Modernismo all’Amazzonica. Veloce commento all’Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo.

È stato pubblicato l’Instrumentum Laboris per l’assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per La Regione Panamazzonica: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”.  143 verbosi paragrafi la cui novità consiste solo nell’applicazione all’Amazzonia di idee vecchissime come quelle del panteismo modernista.
Segue testo con nostro breve commento.
La foto esprime benissimo il contenuto del documento.

Il ragionier Enzo Bianchi e un albero

Richiamando costantemente i soprusi dell’avida oppressione colonialista che in passato ha caratterizzato la evangelizzazione delle Americhe e per la quale si chiede perdono [accreditando ulteriormente le bufale antistoriche dei nemici del nome cristiano], il documento pone subito in chiaro che da quel tipo di evangelizzazione la “Chiesa” si distaccherà radicalmente – e pare pure ovvio essendo quegli antichi missionari del tutto cattolici –  per essere profetica nell’ascolto del popolo.

Fatta una panoramica geografica della regione amazzonica si passa alla denunzia – di cose reali certo, ma intrisa di panteismo – dello sfruttamento perpetrato contro la Madre Terra:

«Con le parole degli stessi indigeni: “noi indigeni di Guaviare (Colombia) siamo-facciamo parte della natura perché siamo acqua, aria, terra e vita nell’ambiente creato da Dio. Pertanto, chiediamo che cessino i maltrattamenti e lo sterminio della ‘Madre Terra’. La terra possiede sangue e si sta dissanguando, le multinazionali hanno tagliato le vene della nostra ‘Madre Terra’. Vogliamo che il nostro grido indigeno sia ascoltato da tutto il mondo”».

Questa ottica panteistica (e usiamo questo termine perché si fa continuo riferimento a Laudato sì che si basa sul panteista Theillard de Chardin) si innesta anche sulla contemplazione delle bellezze del territorio amazzonico

«Uno sguardo contemplativo, attento e rispettoso sui fratelli e sulle sorelle, ma anche sulla natura – sul fratello albero, sul fratello fiore, sui fratelli uccelli, sui fratelli pesci, fino alle piccole sorelline, come le formiche, le larve, i funghi o gli insetti (cf. LS 233) – permette alle comunità amazzoniche di scoprire come tutto è connesso, di valorizzare ogni creatura, di vedere il mistero della bellezza di Dio che si rivela in tutte loro (cf. LS 84, 88) e di vivere insieme amichevolmente».

Contemplazione che può attingere anche ai riti ancestrali, tipici dell’immanentismo pagano che concepisce Dio non trascendete il creato di cui è causa, ma tutt’uno con esso.

Non può mancare contemporaneamente il riferimento ai segni dei tempi, modo modernista per introdurre evoluzioni dottrinali, conseguenza della differente concezione della rivelazione come sentimento religioso ed esperienza soggettiva, come risposta ai bisogni del “popolo”,  non come un ordinato insegnamento di verità fattoci da Dio – superiore ed esterno rispetto all’uomo – e conforme al quale si deve vivere per potere ben vivere.

«L’Amazzonia sta vivendo un momento di grazia, un kairos. Il Sinodo dell’Amazzonia è un segno dei tempi in cui lo Spirito Santo apre nuovi cammini che discerniamo attraverso un dialogo reciproco tra tutto il popolo di Dio. Il dialogo è iniziato qualche tempo fa, dai più poveri, dal basso verso l’alto, partendo dal presupposto che “ogni processo di costruzione è lento e difficile. Comprende la sfida di rompere il proprio spazio e aprirsi per lavorare insieme, per vivere la cultura dell’incontro, […] per costruire una chiesa sorella”».

