Sant’Antonio di Padova, il miracoloso Martello degli eretici

a cura di Giuliano Zoroddu

Sant’Antonio di Padova, al secolo al secolo Fernando Martins de Bulhões (Lisbona, 15 agosto 1195 – Padova, 13 giugno 1231) è uno dei Santi più venerati dell’orbe cattolico, soprattutto per la sua potenza taumaturgica. Ma il Santo che davanti alle reliquie dei Protomartiri Francescani uccisi dai Mori sentì il desiderio di effondere il suo sangue nell’Africa maomettana per l’annunzio del Cristo e si unì alla serafica schiera raccolta da Francesco d’Assisi, straordinario fu prevalentemente un Predicatore. Un predicatore straordinario, cui Dio concesse l’apostolico carisma delle lingue, che con la potenza della più pura e francescana evangelica semplicità del discorso, debellò in Italia ed in Francia la peste dell’eresia (non era “ecumenico”) e fece rinascere alla grazia i più incalliti peccatori. Non immeritatamente i Romani Pontefici lo acclamarono “Arca del Testamento”, “Scrigno della Sacra Scrittura”, “Luminare della Santa Chiesa”, “Dottore Evangelico”. Gli esempi storici che andiamo a proporre renderanno più evidente (se ve ne fosse bisogno!) la verità di questi gloriosi titoli.

Sul compiersi dei nove mesi fu anche S. Antonio chiamato al Capitolo, che si doveva tenere in Forlì dal Provinciale Graziano nella Quaresima del 1222, e andò. Oltre ai Sacerdoti erano colà convenuti alcuni Frati ancora Chierici per essere ordinati in sacris dal Vescovo di quella Città, e a questo fine con essi si accompagnarono altresì alcuni Religiosi di S. Domenico con scambievole carità e amorevolezza. Venuta l’ora della conferenza, in cui solevano i Minori trattare cose di spirito, a questi chiesero i Domenicani grazia d’ intervenirvi. Quivi il Superiore per onorare i suoi ospiti li pregò, che qualcuno di loro dicesse qualche cosa di Dio, ché n’ erano ben maestri, essendo per istituto e per dottrina Predicatori; mentre i suoi li avrebbero ascoltati come discepoli, avidamente. Dispose Iddio , che tutti si scusassero di parlare all’improvviso in un congresso sì rispettabile di Religiosi. Questo fu il momento, in cui volle Iddio, esaltatore degli umili, far risplendere Antonio. Il Ministro del luogo, da Dio ispirato a lui si rivolse, persuaso che come uomo semplice e senza lettere comunque riuscisse male, niente avrebbe perduto, e come Religioso dabbene avrebbe colle sue parole edificati i circostanti: e gli comandò, che in sul fatto predicasse. Sorpreso il Santo gli rispose con umiltà, che non mai parlato aveva in pubblico, né dacché era Minore, aveva letto altro libro che il suo Breviario. “Lo so io bene – gli rispose il Superiore – ma voi ubbidite”. A tal risposta il Santo vinto dall’ubbidienza prese a parlare, studiandosi però di nascondere, parlando, il saper suo; ma lo spirito di Dio l’infiammò in modo, che parlò appunto divinamente. Il sermone fu così ben condotto, sì pieno di testimonianze della S. Scrittura, e dei Padri, sì pieno d’unzione, di modestia, di affetti, di ardore di carità, inoltre detto con tal nerbo di voce, espressione, e grazia di gesto, che ugual Sermone, né Seminatore dissero i Religiosi di non avere sentito giammai. La universale sorpresa fu somma; poiché fino a quel punto tutti tenuto lo avevano per ignorante e dappoco; ma non minore fu l’universale compunzione ed il frutto; e finita la conferenza non si saziavano di esaltarlo. Il Provinciale egualmente ammirato della dottrina, come dell’ umiltà di Antonio, il quale aveva sì ben saputo nascondere i suoi talenti, lo elesse Predicatore della Romagna, che fu la prima vigna da Dio assegnatagli a coltivare, come poscia vedremo. Il Patriarca suo S. Francesco informato di tanta umiltà, concepì per Antonio somma venerazione e lo chiamava per atto di rispetto il suo “Vescovo”; anzi non solo approvò la destinazione del Provinciale dentro i limiti della sua Provincia, ma la distese per tutte l’altre. Ecco finalmente la lucerna ardente, ma nascosta, posta sul candeliere ad illuminare innumerabili uomini: ed ecco da Montepaolo uscire il nostro Eroe coll’eminente carattere di Apostolico Ministro, dopo 27 anni di vita sconosciuta al mondo, per esercitarlo lo spazio di soli nove anni; ma in guisa che non gli corse mese, in cui non operasse tanto di grande, quanto altri potrebbe appena fare in più anni. I soli primi tre mesi di Apostolato gli procacciarono il glorioso titolo di Martello degli Eretici, che sconfisse e convertì.

