo, non è la regola ultima e assoluta della fede, dei costumi e del diritto, ma è subordinato alla Legge e alla Rivelazione divina come pure al Magistero pontificio infallibile o costante (Pio IX, Tuas libenter, 1863) della Chiesa (Torquemada, Summa de Ecclesia, III, 51, f. 337; 57, f. 343). È per questo motivo che si può e si deve resistere alle “novità” di papa Bergoglio.

Tuttavia il Torquemada ricorda che il Papa come persona privata è soggetto alla correzione fraterna, ma, se la respinge, non può essere punito o deposto essendo il Capo della Chiesa e il Vicario di Cristo; potrebbe essere punito solo dal supremo Tribunale  divino, al quale un giorno dovrà, comunque, reddere rationem (Torquemada, Summa de Eccl., II, 98, f. 234v-235r). 

Salvatore Vacca

Per una buona disamina del Decreto di Graziano si può leggere l’interessantissimo e documentatissimo libro del padre Cappuccino Salvatore Vacca, Prima Sedes a nemine iudicatur (Roma, Gregoriana, 1993, cap. XXI, Il Decreto di Graziano – 1141, pp. 249-254). Padre Salvatore Vacca cita i canoni o capitoli (VII, IX) della distinzione XXI del Decreto di Graziano. Molto interessante è il can. VII in cui si riferisce che papa Marcellino (296-304) «fu costretto dai pagani ad entrare in un loro tempio e a sacrificare incenso. Per questo motivo si riunì un Concilio particolare di Vescovi, durante il quale, dopo avere fatto un’istruttoria, lo stesso Pontefice dichiarò di avere fatto ciò di cui era accusato. Tuttavia nessuno dei Vescovi osò proferire una sentenza giuridica di condanna, ma gli dicevano: “con la tua bocca giudica la tua causa e non con un nostro giudizio: la prima Sede non può essere giudicata da nessuno”». Anche il canone IX è interessantissimo: in esso si narra che  «alcuni Vescovi egiziani, con Diòscoro Patriarca di Alessandria d’Egitto (444-451), condannarono a Nicea papa S. Leone Magno (440-461) nel 451, allora il III Concilio di Calcedonia (451) condannò Diòscoro e gli altri Vescovi e li depose non come eretici filo-eutichiani e monofisisti (in Cristo vi è una sola natura mista di divinità e umanità), ma perché hanno osato condannare e scomunicare il Papa»  (cit., p. 250).

Ora «Graziano, per fondare il principio sulla ingiudicabilità autoritativa e giuridica del Papa, a differenza della tradizione canonistica precedente […] ha lasciato inconcusso il principio Prima Sedes a nemine iudicatur. Tuttavia, ha trascritto parzialmente il Fragmentum A (174-178) di Umberto di Silva Candida. Egli raccoglie così nel suo Decreto le due tradizioni giuridiche contrastanti, che sono state compresenti nella Chiesa: la prima, sostenuta dagli apocrifi simmachiani  [papa San Simmaco (498-514) sottoposto al giudizio del Concilio particolare detto palmare nell’atrio della basilica di San Pietro in Vaticano dall’imperatore Teodorico nel 501. Nel corso della controversia furono stilati numerosi scritti polemici, fra cui gli apocrifi simmachiani, redatti dai sostenitori di papa Simmaco, che emanò l’assioma Summa Sedes a nemine iudicatur ndr], afferma che il Papa non può essere giudicato da nessuno; la seconda ritiene che, in caso di eresia, il Papa può essere ripreso. Dunque questa concezione si è tramandata sino al secolo XII. […]. Il Papa non può essere giudicato autoritativamente da nessuno, mentre egli può giudicare tutti; ma deve essere ripreso e ammonito solo qualora si allontanasse dalla fede. Da ciò deriva l’obbligo di pregare per lui poiché dalla sua incolumità dipende la salvezza dei fedeli» (S. Vacca, Prima Sedes a nemine iudicatur, cit., p. 253-254).

Padre Salvatore Vacca conclude: “Anche nel caso del Papa eretico si affermava il principio Prima Sedes a nemine iudicatur e ci si rifaceva alla storia di papa Marcellino (296-304) che, malgrado avesse deviato dalla fede, non era stato condannato dall’assemblea conciliare e poi è morto martire. In quell’occasione, il Pontefice, caduto apertamente in errore, non era tenuto ad essere sottoposto ad una sentenza giuridica conciliare[6]” (cit., p. 264).

