Abbattiamo gli idoli liberal. Intervista a tutto campo con Martino Mora

Ringraziamo Martino Mora, che si è “concesso” alle domande della nostra redazione in un’intervista a 360° su molti temi di attualità ed altri a lui (e a noi) cari. Invitiamo chi ancora non se lo fosse aggiudicato ad acquistare la sua graffiante antologia Abbattere gli idoli contemporanei. Non moriremo liberal (Edizioni Radio Spada, 2018) cliccando qui. Mora sarà altresì relatore all’ “anti-Sinodo amazzonico” che si terrà il 28 settembre p.v. a Verona [cliccare qui per tutte le info].

a cura di Ilaria Pisa

RS: Le vicende di cronaca che l’inchiesta “Angeli e demoni” porta alla ribalta in queste settimane sembrano quasi prefigurare una “resa dei conti” nei confronti di un sistema di (stra)potere politico-partitico di ben preciso colore, di cui anche nel tuo libro hai parlato, benché non limitandoti al perimetro italiano. Pensi che sia giunto davvero il momento in cui certi “idoli contemporanei” vengono abbattuti, o è una pia illusione?

E’ chiaro che il Pd in quanto  “partito radicale di massa” (secondo la nota definizione di Augusto Del Noce) è in prima fila nella gestione della dissoluzione morale, ma in questo caso andrei oltre il dato strettamente politico in senso partitico. Qui si tratta di una società all’incontrario, del perfetto capovolgimento sovversivo di una società sana: i pubblici poteri tolgono i bambini (dopo indegna manipolazione) a famiglie normali, per darli in affidamento a coppie moralmente corrotte (una di queste gestisce un pornoshop) o addirittura a coppie di lesbiche. Questa sovversione totale del bene, questa volontà di corruzione di creature innocenti, puzza terribilmente di zolfo.
E’ evidente che i mass media, che da anni fanno di tutto per normalizzare simbolicamente la perversione sessuale, anche attraverso la vittimizzazione selettiva e ossessiva degli omosessuali, si trovino ora molto a disagio, e cerchino di oscurare la vicenda. Viviamo in un’epoca menzognera.

RS: La vicenda tocca pesantemente il mondo LGBT. Ora, non è un mistero che tale mondo sia anche presente nei partiti cosiddetti di destra; ma tradizionalmente la “causa” arcobaleno è perorata dalla sinistra. Perché?

La Rivoluzione sessuale, degli istinti, cioè del basso ventre, ha caratterizzato il Sessantotto e poi il pensiero unico liberal. E quindi di ideologie che possiamo definire di “sinistra” (ma di una sinistra postmoderna, che ha progressivamente  abbandonato la lotta di classe e la questione operaia  per concentrarsi sulla “biopolitica”). Non è però un’esclusiva di sinistra. Basti pensare al ruolo che stanno svolgendo Mediaset o Sky in tal senso. Possiamo constatare che questa aggressiva Rivoluzione culturale dei bassi istinti unisca strettamente la sinistra dei diritti immaginari alla destra del denaro, al grande capitale.  

RS: Sei stato praticamente definito una delle penne più importanti del sovranismo identitario contemporaneo. Che cosa significa essere sovranisti e identitari? Nella “vulgata” questi sembrano sinonimi di autoritarismo, chiusura, quando non “fascismo”.

Posso escludere di essere “neofascista”, in quanto mi sono del tutto estranee le mistiche dello Stato e della nazione, alle quali sono anzi del tutto allergico.  Allo stesso modo non do un giudizio positivo del fascismo, che reputo un fenomeno moderno e quindi antitradizionale, né tantomeno del nazismo, che fu biologista e anticristiano.
Il termine  “sovranismo” mi sembra un po’ ambiguo, in quanto se è legittima anzi sacrosanta l’esigenza di difesa dei confini e dell’indipendenza economica, politica e militare,  ho dei dubbi che essa possa essere recuperata con un semplice ritorno alla forma dello Stato-nazione.  Non vorrei andare sul difficile, ma il mio modello di sovranità è althusiano (da Johannes Althusius) e non bodiniano (da Jean Bodin).
Mi riconosco invece nel termine “identitario”, in quanto qualsiasi tipo di identità (locale, nazionale, culturale, familiare, religiosa) è minacciata ed erosa dalla triplice  avanzata della tecno-economia della globalizzazione capitalista, della Rivoluzione culturale post-sessantottina del pensiero unico politicamente corretto,  e infine dell’immigrazione di massa.

RS: La tua simpatia per la Lega non è un mistero. Tuttavia essa ha intercettato i voti (anche) di destra abbastanza tardivamente. Alle vecchie “destre” rimaste minoritarie, o anche a FDI, rampante ma pur sempre confinato in percentuali contenute, che suggerimenti ti senti di dare?

