Il Concilio di Firenze: lo Spirito Santo tra Fede e Filologia

a cura di Giuliano Zoroddu

L’8 febbraio 1438 sbarcava a Venezia la legazione greca diretta al Concilio che papa Eugenio IV aveva convocato a Ferrara (poi verrà spostato a Firenze a motivo della peste) per discutere dell’unione ecclesiastica fra Greci e Latini, che almeno sulla carta sarebbe stata raggiunta il 6 luglio 1439, e che avrebbe dovuto essere il punto di partenza per far fronte contro il Turco. A capeggiarla era lo stesso imperatore Giovanni VIII Paleologo e ne facevano parte i più dotti bizantini. Questi dovettero competere coi più dotti latini. Parte rilevantissima se non fondamentale ebbero in queste diatribe fra prelati i codici, i codici più antichi, di san Basilio, san Cirillo, sant’Epifanio ed altri,  sulle cui versioni – se fossero autentiche od adulterate – dibatterono per mesi questi Padri Conciliari umanisti, onde la ricerca e la riaffermazione della verità dogmatica andava di pari passo con la ricerca e con lo stabilimento della “verità” filologica. Ecco, di seguito, una di queste accese diatribe.

Siccome si entrava a discutere direttamente la processione dello Spirito Santo, fra’ Giovanni[1] domandò ai Greci che cosa intendessero per processione, quando dicevano che lo Spirito Santo procede dal Padre. Marco d’Efeso[2] rispose: «Io intendo una produzione per la quale lo Spirito Santo riceve da lui l’essere e tutto ciò ch’egli è propriamente». «Benissimo! – ripigliò il domenicano – noi abbiamo questa conclusione: Lo Spirito Santo riceve dal Padre di essere, o egli ne procede, è la medesima cosa. Ecco dunque com’io ragiono: Da chi lo Spirito Santo riceve l’essere, da questo altresì procede: ora, lo Spirito è detto ricevere l’essere dal  Figliuolo; dunque lo Spirito procede dal Figliuolo, secondo il senso proprio della parola processione, come voi avete concesso. Ora, che lo Spirito riceva l’essere dal Figliuolo, si può dimostrarlo con molte testimonianze». «Ma – interruppe Marco d’Efeso – donde avete voi che lo Spirito Santo riceva l’essere dal Figliuolo? Noi non concediamo questo». «La vostra domanda mi piace – replicò fra Giovanni – e vi rispondo subito. Dunque, che lo Spirito Santo riceva dal Figliuolo l’essere, si prova dalla parola di s. Epifanio nel suo Ancorato, tradotto in latino da Ambrogio il camaldolese sopra un vecchio manoscritto greco, ove, parlando nella persona del Padre, si esprime così: “Io chiamo Figliuolo colui che è da lui, e Spirito santo colui che solo è dai due”. Secondo questa parola di s. Epifanio, se lo Spirito è dai due, egli riceve dunque altresì dai due l’essere. È detto inoltre nel medesimo libro: “E siccome nessuno ha veduto il Padre altro che il Figliuolo, né il Figliuolo altro che il Padre, così io ardisco dire: nessuno conosce lo Spirito Santo altri che il Padre e il Figliuolo, dal quale esso riceve e procede, né il Padre e il Figliuolo altro che lo Spirito il quale glorifica veramente, che insegna ogni cosa, che è dal Padre e dal Figliuolo”. In questo passo s. Epifanio piglia quale sinonimo “essere dal Padre e dal Figliuolo” e “ricever dal Padre e dal Figliuolo”. Noi sappiam dunque primieramente da s. Epifanio che lo Spirito santo riceve l’essere suo dal Padre e dal Figliuolo»[3].