Concilio Vaticano I

Il Concilio Vaticano I (IV sessione, 18 luglio 1870, Costituzione dogmatica Pastor aeternus) ha stabilito la definizione dogmatica circa il principio della ingiudicabilità giuridica del Papa dall’Episcopato: “Insegniamo e dichiariamo che secondo il diritto divino del Primato papale, il Romano Pontefice è il Giudice supremo di tutti i fedeli […]. Invece nessuno potrà giudicare autoritativamente un pronunciamento della Sede Apostolica, della quale non esiste autorità maggiore. Quindi chi afferma essere lecito appellarsi contro le sentenze dei Romani Pontefici al Concilio ecumenico, come ad un’autorità superiore al Sommo Pontefice, è lontano dal retto sentiero della verità” (DS, 3063-3064).

Diritto Canonico

Il CIC del 1917, al canone 1556, riprendendo la definizione dogmatica del Vaticano I ha stabilito il principio: “Prima Sedes a nemine iudicatur”, ripreso tale e quale anche dal CIC del 1983, canone 1404.

Tommaso de Vio Detto Gaetano

Secondo il cardinal Tommaso de Vio, detto il Cajetanus (1468-1533), il Concilio senza il Papa rappresenterebbe solo le pecore senza il pastore. Ora Pietro è stato istituito da Cristo unico Pastore a cui è affidato l’unico ovile che è la Chiesa (Cajetanus, Tractatus de Comparatione Auctoritatis Papae et Concilii, Roma, 12-X-1511, ediz. Pollet, Roma, Collegio Angelicum, 1936, cap. VII, p. 49, n. 85). La Chiesa (l’Episcopato) quindi non è al di sopra del Papa, ma sotto il Papa come l’ovile e il gregge sono sotto il pastore. Se il Concilio, i Vescovi, i Chierici e i fedeli, invece, pretendessero di essere non gregge ma Pastore, almeno de facto, non sarebbero il Pastore scelto da Cristo, che è Pietro, ma un pastore “abusivo” o un lupo travestito da pastore (Cajetanus, Tractatus de Comparatione, cit., cap. VII, p. 49, n. 86).

Domingo Bañez

L’eminente teologo domenicano Domingo Bañez (1528-1604), commentando la Somma Teologica dell’Aquinate (In IIam-IIae, q. 1, a. 10) e riprendendo l’ipotesi del suo confratello il cardinal Tommaso de Vio detto il Gaetano (De comparatione auctoritatis Papae et Concilii, Roma, Angelicum, 1936, ed. a cura di Vincent Pollet, cc. 18-19), spiega che, se, per pura ipotesi investigativa, il Papa cadesse in eresia, resterebbe Papa. Infatti la mancanza della grazia santificante lo separerebbe dall’anima della Chiesa e la mancanza di fede dal corpo di essa, ma la Giurisdizione visibile del Pontefice romano non ne verrebbe scalfita poiché essa riguarda il governo visibile della Chiesa, che è una Società visibile e non può essere privata dell’autorità visibile che la governa a motivo della mancanza di grazia o di fede, che sono abiti soprannaturali invisibili.

Quindi, secondo il Bañez (e il Gaetano alla scuola di S. Tommaso[7]) il Papa (ipoteticamente) eretico non sarebbe membro vivo della Chiesa per mancanza di grazia, non farebbe più parte del corpo della Chiesa per errore contro la fede, ma ne sarebbe Capo visibile in atto quanto al governo o alla Giurisdizione: “Il Papa non è Capo della Chiesa in ragione della santità o della fede perché non è così che può governare i membri della Chiesa, ma è Capo di essa in ragione dell’ufficio ministeriale, che lo rende atto a dirigere e governare la Chiesa mediante il governo esterno e visibile tramite la Gerarchia ecclesiastica, che è visibile  e palpabile. Quindi secondo l’influsso spirituale della grazia e della fede non è membro della Chiesa di Cristo, se non le ha; invece secondo il potere di governare e dirigere la Chiesa ne è il Capo visibile in atto” (In IIam-IIae, q. 1, a. 10, Venezia, 1587, coll. 194-196).

Charles-René Billuart

Il Billuart (1685-1757) nel suo De Incarnatione (dissert. IX, a. II, § 2, obiez. 2) riprende la tesi del Bañez e insegna che “il capo governa e il membro riceve la vita della grazia. Quindi, se il Papa cadesse in eresia, manterrebbe ancora la Giurisdizione con la quale governerebbe la Chiesa, ma non riceverebbe più l’influsso della grazia santificante e della fede da Cristo Capo invisibile della Chiesa e dunque non sarebbe membro di Cristo e della Chiesa. Ora in un corpo fisico chi non è membro fisico non può esserne capo fisico, ma in un corpo morale o in una società la testa morale può sussistere senza essere membro morale di essa. Infatti un corpo fisico senza vita non sussiste e un capo fisico morto non governa il corpo fisico, mentre il capo morale di una società o corpo morale lo governa anche senza la vita spirituale o la fede” (cfr. Ch.-R. Billuart, Cursus theologiae, III pars, Venezia, 1787, pp. 66; II-II pars, Brescia, 1838, pp. 33-34, 123 e 125).