Questi  “nuovi cammini” debbono trarre origine dal totem di tutta la moderna evangelizzazione : il dialogo. Dal dialogo con gli indigeni e con la loro cultura, preferibilmente non cristiana, nasce quella novità, quella profezia, che prima la Chiesa soffocava. Gesù Cristo (interpretato a modo nostro), ma anche altro …

«Sono i popoli dell’Amazzonia, soprattutto i poveri e i culturalmente diversi, i principali interlocutori e protagonisti del dialogo. Ci mettono di fronte alla memoria del passato e alle ferite provocate durante lunghi periodi di colonizzazione. Per questo Papa Francesco ha chiesto “umilmente perdono, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America” [Papa Francesco, Discorso in occasione del II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra, Bolivia, 9 luglio 2015. Cf. Parte II, cap. I: Distruzione estrattivista, p.41, n. 113.]. In questo passato la Chiesa è stata a volte complice dei colonizzatori e ciò ha soffocato la voce profetica del Vangelo. Molti degli ostacoli ad un’evangelizzazione dialogica e aperta all’alterità culturale sono di carattere storico e si nascondono dietro alcune dottrine pietrificate. Il dialogo è un processo di apprendimento, facilitato dall'”apertura alla trascendenza” (EG 205) e ostacolato dalle ideologie».

Guai alle certezze: l’agnosticismo che san Pio X rimproverava ai modernisti

«[…]  il dialogo è pentecostale, così come la nascita della Chiesa, che cammina alla ricerca della sua identità verso l’unità nello Spirito Santo. Scopriamo la nostra identità a partire dall’incontro con l’altro, dalle differenze e dalle coincidenze che ci mostrano l’incomprensibilità della realtà e del mistero della presenza di Dio».

Segue poi una lunga trattazione dei problemi che affliggono l’Amazzonia, dalla deforestazione alla povertà diffusa, dalla criminalità alle migrazioni fino ai problemi delle famiglie che vanno affrontanti ricorrendo ad Amoris Laetitia che include tutti senza escludere nessuno e non e alle tradizioni indigene.

Ai vari mali si propongono dei rimedi, ma ci piace citare uno di quelli che si propongono in tema di salute

«I rituali e le cerimonie indigene sono essenziali per la salute integrale perché integrano i diversi cicli della vita umana e della natura. Creano armonia ed equilibrio tra gli esseri umani e il cosmo. Proteggono la vita dai mali che possono essere causati sia dagli esseri umani che da altri esseri viventi. Aiutano a curare le malattie che danneggiano l’ambiente, la vita umana e altri esseri viventi».

Volendo essere cattivi, si potrebbe dire l’Instrumentum inciti alla pratica di riti sciamanici …

E arriviamo alla chiesa (volutamente in minuscolo) “in uscita”, uno dei mantra del Sedente. Ma non solo in uscita …

«Attraverso l’ascolto reciproco dei popoli e della natura, la Chiesa si trasforma in una Chiesa in uscita, sia geografica che strutturale; in una Chiesa sorella e discepola attraverso la sinodalità».

E per compiere questo radicale passo in avanti , questo distacco (o discessio o apostasia che dirsi voglia) da un modello di Chiesa non-profetica si suggerisce fra le altre cose

«[…] di prendere in considerazione [nella formazione teologica] i miti, le tradizioni, i simboli, i saperi, i riti e le celebrazioni originarie che includono le dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche».

Dopo la fissa dei divorziati-risposati, la fissa dei culti indigeni …

Ed ovviamente inculturazione sfrenata, non tanto intesa come un’osmosi culturale dove comunque il messaggio di Cristo purga le impurità del paganesimo, ma come valorizzazioni di elementi propri di queste culture che anche prima della evangelizzazione erano nutrite dallo Spirito Santo! E nell’ottica di un modernista non potrebbe essere altrimenti: tutto in un modo o nell’altro esprime il divino e i dogmi non sono che ritrovati convenzionali frutto di una data cultura (in sostanza non esistono!)

«Lo Spirito creatore che riempie l’universo (cf. Sap 1,7) è lo Spirito che per secoli ha nutrito la spiritualità di questi popoli anche prima dell’annuncio del Vangelo e li spinge ad accettarlo a partire dalle loro culture e tradizioni. Tale annuncio deve tener conto dei “semi del Verbo” [ Cf. San Giustino, Apologia II, 8; Ad Gentes, n. 11] presenti in esse. Riconosce inoltre che in molti di loro il seme è già cresciuto e ha dato frutti. Presuppone un ascolto rispettoso che non imponga formulazioni di fede espresse da altri riferimenti culturali che non rispondono al loro contesto vitale. Ma al contrario, ascolta “la voce di Cristo che parla attraverso l’intero popolo di Dio” (EC 5).
È necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli: la fede in Dio Padre-Madre Creatore, il senso di comunione e di armonia con la terra, il senso di solidarietà con i propri compagni, il progetto del “buon vivere”, la saggezza di civiltà millenarie che gli anziani possiedono e che ha effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la ‘Madre Terra’, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio.
L’inculturazione della fede non è un processo dall’alto verso il basso o un’imposizione esterna, ma un arricchimento reciproco delle culture in dialogo (interculturalità) [Cf. Parte III, Cap I: Chiesa dal volto amazzonico e missionario, n. 107]. Il soggetto attivo dell’inculturazione sono gli stessi popoli indigeni. Come ha affermato Papa Francesco, “la grazia suppone la cultura” (EG 115)» .

