di Giuliano Zoroddu

Figlio di un mercante, Giovanni Fisher nacque a Beverley, nello Yorkshire, nel 1469. Conclusa la formazione primaria presso la locale scuola di grammatica (la Beverley Grammar School, ancora attiva), nel 1484 iniziò gli studi presso l’Università di Cambridge, dove ottenne i gradi di Baccelliere ne 1487 e Maestro nel 1491. Il 17 dicembre dello stesso anno, grazie ad una speciale dispensa papale, fu ordinato prete, sebbene non avesse ancora l’età canonica, dall’Arcivescovo di York Thomas Rotherham. Nel 1497 Lady Margaret Beaufort, madre di Enrico VII Tudor, lo scelse come suo confessore. Terminò gli studi il 5 luglio 1501, conseguendo la laurea in Sacra Teologia; dieci giorno dopo assumeva la carica di Vicecancelliere dell’Università.
Versatissimo in ogni sapere sacro e profano e dotato dei pregi più soavi, tanto che l’amico Erasmo da Rotterdam lo disse “incomparabile per rettitudine della vita, conoscenza e magnanimità”, il 14 ottobre 1504, ad istanza del Re, Giulio II lo elesse Vescovo di Rochester. La consacrazione episcopale gli fu conferita il 24 novembre successivo dall’Arcivescovo di Canterbury William Warham. Nello stesso anno divenne Cancelliere della sua Università e tutore del principe Enrico (il futuro Enrico VIII). Nel 1512 fu nominato rappresentante del Re d’Inghilterra al Concilio Lateranense V.
Pio XI, che lo canonizzò, così ne descrive l’episcopato:
“Nell’esercitare tale ministero fu acceso di tale fervore di pietà e di operosa carità verso le anime e risplendette di tanto zelo nel difendere l’integrità della fede cattolica che la sua casa episcopale sembrava piuttosto un tempio, una sede di arti belle e una università, che una casa privata. Era solito castigare il fragile corpo con digiuni, flagelli, cilizi; e niente gli era più familiare che visitare i poveri, alleviare le loro miserie, sollevare la loro povertà e se trovava dei peccatori turbati e atterriti per le loro colpe nefande, confortava i loro animi sfiduciati e li innalzava alla fiducia nella divina misericordia. Spesso, mentre celebrava il Santo Sacrificio effondeva abbondanti lacrime dagli occhi scintillanti, indizio e testimonianza della sua bruciante carità: e mentre attendeva all’ufficio delle predicazioni appariva a tutti gli astanti non già un nunzio e predicatore umano, ma come un Angelo di Dio in veste mortale. E se era di cuore mite e benigno verso ogni genere di miserie, quando si trattava della incolumità della fede e della genuina integrità dei costumi, come un altro Precursore del Signore, del cui nome si gloriava, non ebbe mai timore di annunziare pubblicamente la verità e di difendere con tutte le forze i divini precetti”[1].
Di fronte all’insorgere di Lutero contro la Chiesa si mostrò subito difensore dell’Ortodossia e nemico acerrimo degli eretici. Nel 1521, assieme a Tommaso Moro, aiutò Enrico VIII a comporre quella Assertio Septem Sacramentorum contro l’eretico. Famosissimo fu il sermone che, nel 1526, tenne contro il Sassone e le sue dottrine perverse dal pulpito esterno dell’antica Cattedrale di Londra (il St Paul’s Cross). Tre anni più tardi fece arrestare e condannare a morte l’eretico Thomas Hitton, considerato il “protomartire della Riforma” (sic!) in Inghilterra.
Ma ad altre battaglie lo destinava il Signore. Enrico VIII, cui la lussuria fece dimenticare l’antica militanza antiluterana che gli aveva meritato da Leone X il titolo di Defensor Fidei, non avendo ottenuto da Clemente VII l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona (già vedova di suo fratello Arturo) pensò bene di farsi “annullare” il matrimonio dal nuovo Arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer e di convolare ad ingiuste nozze con l’amante Anna Bolena (1533) e di proclamarsi, punendo con la morte i negatori, Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra (1534).
Essendosi fieramente opposto – unico tra i Vescovi – a tutto questo cumulo di iniquità, per “illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio … e il primato gerarchico che i Romani Pontefici posseggono per diritto divino”[2] fu tratto in arresto per lesa maestà nell’aprile del 1534 e imprigionato nella Torre di Londra. Suo compagno di prigionia, per gli stessi motivi, fu Tommaso Moro.
Nel maggio del 1535, Paolo III, con l’intenzione di evitare al Prelato la morte, lo creò Cardinale Prete di San Vitale, ma tutto fu vano: il 17 giugno Fisher veniva condannato a morte. La sentenza sarebbe stata (e fu) eseguita al Tyburn il 22 giugno, festa di sant’Albano, protomartire della Britannia.
“Mentre si dirigeva verso di esso con fronte serena, recitando l’Inno ambrosiano [il Te Deum, ndr] rendeva somme grazie a Dio che gli concedeva di coronare con la gloria dei Martiri il corso di questa vita terrena, e raccomandava a Dio con ferventissima preghiera se stesso, il popolo e il Re: dal che appare evidente che l’amor di patria non è diminuito dalla religione cattolica, ma piuttosto massimamente accresciuto. Ascendendo poi al patibolo e risplendendo alla luce del sole la sua veneranda canizie come un diadema, disse con volto ilare: “Accostatevi a lui e sarete illuminati e i vostri volti non arrossiranno”. Oh certamente alla sua santissima anima, liberata dai lacci del corpo e volante verso il cielo, corsero incontro le festanti schiere degli Angeli e dei Santi”[3].
Così si rivestì veramente di quella Porpora Romana “per quod designatur, quod usque ad mortem et sanguinis effusionem inclusive, pro exaltatione Sanctae Fidei, pace et quiete Populi Chiristiani augmento et statu Sanctae Romanae Ecclesiae, … intrepidum exhibere [debere]”.

Il Moro lo avrebbe seguito nella gloria, due settimane più tardi, il 6 luglio.
Entrambi furono beatificati da Leone XIII il 29 dicembre 1886 e canonizzati da Pio XI il 9 maggio 1935.


[1] Pio XI, Omelia per la Canonizzazione dei Martiri Giovanni Fisher  e Tommaso Moro, 9 maggio 1935, AAS, XXVII (1935), pp.  205-206.
[2] Ivi, p. 206.
[3] Ibidem.


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