Reginaldo Garrigou-Lagrange

Recentemente anche uno dei più grandi teologi del Novecento, padre Reginaldo Garrigou-Lagrange (1877-1964), nel suo trattato De Christo Salvatore (Torino, Marietti, 1946, p. 232), commentando San Tommaso (S. Th., III, qq. 1-90) e riprendendo la dottrina dei due Dottori domenicani controriformistici citati sopra (Gaetano e Bañez), specifica che un Papa (ipoteticamente) eretico occulto resterebbe membro della Chiesa in potenza, ma non in atto, e manterrebbe la Giurisdizione tramite la quale governa visibilmente la Chiesa. L’eretico pubblico invece, non sarebbe più membro della Chiesa neppure in potenza, come insegna il Bañez, ma manterrebbe il governo visibile della Chiesa. Quindi è pacifico per la sana e la più alta teologia della prima, seconda e terza Scolastica (S. Tommaso, Gaetano, Bañez e Garrigou-Lagrange) che, ammesso e non concesso che il Papa cada in eresia, manterrebbe egualmente la Giurisdizione e resterebbe Capo della Chiesa, pur cessando di esserne membro.

Se si trattasse di una testa fisica ciò sarebbe impossibile, ma è possibile se si tratta di un Capo morale, ossia del Vicario visibile di Cristo invisibile asceso in Cielo.

La ragione è che la testa fisica di un corpo non può influire e comandare i membri del suo corpo, se ne viene separata fisicamente, non ricevendo più la vita dall’anima, separata dal suo capo e dal suo corpo (per esempio Tizio viene decapitato e muore, la sua anima lascia il suo corpo e la sua testa non ne dirige più, tramite il cervello, tutti gli organi); mentre un Capo morale di una Società o di un ente morale (temporale come lo Stato, o spirituale come la Chiesa) può esercitare la Giurisdizione sull’ente morale anche se è separato, per l’errore contro la fede o per il peccato, dalla Chiesa[8] e dall’influsso vitale interno e soprannaturale di  Cristo. Ciò, pur essendo anormale ed eccezionale, è possibile.

S. Tommaso d’Aquino insegna: “il cattivo prelato può essere corretto dall’inferiore che ricorre al superiore denunciandolo, e se non ha un superiore [come nel caso del Papa], ricorra a Dio affinché lo corregga o lo tolga dalla faccia della terra” (IV Sent., dist. 19, q. 2, a. 2, qcl. 3, ad 2). Tuttavia non si può giudicare il Papa e deporlo dal Papato: “Prima Sedes a nemine judicatur”.

Conclusione

Giustamente don Pacifico Massi (Il Magistero infallibile del Papa nella teologia di Giovanni da Torquemada, cit., p. 125) nota che “le dottrine contrarie al Primato pontificio sono state originate dall’istinto di conservazione, operante anche nel corpo della Chiesa come in ogni ente vivente, contro l’eventualità di un Papa indegno, che conducesse la Chiesa alla rovina. Anche Juan de Torquemada sentì questo istinto, ma seppe conservare un sano equilibrio che non gli consentì di recedere dai princìpi, e neppure gli permise di tacere di fronte ad eventuali errori passati o ipoteticamente futuri dei Papi in un’acquiescenza passiva e colpevole”. 

Oggi si ripropongono queste varie soluzioni di fronte alla situazione disastrosa in cui versa l’ambiente ecclesiale, specialmente durante il Pontificato di Francesco. Infatti ai nostri giorni 1°) c’è chi ripropone la teoria conciliarista e vorrebbe far deporre il Papa, in quanto eretico, dall’Episcopato; 2°) chi asserisce che bisogna accettare i Decreti del Concilio Vaticano II obbligatoriamente anche se sono solamente pastorali, come pure l’insegnamento puramente “esortativo” di Francesco (cfr. Esortazione Amoris laetitia, 19 marzo 2016); 3°) infine chi, come i Dottori scolastici citati, afferma la vera dottrina cattolica, evitando i due errori per eccesso (servilismo) e per difetto (Conciliarismo) come i due burroni, che circondano la vetta della montagna sulla quale si trova la vera soluzione “in medio et in culmine altitudinis et non mediocritatis / nel giusto mezzo di altezza e non di mediocrità” (R. Garrigou-Lagrange, De Revelatione, Roma, Ferrari, 1918). 