Questo argomento non ammetteva replica, tanto più che s. Epifanio è uno dei più antichi Padri Greci. Perciò Marco d’Efeso si ridusse ad osservare che s. Epifanio non diceva testualmente che lo Spirito Santo riceve il suo essere dal Figliuolo, e che ciò non risultava nemmeno dalle sue parole per una conclusione necessaria. A questo fine egli consumò tutto il rimanente della seduta in infinite arguzie per sostenere che essere da qualcheduno o riceverne l’essere non era affatto la stessa cosa, ma una cosa ben diversa. Il che prova almeno che l’argomentazione del domenicano lo impacciava assai. Il Provinciale dei Domenicani voleva esporre subito le autorità dei padri, allorché Marco d’Efeso gettò in mezzo alla discussione un passo di s. Basilio, sul cui senso fu disputato per tutta la sessione seguente. La qual cosa era tanto più facile, perché […] s. Basilio non si era espresso che in una maniera coperta sull’articolo dello Spirito Santo. Nondimeno, ad onta di tutte le sottigliezze di Marco d’Efeso, la discussione fece un gran passo. Fra’ Giovanni mostrò chiaramente che, secondo i Latini, lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo, come da un solo principio e non da due[4]. Il che cominciò a distruggere una delle più forti preoccupazioni dei Greci, i quali s’immaginavano sempre che i Latini credessero che lo Spirito Santo procedeva dal Padre e dal Figliuolo, come da due principii. Ciò che aumentava la difficoltà è che il lesto di s. Basilio non era lo stesso in tutti gli esemplari. In quelli che producevano i Latini era interamente in lor favore. Eunomio dall’essere lo Spirito Santo il terzo in ordine nella Trinità aveva conchiuso ch’egli era il terzo in natura. S. Basilio diceva nella sua confutazione: «Qual necessità vi è ch’egli sia il terzo per natura perché è il terzo per dignità e per ordine? Perché per dignità egli è il secondo dopo il Figliuolo, avendo da lui l’essere e ricevendo da lui e annunziandolo a noi e dipendendo assolutamente da questa causa: ecco ciò che insegna la dottrina della pietà»[5]. Marco d’Efeso convenne che questo testo si trovava così in più esemplari; ma pretendeva che le parole «avendo da lui l’essere e ricevendo da lui e annunziandocelo, e dipendendo assolutamente da questa causa» erano un’addizione che non si trovava nel maggior numero d’esemplari a Costantinopoli. Subito il Provinciale dei Domenicani produsse un esemplare greco, di fresco portato da Costantinopoli da Nicola di Cusa[6], e che dalla pergamena e dal carattere delle lettere pareva aver più di seicento anni, senz’alcuna traccia di cancellatura ne di addizione, e in cui nondimeno il lesto si trova compiuto. E aggiunse che, secondo la storia e gli Atti dei Concili, i Latini non avevano altrimenti la consuetudine di alterare i Concili. Ecco quanto c’insegna l’autore greco degli Atti di Firenze[7]. S. Antonino, che assisteva a queste sedute per ordine del Papa, riferisce un’altra particolarità. Siccome i greci parevan così convinti d’aver levato quelle parole di Basilio, l’imperatore disse che non si doveva stare ai pochi esemplari che avevano tale addizione, ma al maggior numero ch’era in Grecia e che non l’avevano. Il cardinale Giuliano[8] rispose immantinente: «Poiché la Maestà vostra ha voluto scendere ella stessa in questo campo, non doveva portar le sue armi senza aspettarle nel più forte della mischia?». I Greci rimasero senza parole e vinti[9]. Fra la ventesima sessione e la ventunesima fra’ Giovanni ebbe cognizione di un’omelia di s. Basilio intorno lo Spirito santo, sopra un manoscritto greco antichissimo e tradotto da Leonardo Aretino[10], cancelliere di Firenze. Egli ne citò un passo da cui s’aveva a conchiudere che lo Spirito Santo riceveva dal Figliuolo la divinità medesima. Marco d’Efeso contrastò molto, ma si vide talmente stretto dagli argomenti del Domenicano che più volle non seppe che rispondere e fini per convenire che il passo poteva avere il suo antagonista. Questi fece in sul subito vedere che se gli si dava il senso di Marco d’Efeso, s. Basilio avrebbe detta un’inezia e contraddetto a sé medesimo. Marco d’Efeso non seppe neppur questa volta rispondere parola. Ciò sappiamo dall’autore greco degli Atti del Concilio[11]. Questa discussione si terminò nella sessione ventesimaseconda, nella quale fra Giovanni espose di nuovo in qual maniera lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo, come da un sol principio. «Ascoltate con pazienza, reverendissimo padre – disse egli all’arcivescovo d’Efeso – e comprendete quello che dirò. Assolutamente, nelle persone divine, noi diciamo una sola causa e un solo principio, il Padre; del Figliuolo per la generazione, dello Spirito per la processione; e perché il Padre generando senza tempo il Figliuolo, produce anche lo Spirito, il Figliuolo riceve dai Padre e di essere e di produrre lo Spirito, non da sé medesimo, ma da colui onde esso medesimo riceve suo essere. In questo modo il Padre è primordialmente e assolutamente causa o principio dello Spirito; non vi son dunque due cause o  due principii , poiché tutto ciò che ha il Figliuolo si riconduce al Padre». In queste diverse sedute o congregazioni, il Provinciale dei Domenicani produsse altresì moltissimi altri passi dei Padri, cosi Greci come Latini, di cui l’autor greco non parla, ma che sono riferiti negli Atti del Vaticano; fra gli altri la professione di fede di papa s. Damaso a Paolino di Antiochia. Nella ventesimaterza sessione Marco d’Efeso parlò ancora assai lungamente, ma fuor della questione. Fra’ Giovanni finì per dirgli: «Voi avete cominciato una lunga teologia, certo per istruire i vostri uditori, ma senza comprendervi quello che noi crediamo della consustanziale Trinità. Io ve l’insegnerò e vi darò questa risposta ben chiara. Noi che seguiamo la Cattedra Apostolica , noi riconosciamo una sola causa o principio del Figliuolo e dello Spirito, il Padre ; poiché fin dal principio della predicazione degli apostoli la nostra fede splendette più raggiante del sole. Poiché la parola del Signore che dice a Pietro: “Le porte dell’inferno non avranno forza contra di lei”, non è passata e non passerà punto; per questo l’unica base e fondamento di tutte le Chiese dei Cristiani è la Chiesa Romana, come colei che ha la vera pietà e che chiude la bocca a tutti gli eretici. Perciò ella non crede due principii o due cause, ma un solo principio ed una sola causa: quanto a quelli che ne dicono due, noi li anatemizziamo». Avendo l’orator latino così parlato, e non volendo i Greci discutere più avanti intorno la confessione della fede, si levò la seduta. «Noi uscimmo dall’assemblea – dice l’autor greco – e sentimmo una gran gioia in vedere che i Latini riconoscevano una sola causa del Figliuolo e dello Spirito Santo, il Padre, e non dicevano due cause». In queste disposizioni si tenne una nuova assemblea il 21 marzo, ch’era giorno di sabato. Marco d’ Efeso non vi venne e neppure Antonio dì Eraclea. Il Provinciale dei Domenicani ne mostrò dispiacere, ricapitolò ciò ch’era stato discusso e lesse i passi di un gran numero di Padri, soprattutto d’Occidente. Egli terminò nella sessione seguente coi Padri Greci, e fra l’altre colle parole di s. Epifanio nell’Ancorato: «Se il Cristo è creduto da Dio, come Dio da Dio, lo Spirito lo è da ambedue. Siccome nessuno conosce il Padre, se non il Figliuolo; cosi io oso dire che nessuno conosce il Figliuolo, se non lo Spirito, il quale procede dall’uno e dall’altro».