[…] Conviene dunque concludere, essere stata miracolosa la sua predicazione per il dono infuso delle lingue: dono che somigliantissimo apparve a quel degli Apostoli, singolarmente in Roma, dove […] delle tante svariate nazioni che intervennero ad udirlo, non solo ognuno l’intese perfettamente, ma ognuna lo intese parlare nel lor proprio linguaggio: Audivimus eum loquentem nostris linguis . Altro miracolo era l’essere capito perfettamente in ogni vastità di uditorio, sicché nessuna persona gli era sì distante, che la voce di S. Antonio non le si facesse sentire chiara, e bene articolata. Questi doni di lingua, e di voce spiccarono principalmente il primo in Francia, e in Roma, come vedremo, e il secondo in Padova, ed in Brescia: e glieli concesse fin dal principio il Signore a rendere portentosa la sua predicazione, sicché salì subito in altissima fama, e poté fare nelle prime Città un frutto immenso con la riduzione di Eretici i più ostinati, e colla riforma di Cattolici i più dissoluti.
Nel quarto secolo della Chiesa era insorta l’eresia dei Manichei, la quale sconfitta gloriosamente dal gran Dottore S. Agostino, si era rifugiata nella Bulgaria, ed ivi era stata nascosta, finché nel secolo undecimo sbucando d’improvviso dalla sua tana, entrò ad avvelenare la Francia, la Germania, e l’Italia, mutando nome, e i suoi seguaci intitolando Valdesi, Albigesi, e Patarini. Eran quasi due secoli , che questa peste imperversava, e faceva strage orribile in ogni luogo. Tardi s’ avvidero i Pastori della Chiesa di tanto male, e solo allora, quando il contagio reso era universale, né tutti gli sforzi loro bastavano ad estirparlo. Fu allora, che Iddio mosso a pietà della sua Sposa, mandò al suo soccorso i due gran Patriarchi Domenico e Francesco, e i Figli loro, che combattendo gli eretici collo zelo, colla dottrina, colla santità e col sangue, finalmente li estirparono. Una illustre porzione di questa gloriosa conquista toccò tra i primi a S. Antonio, per opera del quale la Romagna fu la prima ad essere da così micidial peste liberata.