La sopportazione, quindi, non è l’unico rimedio. Infatti San Tommaso d’Aquino insegna che “il cattivo prelato può essere corretto dall’inferiore che ricorre al superiore denunciandolo, e se non ha un superiore [come nel caso del Papa, ndr], ricorra a Dio affinché lo corregga o lo tolga dalla faccia della terra” (IV Sent., dist. 19, q. 2, a. 2, qcl. 3, ad 2).

Certamente è necessario evitare l’errore (per eccesso di “obbedienza” indiscreta) che porta all’appiattimento o al servilismo dei fedeli, dei Vescovi e dei Cardinali nei confronti di un Papa, che oltrepassa i suoi poteri, i quali sono limitati dal Diritto e dalla Rivelazione divini. Il Profeta li chiama “cani muti incapaci di abbaiare” (Is., LVI, 10). In questo caso è lecito e doveroso ammonire il Papa dell’errore o dell’abuso di potere che sta compiendo e abbaiare come Domini canes (come fece San Paolo con San Pietro ad Antiochia, Gal., II, 11-14; At., XV, 13-21[9]) e guardare in faccia la triste realtà, senza nascondere la testa nella sabbia come fa lo struzzo.

Come scriveva il Gaetano (Apologia de comparata auctoritate Papae et Concilii, Roma, Angelicum ed. Pollet, 1936, p. 112 ss.), citando il De regimine principum dell’Angelico(lib. I, cap. V-VI), il rimedio ad un male così grande come “un Papa scellerato” è la preghiera e il ricorso all’onnipotente assistenza divina su Pietro, che Gesù ha promesso solennemente. Infatti il Dottore Comune insegna che normalmente i più propensi a rivoltarsi contro il tiranno temporale sono i “discoli”, mentre le persone giudiziose riescono a pazientare finché è possibile e solo come extrema ratio ricorrono alla “rivolta”. Quindi, il Cajetanus conclude che se occorre aver molta pazienza con il tiranno temporale e solo eccezionalmente si può ricorrere alla rivolta armata e al tirannicidio, nel caso del Papa indegno o “criminale” (V. Mondello, La dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice, Messina, Arti Grafiche di Sicilia, 1965, p. 65) non solo non è mai lecito il “papicidio” e la rivolta armata, ma neppure la sua deposizione da parte del Concilio, che è inferiore al Pontefice Romano e quindi non lo può inquisire giuridicamente e deporre. Quindi si deve invitare a pregare per il “Pontefice scellerato affinché Dio gli apra gli occhi o glieli “chiuda”. “Oremus pro Pontifice nostro Francisco…”.

Comunque lo stato in cui si trova la Gerarchia cattolica oggi non lascia ben sperare. Il male prodotto dal Vaticano II è talmente profondo, universale e preternaturale che solo Dio con la sua Onnipotenza può mettervi rimedio.

In quest’ora di agonia dell’ambiente ecclesiale – prodotta dall’azione preternaturalmente diabolica, che si è servita della giudeo/massoneria quale suo strumento principale, come quando Gesù nel Getsemani, il Giovedì Santo, disse ai Giudei che erano venuti a prenderlo: “Questa è l’ora vostra [del Giudaismo rabbinico/talmudico, ndr] e del potere delle tenebre [le forze infernali, ndr]” (Lc., XXII, 53) – cui seguirà immancabilmente la sua risurrezione gloriosa e trionfante (come avvenne dopo la Passione e Morte di Gesù, di cui la Chiesa è la continuazione nella storia)[10] occorre 1°) mantenere la dottrina sempre insegnata dalla Chiesa e 2°) evitare gli errori a) per difetto (Conciliarismo), che diminuiscono l’autorità del Primato papale; b) per eccesso (Servilismo), che ritengono il Papa sempre infallibile anche quando rinuncia all’assistenza infallibile dello Spirito Santo, non definendo dogmaticamente e non obbligando a credere per la salvezza dell’anima (come è avvenuto nel Concilio Vaticano II); infine 3°) oggi bisogna continuare a fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium, III, 15) evitando di sbandare “a destra” o “a sinistra.

Noi fedeli e l’Episcopato che ha mantenuto la fede possiamo soltanto ammonire, pregare e far penitenza, insegnare la sana dottrina e le retta morale, amministrare e ricevere i Sacramenti senza illuderci di poter, umanamente, rimettere in piedi un mondo e un ambiente ecclesiale che sono diventati peggio di Sodoma e Gomorra. Non è questo un lavoro che possano svolgere le forze della natura umana, ma esso richiede l’intervento di Dio. Exsurge Domine! A noi resta la pazienza, “a Dio la vendetta” (Deut., XXXII, 35 e 41).