I Greci pregarono i Latini di prestar loro i libri affine di esaminare più ad agio i passi de’ Padri. Si fermò un giorno per fare insieme una tale verificazione. Dopo considerati i libri dall’una parte e dall’altra, si riconobbe che vi era qualche mezzo di conciliare la pace. Ma, sulla domanda del Patriarca, il Papa reputò ben fatto che non si tenessero sedute nelle feste di Pasqua, ma raccomandando ai Greci di cercare in questo intervallo qualche mezzo di riunione, o il mezzo di ritornarsene in patria.

Essendosi dunque i Greci radunati dal Patriarca, Isidoro[12], metropolitano della Russia, parlò in questi termini: «E meglio che ci riuniamo di spirito e di corpo anziché andarcene senza far nulla; poiché l’andarcene è facile, ma come, ma per dove, ma quando? questo è ciò che io non vedo».

Poscia ch’egli ebbe sviluppate  queste idee, il Bessarione parlò nel medesimo senso con molta prudenza ed eloquenza. Dositeo di Monembasia rispose: «E che volete? che noi ritorniamo alla nostra patria a spese del papa e col tradire il nostro dogma? Io voglio piuttosto morire che farmi Latino».

Il metropolitano di Russia replicò: «Neppur noi vogliamo farci Latini, ma diciamo che la processione dello Spirito Santo è attribuita al Figliuolo non solo dai Santi d’Occidente, ma anche dai Santi d’Oriente. Perciò è giusto che, conformandoci ai nostri Santi, noi ci uniamo colla Chiesa Romana». A queste parole, Antonio d’Eraclea disse: «E chi sono i più fra i Padri dei Concili? sono tutti i nostri Santi o quelli d’Occidente? Bisogna dunque seguire il maggior numero, i quali dicono che lo Spirito Santo procede dal Padre, non dal Figliuolo».

