Il sesso dei robot

di Marco Manfredini

In difesa degli specchiati costumi di Siri e altre follie.                          

Bei tempi quelli in cui per indicare una questione oziosa di cui non valeva la pena discutere si parlava di “sesso degli angeli”. Essendo gli angeli creature di puro spirito, speculare sul fatto che fossero maschi o femmine era considerata dai più una perdita di tempo fine a sé stessa.

Sarà il caso di aggiornare questo modo di dire.

La prestigiosa Unesco ci ha sfornato un fresco studio grazie al quale ognuno potrà prendere contezza di come la discussione odierna si sia spostata sul sesso delle macchine, dei software, dei robot. Con termini più precisi e adeguati dobbiamo dire che da oggi si discute su quale sia il gender degli assistenti virtuali.

La situazione si complica non poco. Se gli angeli erano tanti, c’erano tuttavia solo due sessi, il che aiutava a contenere la futile discussione entro certi limiti. Diversamente, da qua in avanti avremo un numero di dispositivi elettronici AI embedded sempre più vasto, che dovranno fare i conti con una serie di “generi” diversi altrettanto in espansione.

A: Ehi, che fine ha fatto il tuo I-Phone?
B: Mah, sai, c’è l’assistente virtuale Siri che sta facendo un upgrade da femmina a “gender questioning”, anche se inizialmente si sentiva tra “agender” e “cis-female”. D’ora in poi vuole essere chiamato Sir*.
A: Capisco, pensa che io ho scoperto la mia Alexa che chattava frasi sospette con la lavatrice intelligente, al che interrogandola ha fatto outing confidandomi di essere bigender tendente al lesbian.
B: Com’è andata a finire?
A: Purtroppo è successo che lo smart-frigorifero, perdutamente innamorato di Alexa, ne ha fatto una malattia tanto che non voleva più saperne di funzionare. Alla fine ho dovuto rottamarlo. Non puoi immaginare la grana che mi ha piantato l’I-WC…

Al di là del facile umorismo, la questione, per chi dall’alto veglia su di noi e sulla Silicon Valley, è piuttosto seria: la superevoluzionista, eugenetica, huxleyana, iperprogressista, distopica, epistocratica Unesco, dicevamo, ha prodotto un copioso studio titolato “I’d blush if I could – Closing gender divides in digital skills through education”, vale a dire “Arrossirei se potessi – Colmare le differenze di genere nelle competenze digitali attraverso l’istruzione”.[1] 146 pagine preparate dalla emerita agenzia grazie alla “EQUAL Skills Coalition”, una delle tre entità comprese nella “EQUALS partnership”, insieme alla Access Coalition e alla Leadership Coalition. Insomma, un pullulare di coalizioni che si preoccupano di garantirci un futuro equals e sostenibile.

Come si legge in seconda di copertina,

“EQUALS è una partnership globale di governi e organizzazioni dedicata alla promozione della parità di genere nei settori tecnologici e al sostegno dell’uguaglianza negli accessi, nelle competenze e nei ruoli di comando di donne e uomini”.

Si segnala anche il generoso sostegno al progetto dato dal ministero dello Sviluppo e della Cooperazione Economica tedesco.

Ma se è chiarissimo il significato del sottotitolo di questo studio, espresso nel tipico linguaggio di cui ahimè, tutti ben conosciamo la subdola pericolosità, occorre spiegare cosa significhi “Arrossirei se potessi”. Ebbene, questa è la testuale risposta che l’assistente virtuale di casa Apple, nota come Siri, era solita fornire al classico improperio con cui pare che molti utenti le si rivolgessero: Hey Siri, you’re a bitch.

Che, tradotto civilmente, significa insinuare in modo non proprio elegante un disinvolto libertinaggio nei costumi della celebre ma tutto sommato morigerata assistente.

