La festa del Sacro Cuore di Gesù contro il laicismo.

La festa riparatrice contro gli oltraggi del Giudaismo, della Massoneria e del Liberalismo.

a cura di Giuliano Zoroddu

Per degnamente e con frutto celebrare la festa del Sacratissimo Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo, che è il signum in cui sta la nostra vittoria sul mondo ribelle contro Dio, offriamo ai cari Lettori l’esposizione, storico-liturgica, che sull’odierna festa fece il beato Cardinale Arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster osb.

Le origini di questa festa sono affatto simili a quella del SS. Sacramento. Il simbolismo del costato di Gesù aperto dalla lancia di Longino, e dal quale sgorgarono il sangue e l’acqua, è già conosciuto dagli antichi Padri della Chiesa; sant’Agostino e san Giovanni Crisostomo hanno delle splendide pagine sulla Chiesa che, radiante di giovinezza, balza fuori dal fianco del nuovo Adamo addormentato sulla Croce, nonché sui divini Sacramenti sgorgati dal Cuore amante del Redentore.

La tradizione patristica fu conservata e sviluppata per opera della scuola ascetica benedettina; cosi che, quando finalmente nel secolo XII il santo Abbate di Chiaravalle orienta la pietà mistica dei suoi monaci verso un culto affatto speciale all’umanità del Salvatore, la devozione al Sacro Cuore nel senso che ora le attribuisce la sacra liturgia, si può dire già nata. Dalla semplice meditazione sulle piaghe di Gesù, la scuola benedettina era passata alla particolare devozione per quella del costato, ed attraverso il fianco trapassato dalla lancia di Longino, era penetrata nell’intimo del Cuore, ferito pur esso dalla lancia dell’amore. Il Cuore di Gesù rappresenta per san Bernardo quel foro della rupe, nel quale il Divino Sposo invita la sua colomba a cercare il rifugio. Il ferro perciò del soldato è giunto sino al Cuore del Crocifisso, per svelarcene tutti i secreti d’amore. Egli infatti ci ha rivelato il gran mistero della sua misericordia, quelle viscere di pietà che l’hanno indotto a discendere dal cielo per visitarci [1].

I discepoli di san Bernardo stavano sviluppando meravigliosamente la dottrina mistica del Maestro, quando intervennero le grandi rivelazioni del Sacro Cuore di Gesù a santa Lutgarde († 1246), a santa Gertrude e a santa Metilde. A santa Lutgarde il Signore scambiò un giorno il di lei cuore col suo; ed una notte in cui la Santa, non ostante l’infermità, si era levata per l’ufficio vigiliare, Gesù per ricompensa la invitò ad accostare il labbro alla ferita del suo Cuore, donde Lutgarde succhiò si grande soavità di spirito, che in seguito provò sempre una grande forza e facilità nel servizio del Signore. Verso il 1250 segui la nota rivelazione del Sacro Cuore a quella celebre Metilde di Magdeburgo, che più tardi fece parte della Comunità di Helfta, in cui già vivevano santa Gertrude e santa Metilde. «Nelle mie grandi sofferenze, scrive ella, Gesù mi mostrò la piaga del suo Cuore, e mi disse: vedi che malo mi hanno fatto!». Quest’apparizione la impressionò vivamente; tanto che dopo questo tempo la pia religiosa non cessò di contemplare questo Cuore appassionato ed oltraggiato, ma che al tempo stesso le appariva simile ad una massa di oro infuocato che stava dentro un’immensa fornace. Gesù accostò il cuore di Metilde al suo, perché oggimai vivesse di una identica vita.

Quando poi la Provvidenza condusse ad Helfta questa pia estatica di Magdeburgo, lo fece indubbiamente per riavvicinarla ad altre due figlie di san Benedetto, Gertrude e Metilde, le quali pure erano state favorite di simili doni. Il carattere speciale della devozione di santa Gertrude pel Verbo incarnato, spicca specialmente nella sua tenera devozione al Sacro Cuore, che per lei è il simbolo dell’amore del Crocifisso, ed una specie di mistico sacramento, pel quale la Santa entra a parte cosi dei sentimenti di Gesù, che dei meriti suoi. Un giorno che Gertrude viene invitata da san Giovanni a riposare con lui sul Cuore sacratissimo del Signore, essa domanda all’Evangelista perché mai egli non abbia rivelato alla Chiesa le delizie ed i misteri di amore da lui gustati nell’ultima cena, quando appoggiò il capo sul petto del divin Maestro. Risponde Giovanni, che la sua missione era stata semplicemente di rivelare agli uomini la natura divina del Verbo Incarnato; mentre il linguaggio amoroso espresso dai palpiti del divin Cuore da lui ascoltati, doveva rappresentare la rivelazione degli ultimi tempi, quando il mondo, invecchiato e raffreddato, avrebbe avuto bisogno di riscaldarsi per mezzo di questo mistero infuocato d’amore. Cosi Gertrude comprese che l’apostolato del Cuore Sacratissimo di Gesù veniva affidato a lei; e perciò a voce e nei suoi libri ella descrisse tutta la teologia, diciamo cosi, di quella sacra ferita divina, propagandone ferventemente la devozione. Nella qual missione evangelizzatrice, ella ebbe a compagna altresì la pia cantrix Mechtildis, che similmente era stata invitata dal Signore a fare il nido entro la piaga del suo Cuore.

