La sequenza “Lauda Sion”. Il dogma fatto poesia.

a cura di Giuliano Zoroddu

Il Cardinale Schuster parlando della magnifica sequenza “Lauda Sion” della Messa del Corpus Domini dice “Segue la splendida sequenza dell’Aquinate, in cui si riassume tutta la dottrina cattolica sulla divina Eucaristia. Era ben difficile di dare una conveniente forma poetica ad un tema che esige la più esatta e limpida espressione teologica; ma san Tommaso v’è riuscito da pari suo[1].

Raffaello Sanzio, Disputa del Sacramento, 1509, Stanza della Segnatura, Palazzo Apostolico Vaticano.

Lauda, Sion, Salvatórem,
lauda ducem et pastórem
in hymnis et cánticis.

Quantum potes, tantum aude:
quia major omni laude,
nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.

Quem in sacræ mensa cenæ
turbæ fratrum duodénæ
datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,
sit jucúnda, sit decóra
mentis jubilátio.

Dies enim sollémnis agitur,
in qua mensæ prima recólitur
hujus institútio.

In hac mensa novi Regis,
novum Pascha novæ legis
Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.

Quod in coena Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.

Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.

Dogma datur Christiánis,
quod in carnem transit panis
et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,
animosa fírmat fides,
præter rerum órdinem.

Sub divérsis speciébus,
signis tantum, et non rebus,
latent res exímiæ.

Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
sub utráque spécie.

A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus:
ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali
sorte tamen inæquáli,
vitæ vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:
vide, paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Ecce panis Angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.

In figúris præsignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus paschæ deputátur:
datur manna pátribus.

Bone pastor, panis vere,
Jesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.

Tu, qui cuncta scis et vales:
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Amen. Allelúja.

Loda, o Sion, il Salvatore, loda il capo e il pastore, con inni e cantici.
Cerca di lodarlo quanto più puoi: ché è superiore a ogni lode, né basta il lodarlo.
Il pane
vivo e vitale è il tema di lode speciale, che oggi ci si propone.
Quel pane che –
è indubbio – nella mensa della sacra cena fu distribuito alla turba dodici fratelli.
Sia la lode piena, sia sonora, sia giocondo e decoroso il giubilo della mente.
Poiché si celebra il giorno solenne, in cui per la prima volta fu istituito questo banchetto.
In questa mensa del nuovo Re, la nuova Pasqua della legge estingue l’antica Pasqua.
Il nuovo rito allontana l’antico, la verità scaccia l’ombra, la luce elimina la notte.
Ciò che Cristo fece nella cena, ordinò che venisse fatto in memoria di sé.
Istruiti dalle sacre leggi, consacriamo in ostia di salvezza il pane e il vino.
Come domma è dato ai Cristiani: che il pane si muta in carne e il vino in sangue.
Ciò che non capisci, ciò che non vedi, lo afferma pronta la fede, che trascende l’ordine naturale.
Sotto specie diverse, che son solo segni e non sostanze, si celano realtà sublimi.
La carne è cibo, il sangue bevanda, ma Cristo è intero sotto l’una e l’altra specie.
Da chi lo assume, non viene tagliato, spezzato, diviso: ma preso integralmente.
Lo assume uno, lo assumono in mille: quanto riceve l’uno tanto gli altri: né una volta ricevuto si consuma.
Lo assumono i buoni e i cattivi: ma con diversa sorte di vita o di morte.
Pei cattivi è morte, pei buoni vita: oh che diverso esito ha una stessa assunzione!
Spezzato poi il Sacramento, non temere, ma ricorda che tanto è nel frammento quanto nel tutto.
Non v’è alcuna separazione della sostanza: solo un’apparente frattura, né vengono diminuiti stato e grandezza del simboleggiato.
Ecco il pane degli Angeli, fatto cibo degli uomini viatori: invero è il pane dei figli, non è da gettare ai cani.
Prefigurato nell’immolazione di Isacco, nel sacrificio dell’Agnello Pasquale, e nella manna donata ai Padri.
Buon pastore, pane vero, o Gesù, abbi pietà di noi: Tu ci pasci, ci difendi: fai a noi vedere il bene nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e tutto puoi: che ci pasci, qui, mortali: fa’ che siamo tuoi commensali, coeredi e compagni dei Santi del cielo. Così sia. Alleluia.


[1] Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster osb, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. V. Le nozze eterne dell’Agnello (La Sacra Liturgia dalla Domenica della Trinità all’Avvento), Torino-Roma, 1930, p. 86

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