a cura di Giuliano Zoroddu

In questa puntata di questa rubrica radiospadista dedicata alla riscoperta e diffusione dell’inesauribile giacimento di tesori politico-culturali dell’intransigentismo, dell’integrismo e anche genericamente del clericalismo di lingua italiana, offriamo al Lettore due sonetti del padre Enrico Maria del Santissimo Sacramento, dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, dedicati a San Tommaso d’Aquino.
Il primo componimento richiama la massima del Caietano poi ripresa da Leone XIII e Pio XI secondo cui l’Aquinate “perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, per questo ebbe in sorte, in certo qual modo, l’intelligenza di tutti” e la “miracolosità” degli articoli della Summa attestata da papa Giovanni XXII che lo canonizzò il 18 luglio 1223 affermando “Quante proposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece“.
Il secondo invece mette in rima la visione di cui fu beneficiato il Santo a Napoli, presso il Convento di San Domenico Maggiore, il 6 dicembre 1273. “Hai scritto bene di me, Tommaso; qual ricompensa ne vuoi avere?” gli disse Gesù Crocifisso. “Non altra, Signore, che te stesso” rispose l’Angelico.

Francisco de Zurbarán, Apoteosi di San Tommaso d’Aquino, 1631, Museo de Bellas Artes, Sivilla

Se d’Ippona il Dottor su gravi carte
Scorre veloce ad investir l’errore
Colla fulminea penna, ei nel calore
Dallo scopo primier non mai si parte.

Sfolgora il falso, ma il sofisma e l’arte
Si schermisce talor dal suo valore;
Vince, conquide, ma talvolta in cuore
Riman dell’empio incolume una parte.

Nel penetrante suo splendor divino,
Di questa a trionfar co’ raggi sui,
Apparve l’astro dell’umile Aquino.

L’empio confuso si die’ vinto a lui;
Le vestigia calcando d’Agostino,
Non è stupor se tanto fe’ costui!

Ludwing Seitz, Bene scriptisti de me, Thoma, XIX sec., Galleria dei Candelabri, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Qual premio brami, qual mercé tu vuoi
Di tue fatiche? un dì Gesù dicea
Ad un de’primi Sapienti Eroi
Della nuova Sionne, ed ei tacea.

Brami che il mondo ne’ volumi tuoi
D’un divino saper scorga l’idea?
Vuoi, che l’empio per te gli errori suoi
Condanni, e cessi d’una vita rea?

Alla maggior mia gloria, ed a tuo vanto
L’avrai tu certo, io tel prometto, ed io
Sai che non mento ne’ decreti miei.

No, no, disse Tommaso, effuso in pianto,
L’amor tuo solo è la mia merce, o Dio,
E la mia gloria, e l’amor mio tu sei.