Marco d’Efeso, pigliando la parola, fece un lungo discorso per ripetere la stessa cosa, aggiungendo che i Latini erano non solamente scismatici, ma eretici: «La nostra chiesa – disse egli – ha dissimulato ciò, perché essi erano in troppo gran numero e più forti di noi; ma noi non ci siamo separati da loro per nessun’altra ragione se non perché sono eretici. Per ciò non conviene in alcun modo di riunirci a loro, a meno che non levino l’addizione dei Simbolo e recitino il Simbolo come noi».

Bessarione di Nicea[13] ripigliò in un attimo: «Dunque quelli che dicono che lo Spirito Santo procede anche dal Figliuolo sono eretici?». «Senz’alcun dubbio» rispose Marco d’Efeso. «Dio mi perdoni! – esclamò il prelato di Nicea – e i Santi che dicono questo sono eretici? Diventino mute le lingue fraudolenti che parlano contro i Santi! Ma voi altri ascoltate con intelligenza. I Santi dell’Oriente e dell’Occidente non discordano fra loro, ma lo stesso Spirito Santo ha parlato in tutti i Santi. Se vi piace, paragoniamo fra essi i loro scritti, e vedremo che i Santi non sono in disaccordo». «E chi sa – insisteva Marco d’Efeso – chi sa che i libri non siano stati falsati da loro?». «E chi sarà sì ardito di sostenere – replicò Bessarione – che tulle le omelie, tutte le interpretazioni del Vangelo, tutti i trattati di teologia sono stati falsati? Se noi trascorriamo a tanto, non rimarrà nei libri altro più che carta bianca». Dopo questi ed altri simili discorsi, i Greci si levarono discordi fra loro e senza conchiuder nulla.

Il mercoledì santo si raccolsero nella casa del Patriarca, il quale domandò loro se avevan qualche cosa da dire. Quello di Eraclea rispose: «Noi siam venuti per la messa dei presantificati e non abbiamo altro». Quello di Mitilene disse, al contrario: «Come, noi non abbiam nulla da dire? Non disputiamo noi forse? Non siam noi forse in lotta gli uni contro gli altri? Si, signore, noi abbiamo molle cose da dire. Eccole: facciamo l’una delle due: o seguiamo i Santi e uniamoci ai Latini, o mandiamo a spasso i Santi e andiamocene. Tuttavia, se il gran Massimo [il Confessore] dicesse qualche cosa, lo ricevereste voi?». «Noi lo riceviamo».«Ora, il gran Massimo dice che lo Spirito Santo procede sostanzialmente dal Padre per il Figliuolo». Bessarione confermò la cosa con molte citazioni di Padri, in particolare di s. Tarasio. Il Patriarca ordinò di porle in iscritto, affine di deliberarne insieme coll’imperatore.

I metropolitani di Nicea e di Russia con quattro altri ecclesiastici furono deputati al Papa per dirgli che i Greci non volevano più disputare e per pregarlo d’indicare egli stesso una via di riunione.


(Storia universale della chiesa cattolica dal principio del mondo sino ai di’ nostri dell’abate Rohrbacher, Vol. XI, Torino, 1861, pp. 469-472. Il testo è stato leggermente aggiornato nel linguaggio dal redattore)


[1] Giovanni da Montenero (+ 1445/1446), Domenicano, Provinciale della Provincia di Lombardia.

[2] Detto Eugenico («il virtuoso»), nacque a Costantinopoli nel 1392, fu brillante retore, quindi Arcivescovo di Efeso dal 1437. Fu acerrimo oppositore dell’Unione coi Latini durante e dopo il Concilio, fino alla morte che lo colse 23 giugno 1444.

[3] Mansi, t. 31, col. 725.

[4] Ibidem, col. 755.

[5] Ibidem, col. 767.

[6] Umanista tedesco che si occupò di filosofia, filologia e astronomia. Fu creato Cardinale Prete di San Pietro in Vincoli nel 1448 da Niccolò V che pure lo elesse Vescovo di Bressanone nel 1550. Morì a  Todi, 11 agosto 1464.

[7] Mansi, t. 31, col. 767, 769

[8] Cardinale Giuliano Cesarini

[9] Ant. tit. 22. c. 15.

[10] Leonardo Bruni (Arezzo, 1º febbraio 1370 – Firenze, 9 marzo 1444).

[11] Mansi, t. 31, col. 803, 826, 850

[12] Cardinale Isidoro di Kiev

[13] Cardinale Bessarione di Nicea

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