[1] Per la questione del canone 6 “Si Papa” del Decretum Gratiani cfr. anche E. Dublanchy, in D. Th. C., vol. VII, coll. 1714-1717, voce “Infallibilité du Pape”; V. Martin, Les origines  du gallicanisme, Parigi, 1939, 2 voll., I vol., cap. I, pp. 12-13.
[2] Cfr. F. Roberti – A. Van Hove – A. Stickler, Graziano. Testi e studi camaldolesi, Roma, 1949.
[3] Albert Pigge nacque in Olanda a Kampen (donde l’appellativo di Campensis), studiò a Lovanio ove ebbe per maestro Adriano Florent, il futuro papa Adriano VI. Cfr. E. Amann in Dictionnaire de Théologie Catholique, Parigi, anno 1935, tomo XII, coll. 2094-2914, voce “Pigge”; Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1952, vol. IX, coll. 1462-1463, voce “Pigghe, Alberto” a cura di Danilo Catarzi.
[4] Cfr. Celestino Testore, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949, vol. II, coll. 751-752, voce “Ballerini Pietro.  
[5] Cfr. Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, vol. XII, 1954, coll. 330-331, voce “Torquemada, Juan de” a cura di Alfonso D’Amato.
[6] Per la storia di papa Marcellino cfr. Enciclopedia dei Papi, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000, I vol., pp. 303-307, a cura di A. Di Bernardino, voce “Marcellino, santo.
[7] III Sent., d. 25, q. 1, a. 2, ad 5; S. Th., II-II, q. 14, a. 2, arg. 4;  II-II, q. 1, a. 10; II-II, q. 10, a. 5, ad 3; II-II, q. 1, a. 7, arg. 2; II-II, q. 2, a. 6, ad 3II-II, q. 1, a. 9, sed contra.
[8] Giovanni Hus (1369-1415) riteneva, come i Donatisti, che i sacerdoti privi della grazia santificante non conferiscono i Sacramenti validamente (DS, 1208). Egli estendeva questo principio anche al potere che riguarda il governo o la Giurisdizione della Chiesa. In breve, secondo Hus, un Papa che non segue S. Pietro nei buoni costumi e nella confessione della fede, non è Papa, successore di Pietro, ma è vicario di Giuda Iscariota (DS, 1212-1213); se il Papa è cattivo o infedele, allora, al pari di Giuda, è un demonio, un ladro, destinato all’eterna rovina, e non è Capo di una Santa Chiesa Militante, non essendo neppure membro di questa (DS, 1220). Secondo Hus ciò vale per tutti i Cardinali e i Vescovi ed anche per i titolari dei poteri civili: “nessuno è pubblica autorità civile sin da che è in stato di peccato mortale” (DS, 1230). Cfr. G. Perini, I Sacramenti, Bologna, ESD, 1999,  II vol., Battesimo, Confermazione, Eucarestia, pp. 87-88; Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, coll. 1513-1516, voce “Hus, Jan, a cura di Arnaldo Maria Lanz.
[9] Secondo il Torquemada Pietro ad Antiochia non definì alcuna dottrina intorno alle osservanze giudaiche e non peccò contro la fede, ma errò quanto al modo di agire, commettendo un peccato veniale di fragilità di “rispetto umano” o “timor mundanus”, essendo confermato in grazia non poteva peccare mortalmente e neppure venialmente di proposito deliberato (cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th. I-II, q. 103, a. 4). Inoltre le parole di San Paolo non indicano uno spirito di ribellione a Pietro, ma di correzione fraterna poiché “Petrus reprehensibilis erat” ed accettò la correzione fraterna di Paolo (cfr. Torquemada, Summa de Ecclesia, II, 98, f. 235; San Tommaso d’Aquino, Ad Galatas, cap. III, lect. 7-8).
[10] Cfr. Rom., XII, 4-6; I Cor., XII, 12-27; Ef., IV, 4.