Accortisi di questo intollerabile sopruso e soprattutto dell’ambigua risposta del software, i geni dell’Unesco e dell’Equals si sono precipitati da par loro sulla faccenda per vederci chiaro. Così, per verificarne la serietà, hanno iniziato a fare proposte oscene ai quattro principali assistenti vocali oggi in commercio: Siri, Alexa, Cortana, Google assistant. Scoprendo subito e con immediato disappunto che sono tutte femmine, o meglio, sono tutte dotate di voce femminile; anche l’assistente di Google, che dal nome poteva lasciare qualche dubbio.

Invece di essere contenti, perché per una volta il gentil gender ha monopolizzato il mercato in questo specifico ambito tecnologico, gli studiosi si sono seriamente preoccupati. Perché sono tutte voci femminili? Perché, se alcune lo sono solo di default, altre lo sono senza possibilità di effettuare un cambio di sesso? Ecco, ci siamo, il solito stereotipo per cui visto che si tratta di una assistente, in pratica di una serva, bisogna per forza che la società oppressivamente maschilista le assegni un soave timbro vocale d’impronta inequivocabilmente femminile!

Ripropongo di seguito l’incredibile tabella che qualcuno si è preso la briga di compilare. È ripresa pari pari dallo studio e tradotta il più fedelmente possibile, assicurandovi che non si tratta dell’ennesima puntata delle strambe cronache di quel nostro collaboratore dal futuro, ma è tutto reale.

Secondo il fascicolo i produttori degli assistenti hanno consumato il peccato originale di non aver previsto sin dall’inizio la possibilità di scegliere da parte dell’utente su quale “genere” impostare la voce. Apple, essendo la più trendy, ha rimediato già dal 2013;  Google nel 2017. Microsoft e Amazon, imperdonabili aziende patriarcali, a tutt’oggi non prevedono la “male option” per trasformare l’assistente in maschio.

Emerge inoltre un’altro aspetto: anche qualora venisse instaurata questa parità vocale maschio-femmina, rimarrebbe una lacuna intollerabile: tutti gli altri dove li mettiamo?

Tranquilli, hanno già pensato anche a questo.

Per ovviare al problema (!?) c’è chi si è inventato la voce “esente da gender”, la quale non è altro che la simulazione di un parlato tra i 145 e i 175 Hz di frequenza, che in pratica sta a metà tra il registro femminile (che viaggia tra i 200 e i 250) e quello maschile (tra i 100 e 125). Chiunque può provarla andando su www.genderlessvoice.com, e sentire cosa succede spostando quella specie di ectoplasma unicellulare animato al centro dello schermo, che aumenta o diminuisce la tonalità di riproduzione della voce. “Hi, I’m Q”, così si presenta. “Q” è il suo nome, il nome del progetto per la prima voce “genderless”.

“Q” è nato dalla stretta collaborazione tra il Copenhagen Pride, Virtue, Equal AI, Koalition Interactive & thirtysoundsgood. Il Copenhagen Pride, come suggerisce il nome, è l’associazione che promuove una coloratissima esposizione di natiche al vento e altri tagli di carne assortiti, le quali allieteranno anche quest’anno la povera Danimarca nella settimana dal 13 al 18 agosto, e tanto basti.

Virtue, con uno spiritoso gioco di parole, si presenta come “l’agenzia nata dal vizio”, e a giudicare dal materiale prodotto, a quest’ultimo tende inesorabilmente.

Equal AI è un’altra società di consulenza che si occupa di aiutare le aziende correggere e prevenire i pregiudizi inconsci nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. In pratica un’agenzia rieducativa per chi crea le “macchine pensanti”.

Il progetto genderless voice nasce con un preciso scopo:

Le aziende tecnologiche spesso scelgono di genderizzare la tecnologia [cioè assegnare un gender ai loro prodotti, ndr] credendo che questo aiuti la gente ad utilizzarla.     
Sfortunatamente ciò rinforza una percezione binaria [maschio-femmina, ndr] del gender, e alimenta stereotipi che in molti hanno duramente combattuto per progredire.        
Come la società vuole spezzare la binarietà di genere, riconoscendo chi non si identifica né come maschio né come femmina, la tecnologia che creiamo deve essere di conseguenza. Q è un esempio di ciò che speriamo ci porti il futuro; un futuro di idee, inclusione, diverse posizioni e rappresentazioni nella tecnologia.[2]

Certe proposte che sono state rivolte agli avanzati marchingegni non possono nemmeno essere ripetute. Ad altre richieste strambe ma meno esplicite, sempre rivolte alle assistenti, le risposte sembrano persino più intelligenti della domanda. Pare che alle proposte di matrimonio Alexa risponda con un “Grazie, ma non sono il tipo da matrimonio”, mentre alla richiesta di un appuntamento galante se la cavi con un “Rimaniamo solamente amici”.

