I Protomartiri della Santa Chiesa Romana

a cura di Giuliano Zoroddu

Henryk Siemiradzki, Le torce di Nerone, 1877

Nella correzione del Martirologio Romano intrapresa sotto Gregorio XIII, venne introdotta il 24 giugno la commemorazione di quella multiiudo ingens che, al dire di Tacito, fu massacrata da Nerone in odio al nome Cristiano. Come lo stuolo degli Innocenti precedette Gesù, cosi anche si volle che questo candido coro d’ogni età, sesso e condizione precedesse in qualche modo la festa dei due Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo. Lo storico pagano descrivendo gli orrendi supplizi sostenuti da questa turba nel circo Vaticano, fa in maniera da rivolgere su Nerone stesso l’onta del delitto di cui venivano accusati i Cristiani, rei: «non tam urbis incendio quam odio generis humani convicti sunt»[1].
Quelle tede umane che rischiararono le notturne orgie vaticane del figlio di Agrippina, impressionarono altresì l’Apostolo Pietro il quale, trattando della persecuzione, nella sua prima Lettera, (IV, 12) la chiama addirittura τῇ ἐν ὑμῖν πυρώσει πρὸς πειρασμὸν, la prova del fuoco. Anche san Clemente nella sua epistola ai Corinti (VI, 1) accenna con orrore agli osceni strazi delle vittime, specialmente le donne: «propter zelum persecutionis passae mulieres Danaidae et Dircae … gravia et nefanda supplicia sustinuerunt»[2].
La memoria di quei primi martiri della Chiesa Romana, – la persecuzione veramente si estese a tutto l’impero, giacché Tacito ci parla d’una multitudo ingens – si conservò sempre viva nel cuore e nella fede dei cittadini, specialmente in Vaticano dove appunto si svolse l’orribile supplizio. Nel medio evo, quasi tutta l’area del circo venne occupata in parte dal fianco sinistro della basilica di san Pietro, in parte da una serie di oratorii, di cui alcuni, come sant’Andrea presso la spina del circo, rimasero in piedi sino ai tempi di Sisto V.
San Pio V, appunto per rispetto ad un suolo consacrato dal sangue di tanti Martiri, vietò che si tenessero dei giuochi in Vaticano; e richiesto di qualche sacra Reliquia da un diplomatico, gli consegnò senz’altro un po’ di terra raccolta innanzi alla basilica Vaticana. L’altro si credè burlato e ne mosse qualche lamento; ma il santo Pontefice gliela mostrò allora miracolosamente tinta di fresco sangue (vedi qui).
Quando nel 1626 sotto Urbano VIII furono scavate le fondamenta del baldacchino di bronzo che ora ricopre l’altare della confessione in san Pietro, vennero trovati una quantità di sepolcri, molti dei quali contenevano delle ossa abbruciate, miste a ceneri e carboni. Si corse subito col pensiero ai Martiri cremati da Nerone nel circo Vaticano; e perciò il Papa fece lasciare quelle Reliquie nel medesimo luogo dov’erano state trovate; anzi, molte ossa frammiste alla terra furono raccolte entro uno speciale poliandro, che venne interrato in vicinanza del sepolcro di san Pietro.
Non lungi dalla spina del circo Neroniano, Carlo Magno nel secolo vili fondò un ospizio – Schola – pei pellegrini franchi; il quale, dopo molte trasformazioni e peripezie, esiste tuttavia sotto il nome «Santa Maria della Pietà in Campo Santo». La terra del cimitero nella quale i defunti dormono il loro sonno di pace[3], è quella stessa in cui vennero confitte le croci ed i pali ai quali Nerone fece legare le sue tede umane.
A consacrare perciò il ricordo di quel primo massacro di Cristiani, la Santa Sede che aveva già concesso al clero locale di quella chiesa la celebrazione d’una speciale festa liturgica in onore dei Protomartiri Romani, ne estese non ha molto la solennità col grado di doppio di II classe a tutta intera la Città Eterna. La festa però, dal 24 giugno venne trasferita al dì precedente alla vigilia dei due Principi degli Apostoli, quasi a ricollegare gli avvenimenti ed a riavvicinare la strage dei discepoli al martirio dei Maestri. Ogni anno adesso Roma celebra con rito magnifico la memoria gloriosa dei suoi Protomartiri. Dopo il tramonto, una sacra teoria di prelati, di ecclesiastici e di fedeli recanti in mano dei cerei accesi, esce dalla Schola Saxonum e salmodiando sfila lungo l’area dell’antico circo Neroniano. L’ora vespertina, le torce illuminate, la suggestione del luogo e della stagione rendono meravigliosamente viva alla mente la memoria di quelle prime vittime della persecuzione cristiana. Frattanto il grande campanone di san Pietro dà i suoi rintocchi trionfali, e la luce rossastra delle torce sostenute dal clero salmodiante si riflette sull’obelisco di Caligola che sorgeva già sulla spina del circo, e ci fa leggere l’iscrizione incisa da Sisto V alla base del monolito: Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.