13 Commenti a "Deporre un Papa. Don C. Nitoglia puntualizza, con una lettera esclusiva a Radio Spada"

  1. #angela   24 Giugno 2019 at 5:25 pm

    Don Nitoglia ama i sofismi. Se c’è un Papa allora gode di infallibilità quando come Papa dichiara urbi et orbi in fede e morale qualcosa da credere. Se non c’è allora come pontefice (del nemico) dichiara urbi et orbi in fede e morale qualcosa che deve credersi e questo lo fece Paolo VI quando dichiarò dogmatico il concilio pastorale. Quindi Paolo VI errò e quindi se potè errare dicendo che era da credere il concilio falso NON era dotato di infallibilità= non Papa = antipapa. Quindi un Papa può dimettersi magari su richiesta anche, un Papa non può errare però quando dichiara urbi et orbi in fede e morale che cosa si deve credere. Chi erra facendo questo (errò Roncalli, Montini,…..Ratzinger,Bergoglio) SEMPLICEMENTE è UOMO COMUNE COME ME. NON RICEVE AUTORITA’ DA DIO IN QUANTO DIO NON SI CONTRADDICE, tertium non datur. Quindi caro don Nitoglia qui abbiamo a che fare con un sig.nessuno, oppure con un pontefice di Satana , un depositus da sé medesimo e da ben prima del 2013. Idem per il collega biancovestito inventore della somma eresia del doppio papato concorde peraltro. Un sinodo prende atto di ciò, escludendo i pari eretici del duetto, e procede con dichiarazione pubblica di sede vacante che richiede un conclave immediato. NON SI TRATTA DI DEPORRE alcun PAPA in quanto non ce n’è, anzi già il fatto che si dicono doppi è di per sé segno di falsità.

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  2. #Antonio Diano   25 Giugno 2019 at 5:44 pm

    Non entro specificamente nel merito perché non sono un teologo.

    Mi limito ad osservare, con altri, che “…non si può definire il Magistero ordinario, sia pontificio che universale, come quello costituito [soltanto] dagli insegnamenti che non godono della nota della infallibilità [ex cathedra]”.
    E soprattutto: “È vero che, di per sé, cioè isolato dagli altri, un insegnamento del Magistero ordinario non comporta l’infallibilità. Così, quando l’enciclica Ad diem illum, di san Pio X, sostiene la Corredenzione di Maria, non dice nulla che impegni la infallibilità pontificia. Quindi, in questo caso, siamo ben lontani dalle definizioni solenni, come per esempio da quella della bolla Ineffabilis Deus, che ha definito la Immacolata Concezione, e che da sola chiuderebbe la questione, anche se non vi fosse nessun altro pronunciamento pontificio in proposito.
    Tuttavia, il Magistero ordinario può, in altro modo, comportare la infallibilità. [SIC!] Così, a proposito della Corredenzione, il padre J. A. Aldama S. J. dice: <> [SIC!!! CHIARO?]. Pertanto, secondo il padre Aldama, [rectius secondo la Chiesa!] la Corredenzione Mariana è dottrina già oggi infallibilmente insegnata dalla Chiesa, benché non sia ancora stata oggetto di qualche pronunciamento straordinario, sia pontificio che universale. [SIC!!!]
    In questo caso ci troviamo di fronte alla infallibilità del Magistero ordinario per la continuità di uno stesso insegnamento. Si tratta di un principio importantissimo, di cui generalmente si dimenticano molti cattolici [o che tali, ancorché con immensi meriti su altri fronti, si ritengono] che studiano la nostra fede” (cito, per pura comodità, dal sito di AC anche se per la stragrande maggioranza delle altre cose che vi sono sostenute ed espresse non lo condivido affatto, anzi!).
    Chiaro?
    C’è qualcuno che pensa che al di fuori delle occorrenze ex cathedra la Chiesa posso insegnare costantemente l’errore? anche – si badi bene! – come mera possibilità!!!???
    Spero che basti per considerare infallibile, e sia pur a certe condizioni, ANCHE il magistero ordinario; quindi l’infallibilità vincola SIA quando il papa parla ex cathedra SIA quando esercita, nella continuità dei pronunciamenti ecclesiastici e alle note condizioni recate da S. Vincenzo di Lérins, il magistero ordinario. La Chiesa è sempre Mater et Magistra e non è strettamente necessario che essa agisca in docendo in modo stricto sensu infallibile (ma su tale nota abbiamo appena visto la posizione teologicamente sicura in punto di dottrina) perché i suoi insegnamenti siano vincolanti. Non a caso si definisce “temeraria” dalla tradizione teologica probata la posizione di colui che impugni un insegnamento della Chiesa validato dalla di Lei autorità e dalla Tradizione, come ben sostenuto dal p. Aldama (cfr. supra) e, sia consentito, dal buon senso, il quale ultimo per il sensus ecclesiae non è elemento secondario, sempre con l’assistenza dello Spirito Santo che induce alla Verità e non all’errore (e anzi da quest’ultimo protegge per Sua stessa promessa). Secondo i fallibilisti progressisti (e mi sembra, purtroppo, anche di Radaelli) il mancato agganciamento all’ex cathedra finirebbe per far considerare quasi automaticamente fallibili (ergo non vincolanti) TUTTI GLI ALTRI INSEGNAMENTI della Santa Chiesa cattolica. E’ cattolica siffatta posizione? Ancora, punto importantissimo in questa sede: teologi probati hanno affermato che, comunque, la bolla “Cum ex apostolatus officio” di Paolo IV contempla TUTTE le condizioni richieste in modo definito dal Magistero affinché una bolla papale sia infallibile ex cathedra (insomma in modo solenne). Ergo la bolla testé cit. è assolutamente inimpugnabile sub gravi e senza discussioni. Ora essa, com’è noto, stabilisce che un sedicente papa NON PUO’ essere (e infatti non è) tale se non professa e non insegna la fede cattolica. Esattamente come fa Bergoglio in linea con i suoi predecessori almeno da Montini in poi. Quindi il punto centrale del discorso sia di don Curzio che, su altro ma convergente piano, di Radaelli è subito demolito: Bergoglio, a norma di diritto infallibile e di dottrina della Chiesa definita, non è Papa in quanto privo dell’autorità conferitagli da Dio, indipendentemente dalla validità canonica o meno dell’elezione: l’evidenza indiscutibile (evidenza, non opinione) e assoluta della non professione della fede cattolica da parte sua lo fa ricadere sotto gli effetti dell’infallibile bolla di Paolo IV. Oppure Radaelli vorrebbe sostenere che (naturalmente in foro esterno) Bergoglio è cattolico? Ovvero che è papa nonostante non sia cattolico (come fa la FSSPX) dando così, almeno implicitamente (quod Deus avertat!) del bugiardo a Cristo e di ratio mendace al “non praevalebunt”?
    Insomma, ecco il sunto: il Vaticano II è “non infallibile” (!) non a motivo della “pastoralità” non dogmatica (che invece è assolutamente antidogmatica nei documenti pseudo-conciliari, ciò che neanche un concilio ecumenico solo “pastorale”, ammesso che se ne possa parlare, potrebbe mai essere!) che gli avrebbe conferito la Chiesa (provvidenzialmente, aggiunge qualche “teologo” assalito da demenza o pazzia in quanto – dicono costoro – un errore proveniente dalla Chiesa, a loro dire, risulterebbe “tollerabile” e non cogente perché solo pastorale – risum teneatis -), ma in quanto conciliabolo prodotto dalla contro-Chiesa (che pure, nella sua componente “conservatrice” e ratzingeriana, la più pericolosa come ben ci ha insegnato proprio Radaelli, lo presenta come pastorale ma vi inserisce – fraudolentemente, certo – costituzioni definite “dogmatiche”) e non dalla Chiesa cattolica. Allo stesso modo Bergoglio non è papa a norma di dottrina e con piena forza giuridica (ecclesiastica e divina).
    E il discorso svolto da Radaelli si svuota di senso; e la discussione cade nel nulla.
    Con amicizia in Christo Domino nostro.

