[GLORIE DELL’EPISCOPATO] Giuseppe II, Patriarca di Costantinopoli (1360-1439)

di Giuliano Zoroddu

Tomba del patriarca Giuseppe II in Santa Maria Novella (Firenze)

Di origini bulgare – si è ipotizza che fosse figlio illegittimo dello zar Ivan Šišman di Bulgaria o di suo padre Ivan Alessandro – Giuseppe nacque nel 1360. Nulla si sa della sua giovinezza, se non che fu monaco presso il Monte Athos. Nel 1393 fu eletto Arcivescovo di Efeso da Manuele II Paleologo, il quale pure lo volle esaltò al Patriarcato di Costantinopoli. In questa veste, nel 1422, ricevette fra’Antonio da Massa Marittima, che Martino V aveva inviato all’Imperatore per discutere dell’unione ecclesiastica fra Greci e Latini.
Per la stessa motivazione quindici anni più tardi, sebbene sulla soglia degli ottant’anni, seguirà in Italia l’Imperatore Giovanni VIII Paoleologo. Eugenio IV, succeduto nel 1431 a Martino V, aveva infatti convocato a Ferrara i Concilio Ecumenico. Sbarcati a Venezia l’8 febbraio 1438, la legazione greca giunse a nella città emiliana nel marzo. Il Patriarca vi arrivò su una sontuosissima nave il 7 marzo e il giorno dopo entrò in città, accompagnato da due Cardinali, venticinque vescovi, e vari prelati della Corte Romana, oltre al Duca coi suoi figli e coi dignitari. Con magnifica cavalcata raggiunse il palazzo pontificio dove il Papa, andandogli incontro, lo accolse calorosamente con un fraterno abbraccio, lo fece sedere alla sua destra su un seggio simile a quello dei Cardinali presenti, quindi ammise al bacio del piede i prelati greci. Il 9 aprile prese parte alla sessione pubblica del Concilio. La malattia non gli permise di assistere alle discussione fra i Padri conciliari, sicché, ponendosi personalmente su posizioni unioniste (del pari dei dottissimi Bessarione di Nicea ed Isidoro di Kiev), seguì i lavori della sacra assise tramite le riunioni che la legazione greca teneva presso la sua casa. Intanto nel gennaio 1439, per la peste scoppiata a Ferrara, il Concilio si spostò a Firenze, dove tuttavia tra lunghissime esposizioni di dottrina patristica e di erudizione filologica non si riusciva a trovare l’accordo sull’articolo del Credo riguardante la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio. Questo venne raggiunto il 30 maggio, quando il Patriarca Giuseppe e dieci metropoliti tra i quali anche i rappresentanti dei Patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme convennero sulla verità e legittimità del Filioque. L’8 giugno i Greci lessero al cospetto del papa la loro relazione: “Noi siamo d’accordo con voi: l’addizione che voi avete fatto al Simbolo viene dai Santi e noi l’approviamo e siamo uniti con voi e diciamo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo come da un solo principio e da una sola causa” [1].
A questo Giuseppe avrebbe voluto che si procedesse alla pubblicazione del decreto di Unione (la qual cosa sarebbe avvenuta il 6 luglio) per la quale tanto aveva lavorato, ma ciò non era nei piani della divina provvidenza. La sera tra il 9 e il 10 giugno si sparse la notizia della sua morte; al che i prelati greci si recarono nei suoi appartamenti per accertarsene. Come riferirono i famigli, consumata la cena, si era ritirato nel suo studio, dove si mise a scrivere. Quindi preso da un tremito finale, rese l’anima a Dio. I convenuti lessero quella scrittura:
“Io, Giuseppe, per la divina misericordia Arcivescovo di Costantinopoli, nuova Roma, e Patriarca Ecumenico, trovandomi alla fine della mia vita e apprestandomi ormai a pagare il comune debito, per grazia di Dio scrivo e sottoscrivo questa mia dichiarazione apertamente perché la conoscano tutti i miei figli. Dunque io dichiaro di credere convintamente ogni cosa che crede e afferma dogmaticamente la Cattolica ed Apostolica Chiesa di nostro Signor Gesù Cristo della antica Roma. Confesso che il Papa dell’antica Roma è il Padre dei Padri, Pontefice Massimo e Vicario di nostro Signor Gesù Cristo e conferma la fede di tutti. Confesso anche che vi è il Purgatorio delle anime. In fede di ciò io ho firmato questo mio scritto il 9 giugno 1439” [2].
Eugenio IV gli rese personalmente solenni onoranze funebri presso il Convento dei Domenicani dove il defunto dimorava. I Padri Greci officiarono i funerali secondo il loro rito e vi assistette l’Imperatore, i Cardinali e tutti i Vescovi Latini.
Santa Maria Novella ne custodisce tuttora le spoglie in attesa della resurrezione finale.



[1] Mansi, Collectio Conciliorum, 31, col. 1002.
[2] Labbè, Collectio Conciliorum, tomo XVIII, col. 506.

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