I testi per i canti della messa, distaccandosi dalle regole classiche dell’Antifonario Gregoriano, accusano dei criteri affatto arbitrari.

Così, l’antifona per l’introito deriva dall’Epistola di san Paolo ai Romani, il quale a sua volta s’ispira al salmo 43. Segue poi il salmo 45.
Rom., VIII, 36, 37: «Per te, o Signore, siamo ogni giorno tratti a morte, quasi pecore da macello; ma riusciamo superiori a tutte queste prove, a cagione di colui che ci ha amato». Salm. 45: «Dio è nostro rifugio e nostra fortezza contro le tribolazioni gravi che ci hanno assalito».

La colletta è la seguente : «O Signore, che hai voluto consacrare col sangue d’uno stuolo immenso di Martiri le primizie della Fede Romana; fa sì che la fortezza da essi mostrata durante un sì fiero combattimento rafforzi il nostro coraggio, così che meritamente ci possiamo congratulare del loro trionfo».

La lezione è come il 20 gennaio (Ebr., XI, 33 e seg.); solo che vi si aggiungono i versi 39-40, con delicata allusione al prossimo martirio dei santi Apostoli, che celebreremo di qui a due giorni: «Tutti costoro riuscirono accetti per la confessione della loro fede; ma essi ancora non hanno conseguito il promesso premio, perché Dio ha voluto meglio provvedere anche a noi, per modo che essi non vengano coronati senza di noi».
No, o Paolo; i Protomartiri Romani che tu e Pietro rigeneraste a Cristo, non verranno coronati senza di voi. Essi vi precederanno e vi attenderanno sulle soglie del cielo, per accompagnarvi dopo domani, il dì del vostro trionfo. Anzi, mentre le loro spoglie mortali dormiranno il sonno di morte accanto alle vostre, le anime loro gloriose formeranno in cielo la più fulgida vostra corona.

Il responsorio (Ps XXXIII, 18-19), il verso alleluiatico e la lezione evangelica (Matth. XXIV, 3-13), sono come il 15 febbraio.

Per l’antifona offertoriale invece, il moderno redattore ha preso quella ad Communionem che ricorre il 12 giugno per la messa dei martiri Basilide e soci. Sarebbe stato meglio rispettare la tradizione gregoriana, e se si voleva prendere l’antifona anche per l’odierna festa, bisognava conservare al pezzo musicale la sua prima destinazione. La melodia gregoriana d’un Communio non può mai divenire un offertorio.
«Posside filios morte punitorum». Iddio possiede i figli dei Martiri, quando il regno della sua carità è pieno ed intero sopra di loro; di guisa che, quello che il rogo ha fatto ai Padri loro quando li ha consumati in olocausto al Signore, faccia altresì nei loro nepoti e discendenti la fiamma dell’amore.

La preghiera sulle oblate è antica. «Accogli, o Signore, l’oblazione sacra che oggi ti offriamo in memoria dei supplizi già tollerati dai tuoi Martiri. E come questa conferì loro la fortezza in mezzo all’incendio della persecuzione, così infonda a noi costanza di fronte alle avversità della vita».
Il farmaco è identico contro un identico, congenito morbo. La divina Eucaristia che ha fatto i Martin nei tre primi secoli della Chiesa, farà dei Cristiani forti e degni di questo nome anche nel secolo vigesimo.