    Rispondi
  3. #angela   25 Giugno 2019 at 7:38 pm

    Perfetto Antonio Diano…. …qua ci fanno sorbire Lucifero in salva verde dicendo che tanto è solo pastorale e quindi l’errore va bene…. il pastorale applica il dogma e quanto da sempre creduto oppure è veleno, qual è infatti…. non esistono papi eretici, mezzi papi e papi tonti e manco fantasmi…..esiste un Papa se infallibile, se fallibile…. e con un dio non cattolico per sua stessa dichiarazione…. allora si fugga ai monti e velocemente….

    Rispondi
  4. #Antonio Diano   26 Giugno 2019 at 10:41 am

    Chiedo umilmente scusa. Ho clamorosamente sbagliato il post al quale ho “attaccato” questa risposta. Avevo letto un intervento dell’amico Radaelli ma non lo trovo più (era qui in RS?). A quell’intervento intendevo opporre le osservazioni riportate supra. Me ne scuso con tutti gli interessati. Spero di riuscire a recuperare lo scritto di Radaelli e magari di riportarlo qui affinché la vicenda, alterata per mia colposa disattenzione, possa essere chiarita. Se la Redazione di RS ha presente a quale scritto mi riferisco, mi aiuti cortesemente a ritrovarlo. Grazie.

    Rispondi
    • #angela   27 Giugno 2019 at 10:27 am

      Infatti o si afferma che è infallibile mentre dichiara queste eresie oppure si dichiara che è eretico, tertium non datur. Solo che può essere infallibile solo secondo Lucifero…e lorlosanno, per cui dicon ch’è fallibile…

      Rispondi
  5. #Antonio Diano   26 Giugno 2019 at 11:13 am

    Trovato. Eccolo qui, in effetti non era in RS e non è recentissimo.
    Ribadisco che non ho scritto le mie osservazioni da teologo (non lo sono, men che meno in modo raffinato come Radaelli), ma da cattolico. Grazie ancora.

    http://www.unavox.it/PDF/Articoli/Radaelli_Infallibilita_Fallibilita.pdf

    Rispondi
  6. #Antonio Diano   26 Giugno 2019 at 11:33 am

    Nel mio post supra è saltato il seguente pezzo. Sta alla riga 2 del 3. capoverso, contenuto tra (cit. del p. Aldama). Grazie.