Al pari della compagna, anche santa Metilde mise in iscritto le suo rivelazioni, nelle quali il Sacro Cuore, ora le si paragonava ad una coppa d’oro donde si dissetano i Santi, ora ad una lampada luminosa, ora ad una lira che diffonde per il cielo le sue soavi armonie. Un di Gesù e Metilde si scambiarono il cuore, in modo che alla Santa da allora in poi sembrava di respirare col Cuore stesso del suo Sposo divino.

Le rivelazioni delle due estatiche di Helfta incontrarono un larghissimo favore, soprattutto in Germania, in mezzo cioè ad un ambiente già decisamente orientato verso il Cuore di Gesù in grazia del precedente  influsso della scuola benedettina. Gli autori Domenicani e Minoriti seguirono anch’essi alacremente questo movimento e lo dilatarono, soprattutto per mezzo di san Bonaventura, del beato Enrico Susone, di santa Caterina e di san Bernardino da Siena.

Si giunge cosi ai tempi di santa Francesca Romana, la quale nelle sue rivelazioni sul Sacro Cuore, nel quale essa pure s’immerge come in un oceano infuocato d’amore, non fa che accentuare l’orientamento ascetico della antica scuola mistica dei figli di san Benedetto.

L’azione della Fondatrice del monastero Turris Speculorum a Roma, rimase, è vero, circoscritta all’ambiente romano; ma essa rappresenta uno dei più preziosi anelli di tutta una catena di Santi e di scrittori ascetici che in Germania, nel Belgio e in Italia prepararono gli animi alle grandi rivelazioni di Paray-le-Monial. Quando finalmente queste vennero comunicate ai fedeli, per opera specialmente del beato Claudio La Colombière e del P. Croiset della Compagnia di Gesù, il trionfo del Cuore di Gesù e del regno del suo amore fu ormai assicurato alla devozione cattolica. I Figli di sant’Ignazio si dedicheranno con zelo speciale a questa nuova forma d’Apostolato del Cuore Sacratissimo di Gesù.

Nel 1765 papa Clemente XIII approvò un Ufficio in onore del Sacro Cuore di Gesù, che venne però concesso solo ad alcune diocesi. Però nel 1856 Pio IX, sull’animo del quale aveva influito grandemente il grande restauratore dell’Ordine Benedettino in Francia, l’abbate dom Prospero Guéranger, rese questa festa obbligatoria per la Chiesa universale. Nel 1889 Leone XIII ne elevò il rito a doppio di I classe.

Quando nel 1765 Clemente XIII autorizzò il culto liturgico del Sacro Cuore di Gesù, si compi una profezia fatta trent’anni prima dalla santa badessa di san Pietro di Montefiascone, Maria Cecilia Bai. Il Signore mostrando un giorno il suo Cuore a questa Serva di Dio, le aveva detto: «Verrà un giorno, quando il mio Cuore procederà in gran trionfo nella Chiesa militante, e questo sarà in grazia della festa solenne che se ne celebrerà, coll’Ufficio del Sacro Cuore. Io però non so – aggiunge la pia Benedettina – se questo avverrà ai nostri tempi». La Bai però fu tanto felice, da poter vedere finalmente questo giorno sospirato; ed allora certamente ella ricordò quelle altre parole che aveva udito dal suo Divino Sposo parecchi anni innanzi: «Verrà un tempo in cui tu farai cosa gradita al mio Cuore, facendolo adorare e conoscere ad un gran numero di persone, per mezzo del culto e degli atti di devozione che gli sono dovuti».