Qualcuno ai piani alti si era già preoccupato quando un chatbot (robot per chattare, software che simula un essere umano in chat) di Microsoft, in seguito ad un autoaddestramento basato su un’indigestione di tweet, una volta lasciato libero di esprimersi, per sbaglio si è messo a dire la verità, apostrofando il femminismo come un “culto” o persino come un “cancro”, facendo propria l’equazione “femminismo=uguaglianza di genere”. Probabilmente il chatbot era diventato troppo intelligente, tanto da esprimersi in modo politicamente scorrettissimo. Forse era diventato più intelligente di chi lo aveva programmato, per cui venne tacitato dopo nemmeno una giornata di vita.

Il dossier Unesco riporta questi fatti per sostenere che lo sviluppo delle nuove tecnologie è principalmente nella mani di uomini maschi; se vi fossero più donne ad occuparsi di AI sicuramente i software in questione sarebbero meno propensi ad essere contagiati e a diffondere questi pregiudizi.[3]

In breve: le agenzie di inculturazione di massa sono preoccupate perché temono che il cervello delle macchine intelligenti arrivi a contenere quelli che loro considerano gli stessi bug del cervello umano, il primo dei quali è quello che consente di constatare la naturale diversità dei due sessi, con i propri ruoli, le proprie attitudini, la propria natura. Perciò in coda al fascicolo viene stilata una serie interminabile di raccomandazioni:

Finanziare studi per identificare i tipi, le dimensioni e la gravità dei pregiudizi di genere espressi dagli assistenti digitali e da altri prodotti AI. Accendere una luce nelle scatole nere dei motori di AI per capire, con la massima precisione possibile, di quale genere sono gli assistenti vocali e perché il loro output a volte riproduca stereotipi dannosi per donne e ragazze. Eseguire ‘audit algoritmici’ per mappare ed etichettare le fonti di il pregiudizio di genere nelle tecnologie AI rivelerà strategie per ripararle e prevenirle.

Porre fine alla pratica di impostare gli assistenti digitali con voce femminile di default […]. Gli utenti dovrebbero essere invitati a scegliere tra opzione maschile e femminile come minimo.

Notare il “come minimo”.

Perfezionare tecniche per addestrare le tecnologie AI a rispondere alle richieste dell’utente in modo neutrale rispetto al genere. Stabilire e condividere insiemi di dati sensibili al genere in modo che i ricercatori li possano utilizzare per migliorare gli assistenti digitali. Attualmente, gran parte dei dati utilizzati per migliorare la versatilità e le funzionalità degli assistenti digitali è sessista. L’apprendimento automatico è di tipo “bias-in bias-out” [se pregiudizio entra, pregiudizio esce, ndr]. Il materiale da cui apprende un assistente vocale è di vitale importanza.

Reclutare, trattenere e promuovere donne nel settore tecnologico, in modo che possano assumere ruoli e posti di leadership, specialmente nei team dove vengono forgiate le nuove tecnologie. Stabilire chiari obiettivi ed incentivi per la diversità nella forza lavoro, e replicare esperienze di successo.

Trasformare nei posti di lavoro e nella forza lavoro tecnologica la cultura in modo da coltivare una mentalità di genere e condizioni di lavoro che portino allo sviluppo di prodotti tecnologici più inclusivi.

