La Natività di san Giovanni Battista.

a cura di Giuliano Zoroddu

La festa natalizia di san Giovanni Battista è fra le più importanti dell’anno – rito doppio di prima classe con ottava comune – a motivo dell’importanza fondamentale del Precursore nell’economia della salvezza. Per degnamente onorare questo gran Santo, ultimo dei Profeti, e per inculcarne la devozione e la imitazione – specialmente nelle virtù della umiltà (si dice che occupi la sede celeste lasciata vacante dal superbo Lucifero), della fortezza e della castità – offriamo al lettore alcune pagine dedicate all’odierna festività dal dottissimo Cardinale Schuster

Oggi in Roma era giorno politurgico, giacché delle quattro messe in onore del Battista recensite nel Leoniano, la terza reca appunto il titolo: Ad fontem. È segno dunque che le altre erano celebrate nella grande basilica del Salvatore ed in qualche altro santuario urbano intitolato a san Giovanni, – papa Simmaco ne aveva eretto uno anche presso il battistero Vaticano – e che solo la terza messa era offerta nell’oratorio Lateranense costruito da papa Ilario «Ad fontem».
Di questa primitiva ricchezza della liturgia romana, il Sacramentario Gregoriano conserva pur egli una traccia. Oltre la messa notturna, vi sono le collette tanto «in prima missa», che per una seconda, che verisimilmente era la stazionale, celebrata nell’aula del Salvatore.
Anche ai vesperi ricorre lo stesso ordinamento. Dopo l’ufficio compiuto nella grande basilica Lateranense, il clero si muoveva processionalmente a celebrarne come il dì di Pasqua, uno più breve «ad fontes», e di cui il Gregoriano ci conserva parimenti la colletta finale.
Nessuno si meraviglierà di questa magnificenza d’antica devozione verso il Battista, quando si rifletta al posto eminente che Giovanni occupa nella storia stessa della divina Incarnazione. La sua bolla di canonizzazione la si trova nell’elogio che di lui fece lo stesso Verbo di Dio fatto uomo, quando lo indicò allo turbe siccome il più grande tra tutti i profeti e i nati di donna, il nuovo Elia, la lucerna ardente e risplendente.
La liturgia quindi si applicò in modo speciale a celebrare la gloria particolare di Giovanni, il «maior inter natos mulierum». Perciò, mentre degli altri Santi si celebrava il giorno obituale, del Battista invece si volle festeggiato il giorno stesso della nascita, siccome quella che avvenne negli splendori dei carismi del Paraclito.
Argomento di quest’intensa devozione professata, soprattutto in antico, a san Giovanni in Roma, sono le numerose chiese a lui dedicate. Se ne contano almeno una ventina. Ben ventitré Papi vollero da lui prendere il nome; anzi, la stessa basilica Lateranense nell’uso comune sanzionato già dal Messale, la si denomina senz’altro: san Giovanni in Laterano.
Il culto di san Giovanni Battista trovò i suoi più fervidi propagatori fra i monaci, che nella vita austera trascorsa dal Precursore nei deserti, riconoscevano siccome una specie di preludio dell’istituto monastico. Il Patriarca san Benedetto gli eresse sul monte Cassino un tempio, nel quale egli stesso volle esser sepolto. Anche a Farfa, il santo vescovo siro Lorenzo che fondò nel V secolo quella famosa badia, ne consacrò la basilica in onore della Vergine e dei due Giovanni, il Battista cioè e l’Evangelista. A Subiaco similmente, tra i dodici cenobi eretti da san Benedetto, uno venne poi denominato dal Precursore di Cristo.
La questione della precedenza accordata a san Giovanni su san Giuseppe nelle litanie dei Santi, venne già trattata da Benedetto XIV. L’introduzione dell’invocazione di san Giuseppe nella prece litanica è relativamente recente, e quando vi fu inserita, non si giudicò opportuno di risolvere in qual senso vada inteso quel passo del Vangelo, che Giovanni sia il maior inter natos mulierum. Giovanni da lunghi secoli era in pacifico possesso di quel primo posto nella lunga teoria litanica dei Santi; egli inoltre era martire. Per non compromettere quindi nulla, san Giuseppe fu posto in mezzo tra il Battista e san Pietro.
Oggi però che la devozione al Patriarca san Giuseppe ha irradiato tanta luce sulla sua figura, è meno difficile di risolvere la questione, nel senso, del resto già accennato dalla liturgia, quando anteponeva Giuseppe al coro degli Apostoli. Dal contesto del Vangelo apparisce, che il primato accordato a Giovanni va inteso della sua missione profetica e messianica. Egli è al vertice della piramide dei Patriarchi, dei profeti e dei Santi che annunziano e preparano il nuovo Testamento. Come Giovanni li sorpassa tutti in dignità, così lì vince ancora in santità, giacché venne santificato nel seno stesso materno.
San Giuseppe invece fa parte d’un altro sistema e d’un altro quadro. Egli non entra, a dir così, a parte della teoria di Patriarchi che muove incontro al Messia, non ha una missione profetica in servizio del Cristo; ma entra invece nello stesso piano della sua santa incarnazione, siccome il vero sposo di Maria e il depositario a nome dell’Eterno Padre della patria potestas sul fanciullo Gesù. È Giuseppe, figlio di David, che col suo connubio verginale con Maria introduce e presenta onoratamente al mondo Gesù, siccome il legittimo erede delle promesse messianiche fatte appunto a David e ad Abramo.
La trascendenza di Maria e di Giuseppe non detraggono quindi nulla alla gloria di Giovanni, proclamato dal Redentore stesso siccome il più grande tra tutti i Profeti e i nati di donna. Onde anche la sacra liturgia, cosi presso la culla del Precursore che nella prigione di Macheronte, intona in sua lode i propri cantici trionfali.
Gli inni bellissimi assegnati oggi nel Breviario, sono di Paolo Diacono, monaco Cassinese, il quale li compose appunto per la festa titolare della chiesa di Monte Cassino. Circa quattro secoli più tardi, un altro monaco. Guido da Arezzo, dai toni ascendenti dei primi emistichi dell’inno di san Giovanni ai vesperi, derivò i nomi della scala musicale.