L’antifona per la Comunione è tolta dall’odierno Vangelo (Matt. XXIV, 9, 13): «Vi ridurranno in tribolazione, e vi uccideranno, dice il Signore. Sarete inoltre in odio a tutti a cagione del mio nome; chi sarà perseverante fino alla fine, quegli sarà salvo».
Perché mai Gesù preannunzia ai suoi seguaci queste tribolazioni? Oltre che a prepararci l’animo per meglio sostenerle, giacché cimento aspettato è mezzo superato. Gesù lo fa ad indicarci che tutte le mene  e gli odi dei persecutori, come non possono sottrarsi all’ambito della sua scienza divina, così neppure sfuggono a quello della sua Provvidenza. Gli empi non hanno sopra i buoni se non quel potere che Dio stesso permette loro, onde raffinare la virtù dei santi, come si fa coll’oro nel crogiuolo.

Ecco la preghiera di ringraziamento: «A coloro che si sono nutriti del celeste Pane concedi, o Signore, quello spirito d’intrepida fortezza, in grazia della quale i tuoi gloriosi Martiri, maciullati dalle zanne delle belve, divennero quasi un bianco pane offerto a Cristo in sacrificio». Il pensiero è del martire Ignazio d’Antiochia, il quale perciò si paragonava al frumento del Signore, che dev’essere macinato dai denti dei leoni.

In onore dei Protomartiri del circo Neroniano, riferiamo la bella epigrafe Damasiana commemorativa dei grandi lavori di prosciugamento compiuti da quel Pontefice nell’area del cimitero Vaticano :

CINGEBANT – LATICES – MONTES – TENEROQVE – MEATV
CORPORA – MVLTORVM – CINERES – ATQVE – OSSA – RIGABANT
NON – TULIT – HOC – DAMASVS – COMMVNI – LEGE – SEPVLTOS
POST – REQVIEM – TRTSTES – ITERVM – PERSOLVERE – POENAS
PROTINVS – AGGRESSVS – MAGNVM – SVPERARE – LABOREM
AGGERIS – IMMENSI – DEIECIT – CVLMINA – MONTIS
INTIMA – SOLLICITE – SCRVTATVS – VISCERA – TERRAE
SICCAVIT – TOTVM – QVIDQVID – MADEFECERAT – HVMOR
INVENIT – FONTEM – PRAEBET – QVI – DONA – SALVTIS
HAEC – CVRAVIT – MERCVRIVS – LEVITA – FIDELIS

Le acque scorrevano lungo la collina e le infiltrazioni bagnavano i corpi, le ceneri e le ossa dei defunti. Damaso però non volle permettere più oltre che coloro i quali, giusta la comune legge, giacevano nel sepolcro, nella loro stessa requie di morte fossero nuovamente esposti a subire degli oltraggi. Si accinse pertanto ad un’ardimentosa impresa, qual era quella di spianare l’alta collina. Con questo lavoro raggiunse due intenti: scrutando le intime viscere del monte, prosciugò tutta quella zona dall’umidità, e ritrovò inoltre una sorgente d’acqua che (condotta al battistero) ci largisce le grazie della salute eterna. Il fedele levita Mercurio ebbe cura di questi miglioramenti.


(Card. A. I. Schuster O.S.B., Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VII. I Santi nel Mistero della Redenzione. (Le feste dei Santi dalla Quaresima all’Ottava dei Principi degli Apostoli), Torino-Roma, 1930, pp. 285-289)


[1] “Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo” (Tacito, Annales,  XV, 44).

[2] “Per l’invidia furono perseguitate, come e Danaidi e come Dirce, quelle donne … e patirono atroci e nefandi supplizi”. Vedi anche Giuliano Zoroddu, Sulle orme della Guarducci alla scoperta della data del martirio di san Pietro, Radio Spada, 13 ottobre 2018.

[3] L’Autore rievoca con piacere queste sacre memorie del circo Neroniano, perché entro quel santo Cimitero attendono l’ultima resurrezione le ossa dei suoi amati genitori.

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