L’antico rito della chinea

di Giuliano Zoroddu

Clemente XIV a cavallo

Tu es pastor óvium, princeps Apostolórum: tibi trádidit Deus ómnia regna mundi

Come sappiamo dall’insegnamento pontificio, la Chiesa e il suo Capo visibile il Papa, oltre alla potestà in spiritualibus, detengono anche quella in temporalibus. Insomma, riprendendo l’immortale testo di Bonifacio VIII, confermato dal Lateranense V e ripreso fino a Pio XII: “Entrambe le spade son quindi nella potestà della Chiesa, la spada spirituale cioè e materiale. Questa dev’essere impugnata in favore della Chiesa, quella dalla Chiesa; quella dal sacerdote, quella dalla mano dei re e dei militi, ma al comando e con la condiscendenza del sacerdote” [1].
Una manifestazione cerimoniale di questa potestà temporale era l’omaggio della chinea che annualmente aveva luogo nella Basilica Vaticana ai primi vespri della solennità dei Santi Pietro e Paolo.
Concluso il canto dei Vespri e benedetti i sacri palli, la processione papale si fermava fra le due acquasantiere e qui un ambasciatore straordinario del Re di Napoli (o delle due Sicilie) presentava al Romano Pontefice, che era sovrano feudale di quel regno, un cavallo bianco (la chinea appunto, dall’antico francese haquenée “cavallo che va all’ambio”) portante in groppa un vaso d’oro con settemila ducati.
Mentre l’animale ammaestrato s’inginocchiava al cospetto del Vicario di Cristo, l’ambasciatore diceva al Papa: “N. N. re delle due Sicilie, di Gerusalemme ecc., mio sovrano signore, presenta a vostra Santità, ed io nel suo real nome, questa Chinea decentemente ornata col censo di settemila ducati pel regno di Napoli, e prego il Signore lddio, che la Santità vostra possa riceverla per molti e felici anni a maggior aumento della nostra santa fede cattolica, come l’istessa maestà sua coll’intimo del suo real animo augura, e sommamente desidera a vostra Santità” [2]. E quello, in latino, rispondeva: “Volentieri riceviamo questo censo, a Noi e alla Sede Apostolica dovuto per il diretto dominio del nostro regno delle due Sicilie al di là e al di qua del Faro, e lo accettiamo. Imploriamo dal Signore per il nostro carissimo figlio N.N. la salute (se il re aveva moglie qui esprimeva il Papa il desiderio di prole o di maggior prole); e a lui , ai suoi popoli e ai suoi vassalli impartiamo la apostolica benedizione” [3]. Quindi il corteo si dirigeva verso la Cappella della Pietà dove il Pontefice si spogliava dei sacri paramenti pontificali.
Questo tributo vassallatico fu devoluto a partire dal 1059, sotto i Normanni, e assunse la forma suddetta a partire da Carlo I d’Angiò, investito Re di Sicilia da Clemente IV nel 1264. Fu sospeso nel 1788 da Ferdinando IV, sovrano “illuminato”, e abolito formalmente solo nel 1855 quando Ferdinando II donò diecimila scudi a Pio IX per la costruzione della colonna dell’Immacolata che ancora gloriosamente svetta a Piazza di Spagna.



[1] Bonifacio VIII, Unam Sanctam, 18 novembre 1302; Leone X, Pastor Aeternus, 19 dicembre 1516 (Mansi. XXXII, 968); Pio XII, Mystici Corporis, 29 giugno 1943.
[2] Gaetano Moroni, Le cappelle pontificie cardinalizie e prelatizie, Venezia, Tipografia Emiliana, 1841, pp. 311-312. Vedi anche Idem, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni, Volume XIII, Venezia, 1842 pp. 88-95.
[3] Ibidem.

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