La satira antimassonica del massone Alfieri

a cura di Giuliano Zoroddu

Il conte Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803), autore canonico della Letteratura Italiana, riferisce egli stesso nella Vita, all’anno 1775, la sua iniziazione massonica: mancando il suo nome negli elenchi delle logge piemontesi, c’è chi ipotizza sia avvenuta in Inghilterra o in Olanda. Compare, come Comte Alfieri, Gentilhomme de Turin, fra i membri della loggia napoletana “Vittoria”, affiliata alla loggia “Lo Zelo”, favorita dalla regina Maria Carolina. Lo scoppio della Rivoluzione e la visione delle stragi prodotte dagli ideali della Massoneria, portò il poeta a distanziarsene a tal punto da assumere posizioni antigiacobine e – a suo modo, beninteso! – “controrivoluzionarie”, le quali trovano espressione nella sferzantissima Satira XV scritta contro la Setta nel 1797.

Frati , Fratocci , e Fraterni-genia
Muratoria, Gesuitica, o Gallesca;
Eleusinia, o Cibelica mania;

Giansenistica; Ammónica; Bramesca;
Trofónica; Druidica; Dervitica;
Voi, che deste agli stupidi sempr’esca,

Tutta volgendo vostra vil politica
Al comandar di dritto o di rimbalzo
A gente da voi fatta paralitica ;

Mentr’io qui la risibil Setta incalzo,
Che Illuminata in oggi osa nomarsi,
Fo di voi tutte un fascio, e il rogo io v’alzo

Negli antri, o in selve, o in grotte radunarsi
Di fioche lampe mistiche al barlume,
Nascondendosi assai per più mostrarsi;

Scudo, e base, e pretesto, un qualche Nume
Sempre tenersi; e con gli oscuri carmi
Ripristinare il Sibillin costume:

Abbominar con sacro orror l’empie armi;
Pietà, Giustizia, ed Eguaglianza, e Zelo
Caritativo, ch’ogni fiel disarmi;

E tutte in somma, sotto un cupo velo,
L’alte virtù preconizzar furtivi,
Quasi che a Pluto trasmigrasse il Cielo:

E Proseliti a mille invitar quivi;
I ricchi e chiari ed ingegnosi, a un fine;
E ad altro fin, gli stolti, non mai vivi:

E di questi alle torme ampie asinine
Di un arcano sognato empir gli orecchi;
Cui s’uom penetra, a Dio si rende alfine:

Cencinquant’anni han gli uni, e non son vecchi;
Gli altri a cena i lor morti, per balocco,
Chiamano; e gli altri fan dell’oro a secchi:

Di grado in grado quindi erger l’allocco
A lor posticcie dignità emblematiche,
Che petulante il faccian, quanto sciocco:

Snudare a chi il ginocchio, a chi le natiche;
E cazzuola, e archipenzolo, e martello;
E cerimonie insipide enimmatiche:

E biascicarsi il nome di Fratello;
Ed ai cenni, ai saluti , ai paroloni,
L’un l’altro riconoscersi a pennello:

E recitar le debite lezioni ;
E sradicarsi le impalmate destre;
E ai non Illuminati, dir Minchioni:

Così avvien, che lo Stolto s’incapestre
Dell’Iniquo nei lacci; orrida lega,
ch’ è quintessenza del mal far terrestre.

Poi, più a stento arruolar chi più li prega
D’essere eletto del bel numer Uno;
E pregar essi chi d’entrarvi niega:

Tra i più potenti, ognor pescarne alcuno,
Perfin dei Re, del gran mistero all’amo;
Intrappolato in varie guise ognuno:

Giudice, e Prete, e Militare, e Damo;
Ragazzi, e vecchi, e donnicciuole, e servi;
Tutt’a quest’alber mostruoso è ramo .

Mandra è di talpe, di conigli, e cervi,
Da poche volpi affastellata in branco,
Stivato sì, che all’uopo ha denti e nervi;

Occhi, non mai: che chi lor punge il fianco,
Spinger li vuol dovunque via si schiude
A far grande sè stesso, e al nuocer franco.

Ceppi assodar sovra non vista incùde;
Quest’è il segreto lor, solo, ed intero;
E , in pie parole , avvolte opere crude.

Né amanti mai né settator del vero;
Né propria hann’essi opinion tenace,
Sul Sacerdozio più che su l’Impero.

L’impulso stesso, Inquisitor li face
Nelle Spagne; in Olanda, Anabatisti;
Quaquari farsi in Albion lor piace;

In Parigi, si fan Filosofisti;
In Germania, Evangelici; ed in Roma,
(Finché v’ha un Papa) rabidi Papisti.

In ogni dove in somma, pur che doma
La Moltitudin sia dalle lor arti,
Cangian maschera, ed inni, ed armi, e soma.

Se, in Dominio assoluto e senza parti,
Solo un Tiranno inespugnabil siede,
Coro a lui fan costor per più picchiarti:

E il confessano, e l’ungon, s’ei ci crede;
O s’ei Galleggia, gli sorridon blandi,
Maravigliando che più ch’Argo ei vede.

Ottimi, al buono; al rio Signor, nefandi
Mostransi; e quindi avvien, che cotal Setta
A chi regnar si crede ognor comandi.

Ma se mai la tirannide, già inetta
Per impotenza o vetustà, dà loco
Al macchinar della Viltà negletta;

Gli Illuminati allor, scambiando il giuoco,
Osan, profani e fetidi servacci,
Di Libertà mentire il nobil fuoco:

E metton su, in tal massa, i compri stracci,
Che i Grandi e i Ricchi affondandovi sotto,
A tutti hann’essi triplicato i lacci.

Ma sempre abbajan poi col volgo indotto
Contro ai Tiranni, ch’ei leccavan pria;
Bastonando essi meglio, a scettro rotto.

E così avvien, che una servil Genia,
Coi propri vizj, e con l’altrui sciocchezza,
Si sgombri ognor del dominar la via .

Ma troppo è antiqua la funesta ebbrezza,
Che i Molti fa dei Pochi e Iniqui preda;
Onde il più dirne qui, saria mattezza .

Bastami sol , che chi ha i du’occhi il veda ;
E che , sdegnando i rei maneggi bui ,
Ai vili rei ( che a ciò son nati ) ei ceda
Il vil mestier dell’ Aggavigna-altrui .

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