    “Benché il Magistero ordinario del Pontefice Romano non sia di per sé infallibile, se però insegna costantemente e per un lungo periodo di tempo una certa dottrina a tutta la Chiesa, come accade nel nostro caso [quello della Corredenzione], si deve assolutamente ammettere la sua infallibilità; in caso contrario, la Chiesa indurrebbe in errore”.

    Rispondi
  7. #bbruno   26 Giugno 2019 at 2:59 pm

    Né ammesso né concesso
    che un eretico professo
    possa esser mai eletto
    e da Dio benedetto
    papa valido e veritiero
    del cattolico consesso.

    E che dire poi se il tal consesso
    che lo ha eletto a capo suo,
    la qualifica e sostanza
    del cattolico concetto
    non si perita minimamente
    di coprir di disprezzo?

    Papa eretico professo
    di una chiesa che lo ha espresso
    a immagine e somiglianza
    di sua eretical sostanza,
    di qual giurisdizione
    può esser portatore
    se non su di questa
    che simil a lei
    crear l’ha voluto?

    Caro Nitoglia,
    con tutto rispetto
    lei non mi imbroglia
    né con la Seconda, e né con La Terza
    di colui che con grande chiarezza
    mi dice che cose
    insieme non stanno,
    quando lo vieta
    il sommo principio
    di non- contraddizione.

    Rispondi
  8. #Antonio Diano   28 Giugno 2019 at 11:48 am

    In un sito ufficiale della FSSPX leggo un incredibile e impressionante articolo sul fatto che non si deve partecipare alla nuova pseudo-messa in quanto quest’ultima offende la Madonna (vero) e di conseguenza Gesù. L’articolo pretenderebbe di rispondere (MA NON RISPONDE CON UN SI’ O CON UN NO, bensì mediante voli metaforici che mescolano verità a confusioni tassonomiche e giungono ad una soluzione perversa: la riporto subito qui di seguito) al quesito, che si pongono i fedeli “conservatori” della FSSPX: “In assenza della vera Messa, si può assistere a quella ‘nuova’ “?
    La risposta l’ho riportata supra.
    Che? Ma questi confondono la causa con l’effetto e mescolano l’ordine delle cose perfino in rebus sacris.
    Infatti in chiusura si legge questa pazzesca, impressionante affermazione:
    “…Si nous sommes obligés [!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!] d’assister à une messe déshonorante, sachons compenser l’offense par la récitation aimante du Magnificat : ‘ Désormais toutes les nations Me diront bienheureuse’ “!

    Obligés!!!???

    Quindi, se capisco bene: andate alla pseudo-messa nuova sapendo che offende la Madonna e quindi Gesù, BASTA CHE DOPO RIMEDIATE CON UN MAGNIFICAT!!!!!!!!!!
    Ora, o io non ho capito o qui siamo all’eresia.
    Di seguito allego il link: qualcuno mi dica per favore se ho interpretato male (lo spererei davvero!) o no.

    Rispondi
    • #jeannedarc   28 Giugno 2019 at 4:15 pm

      il riferimento, con tutta probabilità, era a circostanze come matrimoni, battesimi etc, in cui si è invitati a celebrazioni moderniste.

      Rispondi
      • #Antonio Diano   28 Giugno 2019 at 4:41 pm

        Cara, io francamente credo di no. Altrimenti sarebbe stato (doverosamente) specificato. All’inizio del mini-dossier il quesito che si dice di voler discutere (ma, come si vede, senza rispondere sì o no) è se “in vacanza” (ferie estive, non sedevacante!!) si possa andare alla “messa nuova” IN ASSENZA (scil. momentanea) di quella “buona”. Se il dovere di carità che ci fa andare in una chiesa occupata dal nemico per matrimoni, battesimi e esequie (comportando però la NON PARTECIPAZIONE interna e – al possibile – neppure esterna al rito sacrilego) fosse stata la ratio della “risposta” sarebbe stato del tutto necessario precisarlo chiaramente: invece così che cosa, in factis, volenti o nolenti, si deve intendere? Nient’altro che quanto ho capito io. Quindi, mia carissima Jeannedarc, la tua “lettura” non fa nemmeno impallidire la mia interpretazione. Sotto un altro…

        Rispondi
        • #jeannedarc   28 Giugno 2019 at 5:49 pm

          ok andavo a memoria, dovrei in effetti rivedere il testo originale.

  9. #Antonio Diano   28 Giugno 2019 at 11:51 am

    Ecco il sito.

    https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxwChSKsjJmXqMpvsmnbMfXMkQCM

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