Non poteva mancare l’inculturazione della liturgia, concepita ovviamente in una prospettiva orizzontale come mera espressione del vissuto, non necessariamente di fede, di un popolo. Il culto da rendere a Dio è qualcosa di superato in un sistema di “pensiero” per cui il popolo stesso esprime il divino e quindi si autocelebra.
Si ravvisa in questa liturgia inculturata, fatta di tamburi e danze tribali, una sorta di razzismo verso i popoli delle terre di missione, quasi che non fossero capaci di fruire del patrimonio liturgico ed artistico europeo.

«Si costata la necessità di un processo di discernimento riguardo ai riti, ai simboli e agli stili celebrativi delle culture indigene a contatto con la natura che devono essere assunti nel rituale liturgico e sacramentale.  È necessario stare attenti a raccogliere il vero significato del simbolo che trascende ciò che è puramente estetico e folcloristico, in particolare nell’iniziazione cristiana e nel matrimonio. Si suggerisce che le celebrazioni siano di tipo festivo con la propria musica e la propria danza, nelle lingue e nei vestiti autoctoni, in comunione con la natura e con la comunità. Una liturgia che risponda alla propria cultura perché sia fonte e culmine della loro vita cristiana (cf. SC 10) e legata alle loro lotte, sofferenze e gioie.
I sacramenti devono essere fonte di vita e rimedio accessibile a tutti (cf. EG 47), specialmente ai poveri (cf. EG 200). Occorre superare la rigidità di una disciplina che esclude e aliena, attraverso una sensibilità pastorale che accompagna e integra (cf. AL 297, 312)».

Si deve ulteriormente adeguare la costituzione della Chiesa, che evidentemente dagli estensori del documento non è creduta di istituzione divina e quindi immutabile. L’ecclesiologia nuova, conciliare e ratzingeriana, che rompe con l’ecclesiologia precedente, ne è la base (sempre che lo si voglia riconoscere)

«La Chiesa deve incarnarsi nelle culture amazzoniche che possiedono un alto senso di comunità, uguaglianza e solidarietà, per cui il clericalismo non è accettato nelle sue varie forme di manifestarsi. I popoli indigeni posseggono una ricca tradizione di organizzazione sociale dove l’autorità è a rotazione e con un profondo senso del servizio. A partire da questa esperienza di organizzazione sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine.
[…] Le comunità indigene sono partecipative ed hanno un alto senso di corresponsabilità. Per questo si chiede di valorizzare il protagonismo dei laici e delle laiche cristiani e di riconoscere il loro spazio perché siano soggetti della Chiesa in uscita».

Non può mancare, in barba a  quanto lo Spirito Santo rivelò per mezzo di san Paolo, un pizzico di femminismo

«In campo ecclesiale, la presenza delle donne nelle comunità non è sempre valorizzata. Viene chiesto il riconoscimento delle donne a partire dai loro carismi e talenti. Esse chiedono di recuperare lo spazio dato da Gesù alle donne, “dove tutti/tutte possiamo ritrovarci” [Cf. Sint. REPAM, pag. 78] .
Si propone inoltre di garantire alle donne la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica.
Si chiede anche che la voce delle donne sia ascoltata, che siano consultate e partecipino ai processi decisionali, e che possano così contribuire con la loro sensibilità alla sinodalità ecclesiale.
Che la Chiesa accolga sempre più lo stile femminile di agire e di comprendere gli avvenimenti».