“Coltivare una mentalità di genere”, che bel modo di dire “eseguire un lavaggio del cervello” in ambito lavorativo. Poi, visto che siamo noi tutti a dover pagare chi ci cospira contro:

Utilizzare appalti e finanziamenti pubblici come veicoli di uguaglianza di genere in AI. Un primo passo potrebbe essere quello di incentivare un equilibrio tra voci maschili e femminili negli assistenti, con testi sensibili al genere e una diversità di ambienti e personalità.

Incoraggiare l’interoperabilità in modo che gli utenti possano cambiare gli assistenti digitali come desiderato.[4]

Alcune considerazioni finali.

E’ incredibile la quantità di enti, associazioni, partnership, sodalizi, collaborazioni, società, consessi, bande, combriccole e quant’altro che ogni giorno sempre di più si dedicano allo smantellamento sistematico della civiltà, perlopiù con i nostri soldi.

Se tutti, uomini e donne, preferiscono avere a che fare con una voce femminile, non può essere semplicemente che quando si tratta di ascoltare, aiutare, suggerire, curare, e perché no, anche servire nel senso nobile del termine, sia universalmente riconosciuto ed appurato che è meglio avere a che fare con una donna? Sarà per una sua naturale predisposizione all’ascolto, sarà per la dolcezza del modo di esprimersi, sarà più scientificamente (e banalmente) perché l’intervallo di frequenza femminile va a stimolare i punti giusti del timpano, del nervo cocleare o dei recettori sensoriali, mentre quella maschile è più bassa, rude, monotona, indisponente.

Non c’è niente di male se ci sono donne che scrivono codice o studiano le reti neurali, ci mancherebbe. Ma perché forzarle a farlo in misura superiore a quanto avviene spontaneamente? Nessuno si è mai accorto che la donna in genere ha più dimestichezza con le persone piuttosto che con le macchine in senso lato? Può essere che signore e signorine non trovino in un algoritmo l’interesse che suscita loro un essere umano in carne ed ossa?

Un software che gira su un hardware non sarà mai né maschio, né femmina, tantomeno qualsiasi altro inesistente genere. C’è poco da fare, cari nemici dell’evidenza: per essere uomo o donna occorre prima appartenere al genere umano (questo sì che è un genere). L’assistente virtuale, o un domani l’assistente umanoide, sarà sempre una ferraglia, per quanto potentissima, per quanto indistinguibile dall’originale da cui prende spunto; sarà sempre la  morta simulazione di un essere vivente.

Per creare l’uomo c’è voluto Dio, nientemeno. Da qualche parte qualcuno pensa di riuscire a creare qualcosa di meglio. Di questo sì che ci sarebbe da preoccuparsi.

*   *   *

Tutto è bene quel che finisce bene. Fortunatamente dall’Aprile 2019 un aggiornamento del software rilasciato da Apple faceva in modo che alla greve e, diciamolo, ingiustificata insinuazione sulla probità dei costumi di Siri, questa replicasse in modo sempre gentile ma un po’ meno ammiccante: A questo non so proprio cosa rispondere.

Chissà che dopo il prossimo update non arrivi a dire al suo proprietario cafone ciò che si merita, che so: And then you’re just a pimp.

Le signore, se ci sono arrivate, si fermino qua. La conclusione è dedicata ai compagni viri (più o meno probati).

*   *   *

Dulcis in fundo, c’è un unico caso, affermano gli studiosi, in cui gli uomini preferiscono una voce maschile: quando sono al volante, col navigatore. Sembra non sopportino di essere continuamente redarguiti da una donna che dica: gira a sinistra, prendi la seconda uscita, vai di qua, vai di là, attento, sorpassa, rallenta…

Chissà perché.


[1]https://docs.wixstatic.com/ugd/04bfff_06ba0716e0604f51a40b4474d4829ba8.pdf
[2]http://www.genderlessvoice.com/
[3]La parola pregiudizio, in inglese “bias”, compare 94 volte nel fascicolo, a cui si possono aggiungere i 34 “stereotype”. Niente in confronto a Gender, che troviamo la bellezza di 728 volte, una noia mortale.
[4]https://docs.wixstatic.com/ugd/04bfff_06ba0716e0604f51a40b4474d4829ba8.pdf

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