[…] Rimini era forse la Città allora più da lungo tempo, e più mortalmente infetta, quantunque gli zelanti suoi Vescovi e gli stessi Romani Pontefici avessero tentato ogni rimedio per curarla. Gli Eretici di colà, resi paurosi del S. Predicatore, la cui fama sparsa dalle altre Città riferiva che alla efficacia del suo parlare nessun Eretico poteva resistere, s’accordarono tra loro di non volerlo ascoltare, e tanto brigarono col popolo, che, o intimorito o imbrattato della stessa pece, stabilì di seguire l’esempio loro. Arrivato dunque il Santo e salito sul pergamo anziché trovare un uditorio affollato e famelico di ascoltarlo, come altrove era uso, vide che al suo comparire tutti se ne andavano, e lo sfuggivano. Ma non si smarrì il suo zelo. Sia che nonostante ciò facesse la Predica ai pochi ch’eran rimasti, sia che sol protestasse di voler predicare, parlò con tal risoluzione ed energia , che da quel solo saggio intesero gli Eretici che erano perduti, se egli si faceva udire, e vennero quindi alla risoluzione sacrilega di ammazzarlo. Lo riseppe il Santo, e ritiratosi in una celletta, poi ridotta in Cappella, stette ivi alquanti giorni a supplicare Iddio con aspre flagellazioni, rigorosi digiuni e ardentissime preci, di voler perdonare a quella gente cieca e indurita, e darle docilità a lasciarsi istruire nei doveri, e nei dogmi della Religione Cattolica. Indi esce dal suo ritiro, e va diritto alla spiaggia dell’Adriatico colà dove il fiume Marecchia mette foce nel mare e ad alta voce chiama i pesci ad udirlo celebrare le lodi del Creator loro, giacché gli uomini tanto più tenuti a glorificarlo non le volevano ascoltare. Al sentir tal comando, molti che si trovavano presenti, o per curiosità avendolo alla lontana seguito o colà condottisi per diporto, tra curiosi e beffatori, ad osservare si posero cosa accadesse. Ed ecco tosto commossa l’acqua comparire guizzanti in varie torme i pesci, e ripartirsi con bell’ordine ciascuno nella sua specie, i più piccioli più vicino al Santo, i mezzani, e i maggiori più e più lontani formando come un anfiteatro; e tutti alzar dall’ acqua le teste varie di forma, e di colori, come un tappeto di gemme; ed ivi immoti starsi in atto di ascoltarlo; miracolo invero sorprendente e piacevole. Prese il Santo a rappresentar loro i benefizi particolari, che ricevuti avevano dal Creatore […] Pareva, che quegli animali intendessero, tanto sembravano attenti; e che consentissero, e facessero plauso ai suoi discorsi, con alzar le teste e coll’aprir le bocche. Se gli astanti restassero trasecolati non è da dire. Corsero alcuni fin dal principio alla piazza della Città e, narrando il veduto, trassero immenso popolo a vedere sì gran miracolo. II Santo allora: “Benedetto Iddio – disse – che è onorato dai pesci più che dagli uomini eretici ed infedeli”. A così manifesto ed inaudito miracolo pochi furono che potessero impedire copiose lacrime di meraviglia e di compunzione. E qui, benedetti i pesci colla santa Croce e licenziatili, questi coll’agitar le pinne e le code e chinare i lor capi, si tuffarono e disparvero. Allor ripigliando S. Antonio il parlare: “Dai muti animali del mare – disse – imparate voi, uomini, ad esser grati e ubbidienti a Dio”; e messosi a rappresentare la malizia del peccato e particolarmente dell’Eresia e a confutarla con forza estrema, incredibile fu il numero dei convertiti, tanto dei viziosi, quanto degli Eretici più sfrontati; e ben pochi furono che non se gli arrendessero.

[…] Tra questi pochi fu un certo Bonvillo capo di fazione, il quale o non fu presente al miracolo o volle far pompa di forte spirito, dileggiandolo e con esso dileggiando altresì le conversioni accadute, per aver veduto, diceva, fermi per accidente alla spiaggia quattro o sei pesci. Pensò costui di porre S. Antonio alla prova per fargli perdere l’acquistata riputazione, domandandogli un nuovo miracolo, ch’egli credeva impossibile ad ottenere. Gli propose essere indecenza per Gesù Cristo che egli fosse nell’ Eucaristia sotto le specie del pane; che egli ciò predicava al popolo per sedurlo; e di convincerlo del vero. “Io ne voglio fare – soggiunse – giudice la mia giumenta. Vedremo, se postole innanzi il vostro Pane Sacramentato, essa lo adori”. Inorridì il Santo a siffatte bestemmie e proposte; ma, ispirato da Dio, accettò la disfida e se ne fissò il giorno. Gli Eretici lo attendevano con allegrezza e cantavano già il trionfo: i Cattolici ne tremavano, non avendo la fede del Santo, né la stima che gli dovevano; tuttavia speravano assai, veduto il miracolo dei pesci. Il Santo era tutto in digiuni ed orazioni , e non dubitava della divina assistenza. Nella mattina stabilita, celebra la S. Messa e, venendo in piazza col Santissimo Sacramento accompagnato dai suoi Religiosi, si porta innanzi alla casa di Bonvillo, il quale in aria sprezzante gli va incontro colla giumenta. Non le si era dato cibo da tre giornate e quivi in faccia all’Adorabile Sacramento se le presenta la biada. Ma il Santo dopo una breve esortazione all’immenso popolo accorso ad avere gran fede e divozione al SS. Sacramento, chiama con voce alta lo stupido animale, e gli comanda di venir ad adorare il suo Creatore nascosto sotto le specie Sacramentali. Oh prodigio! l’ asina lascia tosto la biada, si avanza, s’ inginocchia e abbassa la testa, ed in quell’atto di riverenza si ferma, finché non fu riportata alla Chiesa la Sacra Ostia, riconoscendo in essa quell’Uomo-Dio che da un simile giumento fu già nel presepio riconosciuto bambino. Tal miracolo fu dal Santo reiterato in Francia. Il trionfo dei Cattolici e la confusione degli Eretici fu qual doveva essere. Bonvillo attonito per tal fatto e tocco dalla grazia, abiurò l’errore con tanta maggior gloria del Dogma Cattolico, quanto egli era tra i Patarini più accreditato e potente; e visse poi in penitenza il resto della sua vita, e morì con lasciare grande speranza della sua salvazione.
Pareva che sì evidenti prove delle verità Cattoliche dovessero far ricredere gli Eretici tutti del loro errore; ma per ordinario sono Eretici di volontà, anziché d’ intelletto e non credono, poiché non vogliono credere, non già per non essere persuasi dei loro inganni […] Così dall’impero mostrato evidentemente da Antonio sui pesci del mare e sulle bestie della terra, trassero gli indurati Eretici che dunque necessario era dargli la morte, altrimenti tutti convinti dalle sue prediche avrebbero abbandonato l’Eresia. Ciò stabilito e sceltone il modo, gli si fanno con mentita cortesia ad invitarlo a desinare con loro a fine di avvelenarlo. L’astinentissimo Santo, sperando di trovare tra i cibi bella occasione di guadagnarli alla Chiesa ed a Dio, accetta e va . Appena poste le mense, gli rivelò Iddio l’ordito tradimento e mansuetamente rinfacciò loro il costume proprio degli Eretici di volere vincere colla soperchieria e la violenza. Niente scomposti costoro, benché svergognati dello scoprimento delle loro arti, “Di che vi lamentate? – dissero – Non è scritto nell’Evangelo, cui professate intera fede, non è scritto, che ai Ministri della divina parola non farà male il veleno? Non mica a fin di farvi male, ma noi ve l’ abbiamo preparato solo per far onore allo stesso vostro Vangelo”. Il Santo a Dio rivolto: “Confondete – disse – Signore, gli empi che deridono l’infallibil vostra parola, colla vostra potenza”; e fatto il segno della Croce sulle vivande avvelenate, le mangiò senza il minimo nocumento. A tanta luce prodigiosa aprirono finalmente gli occhi i più accecati, e il Santo che aveva trovato Rimini eretica, la lasciò cattolica e religiosa.