Ut queant laxis – Resonáre fibris
Mira gestórum muli tuórum,
Solve pollúti bii reátum,
Sancte Joánnes.

L’introito della messa deriva l’antifona da Isaia (XLIX, 1-2), col salmo 91: «Il Signore mi chiamò a nome sin dal seno di mia madre; egli fece che la mia parola fosse come una tagliente spada; mi fe’ schermo colla sua mano, e si servì di me siccome di strale bene scelto». – Salmo 91: «Bello è lodare lahvè, ed inneggiare al tuo nome, o Eccelso!»
L’imposizione del nome, siccome osserva il Crisostomo, è atto di dominio. Ora il Signore, ad indicare che alcuni rari personaggi gli sono a speciale titolo consacrati, impone loro un nome che indica la futura missione a cui li consacra. Giovanni significa colomba, perché la sua testimonianza circa la divinità di Gesù, preparasse gli Ebrei a ricevere l’altra che era per fare un’altra Colomba, quella cioè che sul Giordano discese sopra il divin Salvatore.

La colletta ricorda che la natività del Battista ha in perpetuo consacrato questo giorno memorando. Prendendo perciò quasi in parola il Signore, che per mezzo dell’Angelo promise che molti avrebbero gioito il dì della nascita di Giovanni, implora quella promessa di interiore gaudio, che ci è tanto necessaria per poter percorrere alacremente l’aspra via che conduce al cielo.

La prima lezione deriva da Isaia (XLIX, 1-3, 5, 6 e 7), e descrive la missione profetica del futuro messo di lahvè. Il Signore se l’è plasmato nel seno di sua madre, perché fosse luce del mondo e strumento di salute universale. Tutte queste maraviglie compierà Iddio, ma ad un patto. L’eletto di lahvè dovrà esser docile alla divina mozione. Meno egli vi metterà del proprio, e più e meglio agirà collo Spirito di Dio. Egli quindi assumerà un titolo che esprime ad un tempo il suo nulla e la sua grandezza: sarà semplicemente: il Servo di lahvè!

Il responsorio deriva da Geremia (I, 5, 9), il quale secondo alcuni dottori, ebbe comune col Battista la sua santificazione nell’alvo materno. Il testo Scritturale tuttavia non importa necessariamente questo senso, giacché la santificazione di cui qui si parla, potrebbe semplicemente indicare la sua designazione profetica. Comunque sia, è certo che il passo di Geremia consegue la pienezza del suo significato appunto in Giovanni Battista.
V. Prima che ti plasmassi nell’utero, io già ti conosceva, ed innanzi che uscissi dal seno materno, io già ti avevo prescelto.
R. Il Signore stese la sua mano e toccando la mia bocca mi disse:

V. Prima che ti plasmassi ecc. ».
Come si sa, il graduale è un salmo a responsorio. Il primo emistichio era intercalato dopo ciascun versetto. L’odierno graduale richiama la petizione del verso, «Prima che ti plasmassi ecc.» senza di che, quel “mi disse” rimane sospeso in aria.