Nel 1899 Leone XIII emanò un’ Enciclica [vedi qui, ndr], in cui prescriveva che tutto l’Orbe cattolico si consacrasse al Cuore Sacratissimo di Gesù. Il Pontefice s’era deciso a quell’atto in seguito ad un ordine formale che una pia Superiora del Buon Pastore di Oporto, suor Maria Droste zu Vischering, diceva di aver ricevuto dallo stesso divin Redentore, perchè lo comunicasse al Papa. La rivelazione privata presentava però tutti i caratteri d’autenticità, e lo spirito della suora era stato già approvato dal saggio abbate di Seckau, il P. Ildefonso Schober. Fu cosi che il benedettino Ildebrando de Hemptinne, abbate di sant’Anselmo sull’Aventino, prese in mano l’affare e presentò la supplica della Droste a Leone XIII. Il 9 giugno 1899, quando le campane di tutte le Chiese dell’Orbe cristiano annunciavano la festa del Sacro Cuore ed il nuovo atto di consacrazione prescritto dal Papa, la Veggente di Oporto, in segno che ormai la sua missione quaggiù era consumata, rendeva la sua purissima anima a Dio.

Ultimamente, la festa del Sacro Cuore di Gesù conseguiva da Pio XI nuovo incremento e decoro, giacché le veniva decretato il privilegio dell’Ottava, al pari delle maggiori solennità del Signore. Fu semplice coincidenza o arcana disposizione di Dio? La nuova liturgia romana per l’ottava della festa del Sacro Cuore, veniva approvata dal Ponteifce contemporaneamente al famoso Concordato che pone finalmente termine alla così funesta Questione Romana. Nel medesimo tempo, il perfetto amico del Divin Cuore, il P. La Colombière, viene ascritto solennemente nell’albo dei Beati, e Pio XI qualche settimana dopo esce finalmente dal Vaticano, recando in trionfo Gesù Eucaristico in mezzo ad un glorioso corteo di sacri ministri che giungeva alle 7.000 persone.

[…]L’eresia che caratterizza lo spirito dell’odierna società, potrebbe essere facilmente chiamata laicismo, in quanto vuol livellare il divino ed il soprannaturale alla misura delle istituzioni umane, e tenta di far rientrare la Chiesa nell’orbita delle pure energie statali. Di fronte al giudaismo ed alla massoneria che persistono ancora nel loro odio furibondo contro Gesù: tolle, tolle, crucifige, i cattolici infetti di questo laicismo e liberalismo cercano, come Pilato, una via di mezzo, e sono pronti a rimandare assoluto Cristo, purché prima si lasci strappare il diadema sovrano che gli ricinge la fronte, e si contenti di vivere soggetto al nume di Cesare. Contro questo doppio insulto sacrilego, il Pontefice Supremo protesta in faccia al cielo e alla terra che non v’è altro Dio che il Signore, ed istituisce la doppia festa di Cristo Re e dell’Ottava del Sacratissimo Cuore di Gesù. L’una è la solennità della potenza, l’altra quella dell’amore.

Dovendosi arricchire il Breviario Romano dell’uficio per l’ottava del Sacro Cuore, il Sommo Pontefice ha voluto che la liturgia di questa solennità venisse interamente rifusa. Già si sa che l’Ufficio del Sacro Cuore aveva in antico un certo carattere frammentario e sporadico, che ben rifletteva l’incertezza dei censori teologi incaricati della sua redazione. Era un po’ un ufficio Eucaristico, un po’ quello della Passione, per non dire poi delle lezioni del terzo notturno, spigolate qua e là nella Patrologia. Ora Pio XI – che sul suo tavolo da lavoro contempla sempre una bella statua del Sacro Cuore, a cui suole ispirarsi nel trattare i negozi della Chiesa – ha voluto un uficio perfettamente organico; in cui cioè spiccasse la sua unità ed insieme ponesse in piena luce il carattere speciale della solennità della festa del Sacro Cuore, che non vuole essere, né un doppione della festa del Corpus Domini, né una ripetizione degli uffici quaresimali della Passione. Egli quindi ha nominato una commissione di teologi per la redazione del nuovo ufficio, ma ai loro lavori ha presieduto egli medesimo; così che dopo un semestre di studi, ai primi albori del suo quinquagesimo sacerdotale. Pio XI ha potuto offrire al mondo cattolico la nuova Messa e l’Ufficio per l’Ottava del Sacro Cuore. Il concetto che domina l’intera composizione, si è quello espresso da Gesù stesso quando, per mezzo di santa Margarita Alacoque, richiese alla famiglia Cattolica l’istituzione di questa festa: «Ecco il Cuore che tanto ha amato gli uomini, dai quali tuttavia è riamato così poco». Trattasi quindi d’una festa di riparazione verso l’Amore non amato; riparazione tuttavia che fa ammenda onorevole glorificando appunto i pacifici trionfi di quest’Eterno Amore.


Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster osb, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. V. Le nozze eterne dell’Agnello (La Sacra Liturgia dalla Domenica della Trinità all’Avvento), Torino, Marietti, 1930, pp. 92-106


[1] In Cantic. Serm. 61, n. 3-4. P. L. CLXXXIII, col. 1071-72.

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