[…] Tolosa era in quei tempi la Città, in cui più che altrove l’Eresia degli Albigesi imperversava, senza che mai agli zelanti Vescovi e agli altri Ministri Apostolici riuscisse di liberarvela. Vi fu mandato dopo la Pasqua il nostro Santo nel 1225 a predicare e a leggervi Teologia: e tosto colla dottrina sulla cattedra e con le istruzioni dal pulpito, dichiarò guerra aperta agli errori, e con maggior ardore difese la verità cattolica sull’augustissimo Sacramento dell’ Eucaristia. Forse che a Tolosa il gran miracolo dal Santo operato a Rimini colla giumenta di Bonvillo non fosse noto, o più verisimilmente dall’ ereticale sfacciataggine fosse negato e deriso, si narra, che quivi ancora un certo Gujaldo gli fece la stessa insolente ed empia proposta: “Io mi darò – dicendogli con insulto – mi darò per vinto, se la mia mula tenuta più giorni digiuna, e postole innanzi il cibo, invece di mangiare adorerà la vostra Eucaristia”. Inorridì come la prima volta il Santo alla diabolica proposta; ma , come allora , rinfrancatosi in Dio accettò la disfida per la gloria di esso e la vittoria del dogma cattolico, con gran risa e beffe di Gujaldo e dei suoi partigiani. Il quarto giorno è destinato al cimento . In esso tra gran folla di popolo S. Antonio finita la Messa, seguito da rispettosa comitiva di fedeli, va colla S. Ostia al luogo assegnato. Viene la mula cascante d’inedia, condotta dai suoi Eretici, che le tengono innanzi la biada. Silenzio intima con autorevol voce il Santo, e alla bestia rivolto: “A confusione – le dice – dell’ ereticale perfidia adora Iddio in questa Sacra Ostia”. La mula si prostra in sul fatto nel modo il più rispettoso. Il trionfo di Gesù Sacramentato , la gioia dei Cattolici , la confusione degli Eretici, la conversione di molti fu come in Rimini. Questo miracolo seguì nell’estate del 1225 .

Arca del Santo nella Basilica di Padova.