Di rimanere se stesse, ma adeguandosi alle esigenze di un’era globalista, in cui l’esigenza identitaria va pensata anche attraverso l’identità locale e il federalismo, che invece nella mentalità della destra italiana, spesso caratterizzata da un giacobinismo all’amatriciana, è del tutto assente. E poi dovrebbe essere centrale l’opposizione al pensiero unico laicista, omosessualista ed anticristiano, che purtroppo anche le reti berlusconiane diffondono costantemente.

RS: Il più grande pregio di Matteo Salvini e il suo più grande difetto.

Conoscendolo da un quarto di secolo (anche se non abbiamo più contatti diretti) posso parlare a ragion veduta. Il suo più grande pregio, sul piano privato, è la generosità. Sul piano politico, che più ci interessa, è il contatto coltivato costantemente con la gente comune, che insieme all’infaticabile attivismo è la sua vera forza. Salvini è energia allo stato puro.
Il suo più grande difetto è legato al suo maggior pregio. Proprio perché energia pura, attivismo puro, pura azione, egli non è assolutamente un teorico. Si muove per istinto, per intuizione, ma non per profondo pensiero politico. Da qui le sue numerose contraddizioni.
Intendiamoci: non sto dicendo che sia ignorante, tutt’altro. E’ uomo di ottime letture storiografiche (si diceva un tempo che tenesse sempre un libro di storia sul comodino). Però una certa insensibilità alla riflessione teorica, in nome del pragmatismo movimentista, mi sembra evidente. Non ne sente l’esigenza. E’ un limite che si paga.  

RS: Passiamo alla scuola. Tu insegni, quindi hai un po’ il “polso” della situazione umana e ideologica dei teenager odierni. E’ tutto uno sfacelo di “idoli contemporanei” o la realtà è meno tragica e più variegata?

Non sono assolutamente tutti idioti, anche se a volte la loro ossessione per il telefonino può farli sembrare tali. Per fortuna vi sono ancora ragazzi intelligenti e capaci di recepire, almeno in parte, un discorso critico sul mondo. Certamente anche la scuola pubblica, invece di trasmettere il sapere, si sta sempre più orientando a luogo di trasmissione, come i mass media, di un pensiero unico politicamente corretto caratterizzato dai  nuovi dogmi dell’immigrazionismo, del femminismo, dell’omosessualismo, a volte del gender, e in generale dell’ individualismo egualitario in tutte le sue forme estreme. Molti miei allievi non credono in Dio, ma tutti credono nei diritti umani.

RS: Quali sono, secondo te, gli errori più subdoli della filosofia moderna e contemporanea? Quelli magari meno evidenti, ma che più avvelenano il pensiero?

L’errore più grave è senza dubbio la dimenticanza dell’Essere, cioè di Dio, da cui in fondo derivano gli altri errori. L’uomo non può vivere senza l’assoluto, il “totalmente altro” e, se non lo riconosce, andrà alla ricerca di surrogati. Il rifiuto del Dio cristiano, in nome dell’antropocentrismo, è l’errore fondamentale che caratterizza più o meno tutto il pensiero moderno.
L’errore meno evidente è quello di avere sostituito all’idea di Verità l’idea di certezza ed esattezza.  La Verità ti suggerisce la vita buona, la certezza e l’esattezza ti dicono solo che 2+2=4, o che Milano dista da Napoli circa 775 km. Nulla c’entrano con il senso che diamo alla vita.

RS: Per che cosa vorresti che i tuoi studenti, dopo il diploma, ti ricordassero?

Alcuni mi hanno appena detto che, tra tanti dubbi,  devono a me qualche certezza. Ne sono lieto.

RS: Uno dei punti cardine del tuo pensiero, come può constatare il tuo folto seguito sui social, è l’anticapitalismo. Che cosa significa essere anticapitalisti e avere uno stile di vita anticapitalista? Perché ad alcuni verranno in mente collettivi e centri sociali, o pauperismi equo-solidali, ma non credo proprio che tu intenda quello.

Quelli che hai citato sono anticapitalisti da burla. Sono pseudo “no global”, funzionali alla globalizzazione, della quale condividono il cosmopolitismo senza radici.  
Lo stile di vita anticapitalista semmai sta nell’accontentarsi di ciò che si ha. Cioè nel non dare soverchia importanza al denaro e alle merci. Se mi basta  un telefonino, non ne compro tre. E dell’ultimo modello non mi frega nulla. Se la mia automobile funziona bene, non ho bisogno di cambiarla. Non ho bisogno di avere venti paia di scarpe per girare in città. Di fare le vacanze alle Mauritius mi interessa meno di nulla. E via dicendo. Perché perdere la mia vita nel rincorrere beni finiti, materiali?  