Il verso alleluiatico è tolto dal cantico di Zaccaria, quando, nato Giovanni, il vecchio sacerdote ebbe riacquistata la loquela.
«Alleluia, Allel. (Luc. I, 76) Tu, o fanciullo, sarai chiamato il Profeta dell’Altissimo. Andrai innanzi a Lui, a preparargli il cammino».

La lezione evangelica seguita il racconto già iniziato ieri (Luca, I, 57-68). L’ottavo giorno dalla nascita del Precursore, lo si circoncide e gli si vuole dare un nomo. Qualcuno propone quello di Zaccaria, ma il padre e la madre, senza previa intesa ed ammoniti internamente dallo Spirito Santo, si trovano d’accordo per chiamarlo Giovanni. Zaccaria, il padre, ha sufficientemente espiato con tale atto di fede la sua prima esitazione; e quindi, non solo riacquista la loquela, ma la sua parola diviene addirittura il carme d’un Profeta, nel quale si benedice Dio e si annunzia la sorte del neonato Precursore.

Il verso offertoriale è come per la festa di san Francesco di Sales, il 29 gennaio[1].

La colletta sulle oblate allude ancora all’uso antico, quando il popolo offriva la sua oblazione al sacro altare: «Noi oggi accumuliamo sui tuoi altari, o Signore, le nostre offerte, per onorare convenientemente la nascita di colui che preannunziò il Redentore che stava già per giungere, e giunto, lo indicò solennemente al mondo».

Ecco il bel prefazio recensito oggi nei Sacramentari. Lo si trova originariamente nel Leoniano : « … aeterne Deus. Et in die festivitatis hodiernae qua beatus Johannes exortus est, tuam magnificentiam collaxidare; qui vocem Matris Domini nondum edtius sensit, et adhuc clausus utero, adventum salutis humanae prophetica exultatione significavit.Qui et genitrìcis sterilitatem conceptus abstulit, et patris linguam natus absolvit; solusque omnium Prophetarum, Redemptorem mundi quem praenuntiavit ostendit. Et ut sacrae effectum puirificationis aquarum natura conciperet, sanctifcandis lordanis fluentis, ipsum baptismo baptismatis lavit Auctorem. Et ideo etc »[2].

Il verso per la comunione del popolo, è come quello alleluiatico.

Ecco la colletta di ringraziamento, in cui la Chiesa ritorna sulla promessa fatta dall’Angelo pel dì della nascita di Giovanni. «Della nascita del tuo Precursore se ne rallegri, o Signore, tutta intera la tua Chiesa; giacché per mezzo della di lui predicazione ella vien guidata alla fede di Colui che l’ha rigenerata nel proprio sangue».

La Chiesa non potrebbe più esplicitamente condannare quegli esagerati sistemi d’ascesi, che vogliono sbandire dalla pratica della virtù tutte le dolcezze e le consolazioni spirituali. No: attesa la debolezza della nostra natura, possiamo valerci anche di queste grazie che ci dà Iddio, e che costituiscono l’unzione interiore del Paraclito; appunto come ungonsi le ruote delle macchine e dei carri, perché girino con più facilità e senza cigolare. Le dolcezze dello spirito non costituiscono né la santità, né il progresso nella virtù. Esse però aiutano mirabilmente a conseguirlo, onde san Paolo diceva: gaudete in Domino semper, iterum dico gaudete.


(Card. A. I. Schuster O.S.B., Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VII. I Santi nel Mistero della Redenzione. (Le feste dei Santi dalla Quaresima all’Ottava dei Principi degli Apostoli), Torino-Roma, 1930, pp. 272-276)


[1] “Il giusto fiorisce come palma: cresce come cedro del Libano” (Ps. XCI, 13).
[2]  “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: e lodare insieme la tua magnificenza nel beato Giovanni Battista il Precursore, qui percepì la voce della Madre del Signore non ancora nato, ed ancora chiuso nel grembo, con una profetica esultazione, significò l’avvento della salvezza umana. Che concepito tolse la sterilità della madre, nato sciolse la lingua del padre, e solo di tutti i profeti mostrò il Redentore del mondo, che preannunziò. E affinché la natura delle acque ottenesse l’effetto della sacra purificazione, per quelli che dovevano essere santificati del Giordano che scorreva, lavò con in battesimo lo stesso autore del battesimo. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine”


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