[…]Un Apostolo, che appena cominciò ad esser noto al mondo divenne il Martello degli Eretici, e in Rimini , in Milano, in Tolosa li cercò, li convinse in pubbliche dispute colle prove evidenti delle Scritture e dei Padri; e non ristando per veleni, o tradimenti, né rimettendo perciò di sua dolcezza in trattarli, operò in vita i più stupendi miracoli affine di ridurli al grembo di Santa Chiesa: un tal Apostolo, dico, non doveva dal Cielo rimettere quel suo gran zelo per loro; e Dio doveva coi miracoli a questo fine proseguire a glorificarlo. Vedremo qui infatti la conversione miracolosa non solo di Eretici, ma di Maomettani ancora, e di Gentili , quasi Dio gli abbia conceduto nella sua beatitudine la grazia negategli in vita, quando dall’ Africa , a cui era indirizzato, lo fece passare all’Italia a salute dei Cristiani od Eretici o mal costumati Cattolici.
Enrico Hinez Sassone Luterano aveva per accidente in una sua Camera appigionatagli da un Cattolico un’ immagine di S. Antonio rivolta col capo all’ingiù: di che alcuni suoi amici Cattolici lo ripresero come di poca riverenza a sì gran Santo e di trascuratezza sconvenevole ad un par suo. Egli sinceramente protestò che non vi avea posta mente,  ma dirizzandola essi con devozione, egli per miscredenza ereticale nemico delle sacre immagini, beffandosi di S. Antonio, rovesciò di nuovo l’immagine, dicendo loro: “Se questa immagine si raddrizzerà da se stessa, vi giuro che mi faccio Cattolico”. E ciò detto li licenzia ed esce di casa egli stesso, chiusa ben bene la porta della sua camera. Al ritorno trova l’immagine non pur drizzata, ma sospesa nell’aria, senz’ attacco veruno. Sbigottì, gelò, istupidì; non però tenne il patto, ma per distrarre la mente dall’aperto prodigio, che sempre gli restò fisso nella memoria, si diede a girare il mondo , passando all’Olanda , quindi navigando in Levante; in fine venendo in Italia diede il suo nome a militare in Toscana in Porto Ferrajo, ove non potendo più reggere ai rimorsi della coscienza, e alla grazia che lo chiamava e alle ragioni del Vescovo di Massa Monsignor Paolo Pecci, abjurò i suoi errori, e divenuto ottimo Cattolico il 4 giugno 1699 si fece laico Conventuale col nome di F. Antonio Paolo, e con grande edificazione vi morì ottimo religioso.
[…]Una femmina Turca moglie di un Pascià aveva una schiava Cristiana per nome Ortensia Galbatina nativa di Piacenza in Lombardia, che compatendola per un cancro da cui dì e notte era rosa  […] diede un gran sospiro  ed: “Oh perché – le disse – in vece del vostro Maometto, che non può sanarvi, non ricorrete voi al rimedio che usiamo noi Cristiani, ed è efficacissimo in quanti ne usano con viva fede , spesso ancora in mali come il vostro per loro natura incurabili?”. “E qual è questo?” ripigliò la Turca. “Le intercessioni – rispose Ortensia – dei nostri Santi . Essi sono i veri e gli unici amici di Dio onnipotente, e ne ottengono quanto chiedono. Io ne ricorderò un solo rinomatissimo in tutta la Cristianità , S. Antonio detto di Padova . Oh i gran miracoli che egli fa!”. E gliene raccontò alquanti dei più famosi . Ciò udito con gran piacere e sorpresa , le promise la Turca, come pare, di vero cuore, che si farebbe Cristiana, se il nostro Santo l’avesse guarita. Dopo aver contro il solito dormito soavemente la notte tutta, si trovò la mattina del tutto sana . Sorpresa, lietissima e riconoscente al prodigioso suo con la sua Schiava, non più Schiava, ma cara compagna, fuggì in Ispagna e si convertì alla S. Fede.

(Emmanuele de Azevedo, Vita del Taumaturgo Portoghese Sant’Antonio di Padova, Bologna, 1790, pp. 31-33, 39-45, 53, 195-197. Il testo è stato leggermente aggiornato nel linguaggio dal redattore)

Un commento a "Sant’Antonio di Padova, il miracoloso Martello degli eretici"

  1. #bbruno   13 Giugno 2019 at 3:02 pm

    quando il MARTELLO degli eretici san/t/ificava il mondo e quando la FLOSCIAGGINE di un ‘papa’ manda alla malora il mondo intero… Questa sarebbe MISERICORDIA e quello FONDAMENTALISMO…
    Cioè, come si riconosce il vero amore per gli uomini, e quando l’odio per gli uomini dietro la maschera della ‘filantropia’… La cura severa della verità, contro l’ inganno dell’ “ospedale da campo” per finirvi in fretta i poveri malati…

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