Il fatto che il marxismo abbia quasi monopolizzato per molto tempo la critica al “capitalismo” (termine quasi assente in Marx , che parla semmai di “capitale”, e usato  sistematicamente solo a partire dai non marxisti  Sombart e Weber) ha senz’altro contribuito a fare passare l’idea, anche in ambito tradizionalista , che criticare il nostro sistema economico non stia bene. Invece sta bene, sta benissimo. Perché il capitalismo non è che crematistica aristotelica, cioè illimitato desiderio di profitto. E’ un mostro insaziabile, uno smisurato titano, che non ne ha mai abbastanza, che distrugge tutti i valori spirituali per affermare solo quelli materiali, cioè la giovannea “concupiscenza degli occhi”.  Nessuno può negare che le società occidentali siano più secolarizzate, nel profondo, di quelle che erano rimaste lungo tempo sotto la tirannia atea del socialismo reale.
Già il visconte Lous de Bonald, protagonista della controrivoluzione cattolica, aveva indicato nel commercio,  ben prima di Marx,  una potente fonte di corruzione delle società. Senza per questo esaltare lo Stato, altro freddo mostro moderno.
Per concludere basterebbe citare nostro Signore: “Non si possono servire due padroni. O Dio o Mammona”. Mammona, cioè l’avidità di ricchezze su cui si basa il nostro sistema economico.  

RS: Una domanda sulla crisi nella Chiesa non può mancare. La tua analisi è molto lucida e ravvisa correttamente le origini del disastro nel modernismo e, in particolare, nel neomodernismo del Concilio Vaticano II. Ma allora perché moltissimi, a tuo avviso, pensano che sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si vivesse una nuova Pentecoste, e solo Francesco abbia rotto l’incanto? E’ solo superficialità o c’è dell’altro?

E’ senz’altro superficialità, ma non solo. E’ vera e propria, colpevole, volontaria cecità. Per queste persone, i Socci, i Veneziani, la crisi della Chiesa inizia solo nel 2013.
Tenderei a risponder loro, con una punta di provocazione, che Bergoglio l’ha mandato la Provvidenza. La Provvidenza punisce infatti chi se lo merita. Ma insieme all’amaro calice della punizione, offre la soluzione. Chi non si accorge di quanto è caduta in basso la sposa di Cristo ora che c’è Bergoglio, non è in grado di capirlo nemmeno con una papessa lesbica, modello Chiesa luterana svedese. Bergoglio divide il grano dal loglio, per questo è provvidenziale.
Al contrario, Wojtyla e Ratzinger distruggevano la fede a colpi di ecumenismo folle e di preghiere relativiste nelle moschee e nelle sinagoghe, ma poiché difendevano la famiglia e la vita (almeno fino a un certo punto) passavano per bravi pontefici. Bergoglio è quindi provvidenziale, perché mette completamente a nudo quell’audemolizione del cattolicesimo che di molto lo precede.   

RS: Se un tuo alunno ti manifestasse la volontà di entrare in un seminario (modernista), che cosa gli suggeriresti?

Lo elogerei per la sua vocazione religiosa, ma lo metterei in guardia, suggerendogli garbatamente le possibili alternative nella Tradizione.

RS: Se domani potessi essere ricevuto in udienza privata da Bergoglio, che cosa gli diresti?

Da cattolico gli chiederei se crede in Dio, perché sembrerebbe il contrario. Da cittadino italiano lo inviterei a smetterla con l’invasionismo.

RS: E se fossi ricevuto anche da Ratzinger?

Naturalmente  gli chiederei i motivi reali delle sue dimissioni.  Poi perché ha continuato il folle ecumenismo interreligioso del suo predecessore.  E, con il grande rispetto che si deve a un ex pontefice e notevole intellettuale, gli direi che “l’ermeneutica della continuità” è una vera supercazzola.

RS: E per finire, il Santo di cui sei più devoto.

Il mio, San Martino di Tours. Ma ho anche un debole per i due Giovanni: il Battista e l’evangelista,  grande teologo del Logos.

2 Commenti a "Abbattiamo gli idoli liberal. Intervista a tutto campo con Martino Mora"

  1. #lister   15 Luglio 2019 at 10:28 am

    Che bello leggere le parole di un grande pensatore!
    Parole che rispecchiano in pieno il tuo modo di pensare e di agire: ci si sente in pace con Dio, con la propria Anima e… con il Mondo.
    Grazie, Professore e grazie, Ilaria.

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  2. #Martino Mora   18 Luglio 2019 at 5:26 pm

    Ringrazio io te, caro lister, per le bellissime parole nei nostri confonti.

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