Presente l’invito a trovare delle nuove vie, escludenti il celibato ecclesiastico, per sopperire alla mancanza di sacerdoti. Per alcuni un attacco al celibato ecclesiastico. Non possiamo esimerci dal ricordare come in Occidente ogni attacco al celibato abbia preceduto l’attacco contro il sacerdozio: basti pensare all’opera dell’eresiarca Lutero.

Inutile citare integralmente l’invito alle pratiche ecumeniche ed interreligiose, ormai “tradizionali” nella chiesa conciliare dei Montini, dei Wojtyla e dei Ratzinger e dei Bergoglio.

Insomma da quanto visto è il solito discorso modernista, agghindato all’Amazzonica, che rifiuta la Chiesa di sempre con i suoi modelli basati sulla Fede rivelata da Dio una volta e per sempre, per darsi all’ascolto dei bisogni del popolo divinizzato, punto di partenza per la creazione di nuovi modelli e di nuovi culti, che tutto rispecchiano fuorché la volontà del Cristo.

«Nella voce dei poveri è lo Spirito; per questo la Chiesa deve ascoltarli, sono un luogo teologico. Nell’ascolto del dolore, il silenzio diventa necessario per poter ascoltare la voce dello Spirito di Dio. La voce profetica implica un nuovo sguardo contemplativo capace di misericordia e di impegno. Come parte del popolo amazzonico, la Chiesa ricrea la sua profezia, a partire dalla tradizione indigena e cristiana. Ma significa anche vedere con coscienza critica una serie di comportamenti e realtà dei popoli indigeni che vanno contro il Vangelo. Il mondo amazzonico chiede alla Chiesa di essere sua alleata».

CONCLUSIONE – Qualcuno tanti anni fa aveva profetizzato tutto questo sconcio. Non citeremo visioni o rivelazioni private: si tratta di san Pio X : “Strepitano a gran voce perché il regime ecclesiastico debba essere rinnovato per ogni verso, ma specialmente pel disciplinare e il dogmatico. Perciò pretendono che dentro e fuori si debba accordare colla coscienza moderna, che tutta è volta a democrazia; perché dicono doversi nel governo dar la sua parte al clero inferiore e perfino al laicato, e decentrare, Ci si passi la parola, l’autorità troppo riunita e ristretta nel centro. Le Congregazioni romane si devono svecchiare: e, in capo a tutte, quella del Santo Officio e dell’Indice. Deve cambiarsi l’atteggiamento dell’autorità ecclesiastica nelle questioni politiche e sociali, talché si tenga essa estranea dai civili ordinamenti, ma pur vi si acconci per penetrarli del suo spirito. In fatto di morale, danno voga al principio degli americanisti, che le virtù attive debbano anteporsi alle passive, e di quelle promuovere l’esercizio, con prevalenza su queste. Chiedono che il clero ritorni all’antica umiltà e povertà; ma lo vogliono di mente e di opere consenziente coi precetti del modernismo. Finalmente non mancano coloro che, obbedendo volentierissimo ai cenni dei loro maestri protestanti, desiderano soppresso nel sacerdozio lo stesso sacro celibato. Che si lascia dunque d’intatto nella Chiesa, che non si debba da costoro e secondo i lor principî riformare? … Ora, se quasi di un solo sguardo abbracciamo l’intero sistema, niuno si stupirà ove Noi lo definiamo, affermando esser esso la sintesi di tutte le eresie. Certo, se taluno si fosse proposto di concentrare quasi il succo ed il sangue di quanti errori circa la fede furono sinora asseriti, non avrebbe mai potuto riuscire a far meglio di quel che han fatto r modernisti. Questi anzi tanto più oltre si spinsero che, come già osservammo, non pure il cattolicesimo ma ogni qualsiasi religione hanno distrutta. Così si spiegano i plausi dei razionalisti: perciò coloro, che fra i razionalisti parlano più franco ed aperto, si rallegrano di non avere alleati più efficaci dei modernisti” (Pascendi Dominici Gregis, 8 settembre 1907).

Un commento a "Modernismo all’Amazzonica. Veloce commento all’Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo."

  1. #bbruno   17 Giugno 2019 at 9:33 pm

    dalla Chiesa Sposa di Cristo siamo passati alla chiesa sposa dell” Ammazzonia: ammazzete!

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